giovedì 15 dicembre 2016

venerdì 9 dicembre 2016

Non so se nella morte

Non so se nella morte
s’interrompa il moto
di questo esistere
di assenza
e di semi-essenza,
se oltre quest’asma
di stecchi, di spruzzi di lava,
di pietre che scendono in basso
si muti
mai nulla
o se, in qualche area protetta,
raccolta in un fresco silenzio,
similmente si svolta la vita.

Massimiliano Chiamenti Telescream 1993

(Grazie a Mauro e a Cambio verso di Simone Giusti)

sabato 16 luglio 2016

De Il cerchio, della trasparenza e dei segreti (e del M5S).

Quando ero ragazza c'è stato un momento nel quale mi sono sentita così vicina ai miei amici, così integrata nel cerchio dei nostri affetti reciproci, che pensavo che la trasparenza dei nostri pensieri e delle nostre anime, la completa condivisione di emozioni, desideri e paure, non fosse altro che una splendida opportunità.
Tra persone che si amano e si rispettano, pensavamo e dicevamo e cercavamo di mettere in pratica, non c'è niente di più bello che condividere.
I social network non esistevano ancora, ma noi passavamo insieme molto tempo a parlare e discutere sulle nostre letture, i film, lo studio, le amicizie, la famiglia, insomma su tutto quello che è la vita di un adolescente. Era bello pensare che non c'erano filtri tra noi, che tutto poteva essere affrontato, anche quando si trattava di emozioni come la gelosia o la competizione o la vergogna. Fu il momento nel quale aprii i miei diari segreti, anche le pagine degli sfoghi più puri, alle lettura dei miei amici, convinta che potevano sapere e comprendere.
Il libro di Dave Eggers Il Cerchio mi ricorda quel periodo.
Racconta di un futuro molto vicino nel quale i rapporti umani sono ormai del tutto condizionati da un'unico social  network privato, il Cerchio appunto, al quale tutti sono connessi, non solo per il loro divertimento, ma per lavorare, per gestire  la sicurezza  del proprio quartiere, alla fine addirittura per votare. Le  videocamere funzionano a energia solare, sono sempre attive e  ovunque, possono prevenire colpi di stato (vedi quello che è successo stanotte in Turchia), possono dissuadere dal compiere atti criminali.
Il Cerchio ha bandito l'anonimato degli account e emarginato i troll e coloro che nascondevano la propria identità, è in grado di rintracciare ogni evento significativo della vita dei singoli e tiene costantemente aggiornate le classifiche degli smile e dei frown per ogni profilo, per ogni attività. Gli slogan inneggiano ad una totale trasparenza: i segreti sono bugie, solo condividendo ogni angolo della propria esperienza  ci si può prendere cura uno dell'altro, e se non si è disposti a farlo si commette una trasgressione nei confronti della società.
Non è difficile immaginare che questo conduca ad una forma di controllo totalitario. Mi sono preoccupata perchè, proprio in questi giorni, Google mi sta chiedendo se può unire i dati del mio blog con quelli dell'account Google + ,  non è così inverosimile che già abbia chiaro un quadro delle ricerche e  anche dei miei post pubblici su FB.
Eggers  a mio avviso è geniale nel rappresentare il modo in cui  a questo controllo totalitario ci stiamo tutti sottoponendo in modo volontario, coltivando una ideologia della trasparenza della quale non si notano i limiti e i vincoli. Descrive, attraverso una protagonista che sale progressivamente nella gerarchia del network fino a diventarne l'immagine di punta, il modo nel quale tutto questo processo possa essere convincente e condurre ad una adesione quasi universale.
In una delle scene più coinvolgenti, uno dei soci fondatori del  Cerchio intervista la protagonista che ha commesso una lieve infrazione, documentata da una delle videocamere del network. Vuole dimostrare che la trasparenza "panoptica" è l'unica strada percorribile e indurla ad indossare una videocamera che riprenda e trasmetta in tempo reale ogni sua giornata. Mae si fa convincere: aderire ad un gruppo che pensa di essere sempre dalla parte della ragione, che esalta i successi e sembra perdonare gli errori (a patto che vengano riconosciuti ed espiati) rende sicuri e fa sentire amati.
Per questo mi sono ricordata del nostro periodo "totalitario", che in realtà ebbe una fine abbastanza rapida, e passammo dal gruppo come unica fonte di riconoscimento  a dinamiche  conflittuali. Non ho più fatto leggere i miei diari.
Secondo alcuni autori della psicoanalisi interpersonale (Fonagy Target 1996) la capacità di riflettere sulla propria mente nasce nel momento in cui siamo capaci di nascondere una parte di noi, dei nostri pensieri, alla mente degli altri. Il bambino comprende che tutti abbiamo una mente quando comincia a raccontare bugie, per cui si accorge che la madre non ha il potere di sapere se lui sta mentendo. Il segreto e la bugia, così come il gioco e la finzione, hanno un valore evolutivo, possono essere la base del primo modo di riflettere su se stessi. Quindi della nostra identità.
Se la trasparenza diventa la regola la mia identità viene cancellata.
Ma se l'ideologia della trasparenza prende il sopravvento, in nome della sicurezza, come sta ad esempio avvenendo di fronte al terrorismo, se cerco di nascondermi, se mantengo privato il mio mondo di pensieri ed emozioni,  divento un sospetto.
C'è una idea "geniale" nel libro  che proporrei ai politici del M5S: indossare sempre una videocamera, per documentare la purezza di ogni contatto con i colleghi, con i cittadini e con  eventuali sponsor che volessero avvicinarli per corromperli.  Proverebbero irrefutabilmente di essere diversi da tutti gli altri partiti. Nel libro di Eggers alla fine tutti i politici si piegano a questa innovazione. Chissà se non ci hanno già pensato alla Casaleggio SPA.



lunedì 11 luglio 2016

Aragosta contro Dio

Grazie a mia figlia e a due amici cinefili ho rivisto Dio esiste e vive a Bruxelles (Jaco van Dormael), già apprezzato come mio miglior film del 2015,  e ho scaricato da Google Play The Lobster (Yorge Lanthimos),  entrambi ambientati in una realtà ipotetica e  surreale. I due film  sembrano  interrogarsi e riflettere sui quesiti più profondi della nostra esistenza. Si differenziano però nello stile e nelle atmosfere: per quanto entrambi mostrino una vena umoristica, nel caso del primo si tratta di una ironia leggera, venata di poesia e di speranza, mentre The Lobster risulta cupo, sarcastico e disperato. La fotografia infatti nel primo film è varia, dai grigi ai toni brillanti,  effetto cartoon, mentre nel secondo è giocata solo su  toni grigi e marroni.
Il mondo immaginato dal regista belga è uno scherzo di un dio indifferente ed egoista, ( un grande Benoit Poelvoorde) che scrive  le leggi del suo passatempo ( accusando  Murphy di averlo copiato) , in un gioco crudele nella sua insensatezza, ma non risulta antiumanistico. La recitazione è corposa, scoppiettante  e i personaggi appaiono credibili anche se messi in situazioni assurde. Ea, la figlia di dio, invia   la data della propria morte agli uomini, per costringerli e ripensare ciò che fanno e ciò che possono ancora compiere, senza paura. Le  imprese di alcuni suoi prescelti, ma sempre per  caso, diventano  i vangeli di una nuova era al femminile, con tanto di sfondi floreali,   illustrati  con metafore visive e quadri viventi : "la sua voce aveva un suono simile a  trenta uomini che schiacciano noci" è la frase illustrata di una apostola.
La recitazione di The Lobster è piatta, senza increspature, quasi a sottolineare la distanza tra  un'apparenza di senso e le scelte invece assurdamente insensate che i personaggi  compiono. Anche gli ambienti fin troppo normali contrastano con le scene di aggressioni e violenze. Nel mondo distopico di Lanthimos le leggi, create dagli uomini,  sono volte a realizzare non si sa bene quale utopico regolamento delle relazioni umane, del quale non si comprende lo scopo. Il protagonista costretto a trovare una compagna, perchè non si può rimanere single,   sceglie di corteggiare proprio una donna "crudele", adeguandosi, anche se per finta, alla sua crudeltà e ne rifiuta invece un'altra perchè non ha i capelli corti. Un Colin Farrel vuoto, sempre uguale a se stesso, si dovrebbe innamorare, uccide, scappa e alla fine, forse, si rende cieco.
Pur essendo simili nel tentativo di interrogare lo spettatore in modo  filosofico i due registi si distanziano nel tipo di umorismo, tenero e solidale quello di Van Dormael, grottesco e distante, fino ad essere freddo, quello di Lanthimos, e divergono nell'idea di una umanità, frutta di uno scherzo, ma disponibile a mettersi in gioco e a ritrovarsi,  e invece nella rappresentazione di una umanità costretta da regole e principi sociali dai quali non si riesce a fuggire neanche quando si scappa. Un mondo di speranza, anche se confrontato con l'illusione di una Provvidenza che non è altro che un inganno, contro  un mondo disperato, che l'amore non salva, perchè è la violenza a vincere comunque.
Se dovessi scegliere, vivrei a Bruxelles.

lunedì 20 giugno 2016

Brasil (tres)

Salvador de Bahia 6-7-8 maggio

Arriviamo all'aeroporto di Bahia nel primo pomeriggio e ci accoglie un tassista che nel tragitto ci fa notare, orgoglioso, il tunnel di bambù che copre il tratto iniziale della strada per la città: i fusti  si intrecciano a formare un tetto verde giada.
La pousada che abbiamo scelto è magnifica: piena di arte: quadri, statue, teli artigianali dipinti. Ha un ingresso con una piccola fontana al centro, contornata da piccole palme, un  ampio patio con un lucernario in alto. Le camere sono disposte sul loggiato.

Entriamo nella nostra camera che ha un letto a baldacchino, con il velo in pizzo macramè e la struttura in ferro, anche le coperte sono di pizzo bianco. Le pareti sono colorate di giallo e in fondo c'è un terrazzo con la vista sul mare. Ci cambiamo ed usciamo ad esplorare il quartiere Pelourinho, nella piazza principale c'era il palo, da cui il nome del quartiere, al quale venivano legati gli schiavi per essere fustigati. Salvador è una delle città più antiche del Brasile e la sua storia è legata in modo profondo alla tratta ed allo sfruttamento degli schiavi. La popolazione è ancora oggi a maggioranza nera e mulatta,  a differenza di Rio, dove ci sono anche molti bianchi. Andiamo a visitare la Fondazione Jorge Amado, uno dei primi autori che ho amato nella mia adolescenza. Gabriela, garofano e cannella è stato il libro che mi ha introdotto ad una sensualità giocosa e solare. Ci sono infatti le edizioni dei suoi libri e molti ricordi, la sua macchina da scrivere, le camicie, molte foto. Guardiamo anche un filmato sulla famiglia della moglie, Zelia Gattai, figlia di un anarchico italiano della Colonia Cecilia. Arriviamo fino alla piazza di San Francesco e mangiamo dei "acaraje", cibo di strada molto buono, una specie di calzoni fritti, ma con la pasta di fagioli e il ripieno di gamberetti. Lo servono le donne con i tipici costumi "bahiani", cioè abiti per lo più bianchi, con una sottogonna steccata che rende enormi i fianchi, già  generosi, di tessuto lavorato con  ricami e pizzo.
Nella piazza del Pelourinho entriamo nel Teatro SENAC, dove si esibisce una cantante che fa  una musica tra il dub e la musica popolare brasiliana Soraia Drummond. Siamo un po' stanchi e torniamo alla nostra Pousada, sulla strada ci fermiamo a mangiare al Ristorante Do Carmo ed assaggio il salmone alla maracuja, un mix dolce-salato insolito ma buono.
La colazione che troviamo al nostro risveglio ci stupisce: tanti dolci fatti in casa, frutta, succhi, tapioca, formaggio e pao de quejo. Il tutto in piatti coperti con tessuti sgargianti. Riprendiamo la visita proprio dalla Chiesa con il convento Monte Do Carmo. E' una chiesa poco visitata, ma molto suggestiva, soprattutto il chiostro interno e la balconata dell'organo. Nella chiesa i  giorni della Passione sono illustrati in nicchie con statue del Cristo,a grandezza naturale, in legno  Quando scendiamo nella parte dei refettori e delle camere del convento scopriamo la facciata posteriore, nera di muffa. Scendiamo di nuovo nella piazza del Pelourinho e visitiamo la Chiesa Nossa Senhora do Rosario Dos Pretos. La sua storia è particolare, perchè è l'espressione della comunità dei neri, costruita con le loro mani, letteralmente, una volta che finivano di lavorare per i loro padroni. E' una chiesa dai colori pastello, giallo e azzurro, le pareti interne sono decorate con le azulejas che illustrano episodi dei santi e alcuni cartelloni illustrano la sincreticità tra i santi cristiani e gli orixà. Cominciamo così a conoscere questa particolare forma religiosa di Bahia, il candomblè.
 Continuando la visita ci ritroviamo nella piazza principale, cerco di entrare nella Cattedrale e un giovane ci ferma per chiederci se vogliamo essere guidati in una "visita comunitaria". Comprendiamo che si tratta di una cooperativa di guide che si finanziano e danno aiuti con i ricavi delle visite turistiche. Ci spiega, in portoghese, che il quartiere Pelourinho, che una volta era il centro dalla architettura coloniale delle famiglie più ricche e aristocratiche di Salvador, dai primi anni del XIX secolo era  decaduto e le case erano state occupate, come descrive anche Jorge Amado, dalla popolazione povera, con prostitute e criminali. Da circa venti anni invece le case sono state comprate dallo Stato e rimesse a posto (ancora non tutte e vivido è il contrasto tra i colori pastello e il nero delle case ancora in attesa di restauro). Lo Stato ha poi reso le case a chi dimostrava di utilizzarle per attività turistiche, progetti artistiche e di recupero sociale. Quindi la nostra visita comunitaria andrà ad esempio a finanziare una scuola di danza, che Peter ci fa visitare, che ha lo scopo di fornire attiività alternative ai bambini in situazione di disagio. Peter vorrebbe farci visitare il mercato nella città bassa, ma io gli chiedo di poter vedere la Cattedrale, che purtroppo risulta chiusa, e la Chiesa di San Francesco, un esempio stupendo di barocco, ornata di foglia oro e statue che uniscono particolari occidentali e arte india.
Peter ci accompagna poi a vedere il Lacerda, un ascensore costruito nel 1873 in stile decò, da un commerciante, per collegare la città alta con la città bassa. E' alto 73 metri ed è uno dei punti più caratteristici della città anche per la vista che si può godere. Nella città bassa Peter ci accompagna, con l'autobus pubblico, al mercato "vero" di Sao Joaquim (non quello dove vanno i turisti comuni e che noi visiteremo a sua insaputa nel pomeriggio) . In effetti è una esperienza  così vera che mi ripropongo di non mangiare più nei ristoranti. Peter ci dice che è qui che si riforniscono infatti alberghi e locali ed io intanto osservo che la carne è esposta senza nessuna vetrina e tanto meno nei frigoriferi, le mosche si aggirano tranquille sui tagli  e nel reparto del pesce non riesco neanche ad entrare per l'odore, diciamo fortissimo, che emana.
Un po' meglio va con la parte del mercato dedicato alla frutta ed alla vedura: ci sono specie che non ho mai visto, una varietà incredibile e molto bella di colori e forme. C'è poi anche un reparto dedicato alla religione candomblè: statue, abiti, arredi e tamburi. Peter ci invita ad una cerimonia che si terrà proprio la sera stessa, insiste ancora sul fatto che non si tratta di un evento per turisti e che saremo solo poche persone esterne ad assistervi, perchè ogni "terreiro", cioè la comunità riunita intorno ad un "pae do santo" o a una "mae do santo", tiene molto a mantenere una certa riservatezza sui propri riti. Discutiamo se andare, ma alla fine la curiosità prevale. Però il racconto della cerimonia merita uno spazio a parte.
La domenica andiamo a visitare Itapuà, una spiaggia di palme, mare limpido, sabbia dorata e brezza leggera, sembrerebbe un luogo comune se non fosse proprio così. L'usanza qui è di pagare non le sdraio, ma la consumazione di un piatto con petto di pollo grigliato e boulinho di gamberoni, accompagnati da farafà e salse piccanti, riso e patate. Passiamo una giornata rilassante a leggere e chiacchierare, facciamo anche il bagno perchè l'acqua è abbastanza calda. In serata andiamo a sentire musica dal vico alla Cantina da Lua dove suona un gruppo con un front man ambiguissimo e  molto simpatico, gli Azucar.

giovedì 9 giugno 2016

Le donne di Virzì e quelle di Almodovar

Mi è piaciuto il film di Virzì su "La pazza gioia" .
Già il titolo suggerisce diversi aspetti: è una espressione che indica una contentezza estrema, ai limiti  della follia. Oppure può  essere riferita alla gioia della follia, a quel divertimento che può esserci nel sovvertire le regole, nel fare per una volta qualcosa di strano,  diverso dalla quotidianità. In realtà la "pazzia" vera, la malattia mentale,  non è affascinante, non è una condizione da invidiare, non è genialità. La follia è soprattutto sofferenza, contrariamente ad una certa retorica, non rende le persone migliori, non sempre almeno. Beatrice e Donatella  sono "malate", tristi fino a pensare che nulla valga la pena, emaciate per il rifiuto di vivere o incostanti e invadenti, presuntuose e illuse, che non vedono la realtà. Virzì si è consultato con professionisti del settore, ha visitato i centri di salute mentale, e,  ancora più interessante, ha scritturato come attrici persone che hanno partecipato alle attività teatrali di una cooperativa collegata al DSM di Pistoia, per recitare se stesse. Ad alcuni  (http://www.psychiatryonline.it/node/6283) il finale del film appare troppo buono, positivo, avrebbero preferito un finale più drammatico ed aperto.
A mio avviso invece Virzì, con il fondamentale aiuto della Archibugi, che ha collaborato alla sceneggiatura, riesce a non presentare solo dei quadri patologici, nè ad indicare una soluzione facile, ci racconta due persone complesse, donne che ragionano e scelgono, che amano, che possono sentire sintonia tra loro anche se distanti, che possono aiutarsi e sostenersi, donne come noi.
Donatella è una ragazza segnata da una famiglia scombinata, che si trova a confrontarsi con una maternità capitata per caso. Beatrice è una signora di buona estrazione, la cui fragilità la induce a travestirsi da dispensatrice di consigli e soluzioni, fino a negare la realtà del rifiuto da parte della persona amata. Bellissima anche la recitazione delle attrici, la simpatia della Valeria Tedeschi e la fragilità della Ramazzotti. E' un film  che fa ridere e riflettere, in un modo che definirei  antiromantico e antiretorico.
Invece il film di Almodovar non mi ha appassionato.
Segue una traccia, che, anche se è ispirata ai racconti di Alice Munro, è la stessa, ma meno potente, di altri suoi film. Le donne in primo piano, come spesso nei film di Almodovar,  sono una madre e una figlia, con un mistero da scoprire.
C'è una foto fatta a pezzi, un incontro che riapre improvvisamente una ferita lontana, un segreto da rivelare, per poi scoprire che invece proprio quel segreto non era più tale. Potrebbe funzionare ed invece non sono riuscita a sentirmi coinvolta. L'idea, affascinante e profonda, dell'ombra del genitore che ricade sui figli ("volevo evitare che tu ti sentissi  come me ed invece scopro che è proprio così che ti sei sentita") viene resa in modo troppo didascalico: il montaggio e la trama del film  appaiono come un susseguirsi di scatole cinesi che si aprono, una dietro l'altra, senza vitalità. Le protagoniste mi sono sembrate bloccate, con una recitazione piatta, di fronte ai drammi nei quali invece sono coinvolte. Dalla scomparsa della figlia, Julieta compra ogni anno una torta per il suo compleanno e la getta poi nei rifiuti: mi è apparso un modo banale per segnare il senso di perdita e l'emergere della rabbia.
Le donne di Virzì si mostrano più frastagliate, non hanno capito tutto, sono inquiete, alla ricerca di qualcosa,  le donne di Almodovar, in questo film, mi sembrano troppo rigide, in molti sensi, con se stesse, con gli altri.
Julieta e Antia sarebbero sane e sembrano malate, Donatella e Beatrice sono pazze e assomigliano a molte di noi.


venerdì 3 giugno 2016

Brasil (dois)

Ancora Rio de Janeiro, 3-4-5-maggio
Ci alziamo con l'intenzione di salire sul Pao de Azucar, non riusciamo ad uscire prima delle dieci per le piacevoli chiacchiere della colazione con Chiara ed un altro ospite della pousada, Sergio, che è in Brasile per un documentario. Scopriamo che ha raccontato la storia di una concittadina che vive da diversi anni in Amazzonia e che ha fondato insieme al marito una scuola per i bambini indios. L'associazione è Vivamazzonia e Giuseppe conosce proprio lei, Bianca Bencivenni, coincidenza che ci colpisce. Il mondo è più piccolo di quanto possiamo immaginare.
Una volta usciti prendiamo la metro, che scopriamo ampia e comoda, anche se l'aria condizionata è al massimo, come in quasi tutti i mezzi pubblici ed i taxi, insopportabile per noi. Arriviamo a Botafogo, da dove dovremmo prendere la funivia per l'escursione sul Pao de Azucar, che però è chiusa, Una ragazza gentile ci spiega che è in manutenzione e ci dà indicazioni per mete sostitutive, ma decidiamo di rimanere sulla piccola spiaggia che è proprio sotto la funivia e scopriamo una  insenatura tranquilla, prendiamo un po' di sole e facciamo anche un (per me breve) bagno. Le onde sono un po' troppo forti per i miei gusti, in fondo si tratta dell'Oceano. Giuseppe compra il cocco, non la noce bruna e pelosa che siamo abituati a vedere nei nostri supermercati,  per bere l'agua de coco.
A pranzo ci spostiamo verso la zona più frequentata ed entriamo in un centro commerciale moderno, comprare è uno dei divertimenti del viaggio: troviamo una guida di Rio in portoghese ironica e inusuale ed io acquisto il mio taccuino di viaggio, una tradizione che ho da molti anni. Mi scrivo piccoli particolari: le ragazze portano pantaloncini corti e calzettoni bianchi di cotone grosso fino al ginocchio, deve essere una moda locale, ma è abbastanza brutta. Sui muri spesso ci sono graffiti, alcuni anche molto belli, a volte servono per indicare negozi o attività. Il numero dei taxi è superiore a quello delle macchine private. Ci sono moltissimi baracchini che vendono cibo da strada: frittelle, pop corn salato o caramellato, spiedini di formaggio e vari tipi di hot dog.
In serata torniamo alla nostra stanza e ci prepariamo per tornare a Lapa, ma il tassista non conosce il locale che cerchiamo e dopo qualche giro a vuoto rinunciamo, mangiamo in un ristorante molto affollato la piquanha brasileira, un piatto di carne alla griglia, accompagnata da fagioli neri in umido, riso bianco e patate, con salse piccanti, una pietanza tipica e molto buona. Non si spende molto per mangiare, in due raramente abbiamo superato i 45 euro. Tra l'altro usano davvero poco il pane di grano e quindi io non ho grandi problemi di contaminazione con il glutine. Scopro che la tapioca (farina di un tubero naturalmente senza glutine) è molto utilizzata per piadine, panini e dolci.
Giuseppe però dopo cena non rinuncia ad un po' di musica ed andiamo in un locale vicino Insensato, per la nostra serata di samba dal vivo. Cerca anche di farmi ballare, ma mi sento un po' in imbarazzo, tutti sembrano ballare molto bene. Decido che a settembre riprenderò un corso di danze latino-americane.

 Il giorno dopo mi sveglio con gli occhi arrossati, ho paura di aver preso una forma di congiuntivite e chiedo a Chiara dove posso farmi vedere. Il Brasile ha un sistema sanitario prevalentemente privato e Chiara mi indirizza ad un ambulatorio poco lontano da Santa Teresa. La dottoressa è molto gentile e ci capiamo usando un po' il mio inglese e un po'  il portoghese di Giuseppe. Per fortuna non è un'infezione, forse le lunghe ore in aereo hanno disidratato gli occhi. Dovrò usare gli occhiali per qualche giorno.
Andiamo a visitare la Escalera Selaron, un'opera naif di un personaggio, carioca d'adozione, che con pazienza ha piastrellato, anno dopo anno, tutti gli scalini di una lunga scalinata del nostro quartiere, l'effetto è bellissimo. Arrivati in cima prendiamo un vecchio tram, che una volta serviva come mezzo ed ora è stato restaurato ad uso dei turisti e che unisce Santa Teresa e Lapa, il Bonde. E' divertente osservare le case di stile coloniale, ce ne sono alcune restaurate con colori pastelli, mentre altre sono ancora in uno stato di abbandono. Il contrasto tra angoli affascinanti e posti degradati è sempre fortissimo.
Nel pomeriggio ci spostiamo sulla spiaggia di Ipanema, quando partiamo c'è un bel sole, ma usciamo dalla metro  ed il cielo si è coperto. Sulla spiaggia non si riesce a stare per il vento, comincia a piovere allora ripariamo in un locale a mangiare "a chilo", cioè possiamo prendere quello che vogliamo da un ampio buffet e paghiamo secondo il peso, una bella idea. Nel pomeriggio riusciamo a stare un po' sulla spiaggia, dove scopriamo che non si paga il noleggio delle sdraio, ma la consumazione. Infine visitiamo anche il locale della Garota de Ipanema, la famosa canzone di Vinicius de Moraes e Tom Jobim. I brasiliani in effetti danno molta importanza alla musica, l'aeroporto di Rio ad esempio si chiama " Tom Jobim" ed anche alcune strade hanno nomi di musicisti.

La sera riusciamo a trovare il locale che cercavamo: Rio Scenarium. E' un bell'ambiente, ampio e arredato con oggetti di modernariato, c'è un piccolo palco per  il gruppo musicale e una pista dove si esibiscono coppie molto impegnate. E' interessante guardarle, ma mi mettono ancora più soggezione.
L'ultimo giorno a Rio inizia di nuovo con la splendida colazione di frutta, dolce al cocco, piadina di tapioca e marmellata e soprattutto succhi di frutta freschi di guaiava, mango, abacaxi, papaya. Lo dedichiamo al Museo do Amanha e a Copacabana. Il Museo utilizza tutti gli strumenti multimediali possibili per interessare al tema della salvaguardia ecologica, a tratti interessante, soprattutto dal punto di vista scenografico, a tratti un po' scontato. Invece Copacabana è diversa da come me la immaginavo. Giuseppe non fa altro che ripetere "Non so se mi rendo conto!" con meravigliato disincanto, mentre io rimango colpita dai grattacieli proprio addossati alla spiaggia, purtroppo, anche oggi, ventosa. Mangiamo ad un chiosco un pesce arrosto che non riusciamo a individuare: sembra un pesce preistorico, con molte pinne dorsali, però la polpa è saporita. Un cantante di strada suona canzoni di Caetano Veloso ed il quadro sembra completo. Mancano le ragazze con il tipico costume brasiliano, ne passa solo una nera e attraente. Nel pomeriggio riusciamo anche a stenderci al sole, poi giriamo un po' nelle strade del quartiere. Ci sono  palazzi eleganti, ma a mano a mano che ci avviciniamo alla favela adiacente, i palazzi hanno dei cancelli blindati, inferriate molto alte e l'eleganza delle recinzioni non riesce a nascondere la paura e l'evidente classismo. Le differenze di ceto sembrano più evidenti  che nella nostra. Serata ancora a Lapa, al Sarau Rio, e finalmente balliamo!





mercoledì 1 giugno 2016

Brasil (Um)

Ci vorrebbe un file musicale per rendere più intensa la descrizione del nostro viaggio brasiliano. D'altronde era la musica il motivo che spingeva Giuseppe a partire: ascoltare la musica dove viene creata, vedere i locali che aveva fantasticato, riuscire casomai ad incrociare qualche musicista conosciuto. Ci vuole anche molto tempo per raccontare, quindi credo che pubblicherò un giorno o due alla volta.

Rio de Janeiro, lunedì 2 maggio.
L'aeroporto non ci è apparso molto confortevole, forse anche per l'orario di arrivo. La prima impressione della città è stata caotica: strade a quattro corsie tra le quali le auto si spostano in modo confuso, anche il nostro tassista fa delle gincane pericolose. Sul taxi le stazioni radio sembrano abbastanza simili alle nostre, qualche canzone in portoghese, molte in inglese. Giuseppe comincia a praticare la lingua, io osservo la teoria di case che si susseguono, alcune molto moderne, altre fatiscenti, sembra che non ci sia una via di mezzo tra i vetri lucidi dei grattacieli e le lamiere delle favelas.

Il tassista ci chiede il numero di telefono della pousada che abbiamo prenotato e chiama per farsi dare indicazioni, così annuncia il nostro arrivo, che non avevo fatto in tempo a comunicare. Ci viene ad aprire Fernando, il nostro ospite, e ci fa  accomodare in una stanza arredata semplicemente, ma con quadri alle pareti e molto colorata. La pousada è nel quartiere di Santa Teresa, un quartiere storico, che è stato "recuperato da pochi anni, Fernando e Carmen hanno completamente ristrutturato gli ambienti. C'è una bellissima terrazza dalla quale si ammira uno scorcio di Rio. Ci invitano a fare colazione e arriva Chiara, una italiana che si è trasferita a Rio per la sua passione per le percussioni. Ora lavora per Carmen e Fernando e fa parte di una delle scuole di samba che organizzano il Carnevale come percussionista. Ci introduce subito al mondo complesso che stiamo per affrontare, ci spiega come muoverci, consigliandoci di usare i taxi che sono economici per noi e più efficienti dei mezzi pubblici, tranne che la metro. Ma per il nostro primo spostamento prendiamo un bus e arriviamo sotto al Corcovado, sbagliando però la fermata, quindi dobbiamo cambiare e prenderne un'altro.
Per salire al Corcovado ed arrivare al Cristo Redetore, prima tappa della visita, prendiamo il trenino che attraversa la foresta (si fa per dire) di Tijuca. Ci sono molti turisti come noi, ma la vista vale la pena. Dalla terrazza si comprende la morfologia della città, dei suoi quartieri distesi o arroccati, nelle valli e tra i Morri (colline), delle coste e spiagge e di fronte l'Oceano. C'è il sole, però non fa troppo caldo, in Brasile la stagione ha le temperature di un autunno un po' più caldo del nostro.
Scendiamo in una spiaggia piccola, Urca,  che Chiara ci ha consigliato: la sabbia è granulosa e luccicante, l'acqua abbastanza pulita, ma non ci sentiamo di metterci in costume, pranziamo e cerchiamo un museo che ci ha colpito sulla guida Museo do indio, sulla cultura delle popolazioni che abitavano qui prima della conquista dei portoghesi. Il museo documenta quello che rimane degli indios e soprattutto le loro tecniche di tessitura: ci sono dei campioni molto interessanti di abiti, collane, copricapi, bracciali, peccato che le didascalie siano solo in portoghese. Non ci rimane molto tempo, ma decidiamo comunque di andare a visitare il Museo do Amanha: la struttura architettonica è splendida e all'ora del tramonto in cui arriviamo è illuminata in modo suggestivo di luci giallo-arancio che contrastano con l'azzurro indaco del cielo. Però sta chiudendo e dobbiamo rimandare la visita.
In serata Giuseppe ha già deciso di andare al Carioca da Gema, un locale famoso del quartiere Lapa, dove suonano e cantano artisti di samba e altri generi musicali, si mangia anche abbastanza bene. A Lapa torneremo più volte, perchè la concentrazione di locali di musica brasileira è molto alta, quasi uno ogni dieci metri. La serata merita, anche se io sono molto stanca. Ma è un piacere vedere la pura gioia negli occhi di Giuseppe. Inoltre per ora tutte le mie paure di inizio viaggio si sono, come sempre, dileguate: il viaggio in aereo è andato bene, la città è caotica, ma non sembra pericolosa, la gente ospitale e serena. Siamo stati in particolare fortunati nello scegliere la pousada giusta.

lunedì 7 marzo 2016

Tutte le famiglie si somigliano?

Ci sono ancora persone che pensano e dicono che le coppie omosessuali che vogliono crescere dei figli sono “contro natura”, Alfano non è l'unico, i social media sono pieni di commenti simili in questi giorni.
Al di là della banale considerazione che la famiglia non è un dato naturale, ma una espressione sociale e culturale, una forma antropologica, l'idea che delle coppie omosessuali non possano essere dei buoni genitori risulta un tema di riflessione particolarmente intrigante per una psicologa come me, che lavora con bambini e genitori, tutti i giorni, da molti anni.
Essere figli e diventare genitori (o scegliere di non esserlo) sono esperienze universali e particolari allo stesso tempo: perchè riguardano tutti, ma poi ognuno ha come riferimento la propria singola esperienza.
In qualche modo questo tema appassiona perchè tocca da vicino qualcosa che crediamo di conoscere molto bene, qualcosa su cui ci sentiamo a priori degli esperti.
Questo è così vero che ogni volta che ho visto citare gli studi psicologici che documentano che lo sviluppo psicosessuale dei figli in famiglie omogenitoriali non è sostanzialmente diverso da quello dei ragazzi cresciuti in famiglie eterosessuali, studi che non trovano differenze significative né per quello che riguarda l'orientamento sessuale, né per l'identità di genere (1), questo argomento viene alla fine semplicemente ignorato oppure trattato come un dato relativo.
Nelle opinioni risulta molto più forte e importante il riferimento alla propria esperienza: “io so che se fossi cresciuto da due omosessuali (in base al pregiudizio che ho nei loro confronti) mi sarei trovato male, mi sarebbe mancata la mamma oppure il papà”.
In modo molto evidente, nelle foto e negli slogan sui social media, emerge quanto il vero punto della discussione sia l'impossibilità di concepire che possa esserci un altro modo di essere figli o genitori. Vale lo stesso principio per cui se sono cresciuto con una morale rigida sui rapporti prematrimoniali e non l'ho mai contestata, non concepirò che i miei figli non crescano nello stesso modo o che mia moglie possa avere una morale diversa.
Non serve quindi a quasi niente ricordare ancora una volta gli studi che rilevano che oltre il 90% dei figli di famiglie omogenitoriali ha un orientamento eterosessuale, una percentuale sovrapponibile a quella dei figli delle famiglie eterosessuali.
Si tende a usare “naturale” come sinonimo di ciò che ci è stato trasmesso, senza che ci sia bisogno di spiegazioni e pensiero critico, ciò che assimiliamo all'interno di relazioni importanti e fondanti la nostra stessa identità.
Uno dei training fondamentali per diventare psicologo clinico e psicoterapeuta consiste nella ricostruzione della propria storia personale e familiare attraverso il confronto critico con uno psicoanalista, uno psicoterapeuta o un gruppo di pari che analizzano insieme il proprio “genogramma”. Chi si trova a doversi confrontare infatti con le patologie delle relazioni familiari o con la sofferenza mentale del singolo ha bisogno di vedere da una prospettiva critica prima di tutto la propria storia, per non assolutizzarla e non farla diventare il metro con la quale giudicare quella degli altri.
Non so come sia possibile far sperimentare lo stesso decentramento a chi sostiene con tanto vigore e furore propagandistico che non può esistere altra famiglia oltre a quella che lui stesso ha conosciuto.
Spesso le convinzioni ed i pregiudizi sociali cominciano a modificarsi solo nella estensione del fenomeno, solo quando cominceremo a conoscere davvero figli cresciuti da coppie omogenitoriali e ci troveremo a conversare, fuori dalla scuola, aspettando i pargoli nel giardino, con il papà o la mamma della coppia che prima guardavamo con sospetto e scopriremo che hanno le stesse nostre esperienze, le stesse paure, le stesse emozioni.
Forse semplicemente dovrà succedere che nostro figlio ci confessi che ama un uomo e che vorrebbe avere un figlio oppure che nostra figlia si innamori di un ragazzo cresciuto da due mamme.
Poco meno di 40 anni fa anche chi era contrario al divorzio sosteneva che i figli dei genitori divorziati erano destinati ad essere tutti sofferenti. Mentre i fattori che influenzano la serenità dei figli sono molti e presenti sia nelle coppie sposate che separate: ad esempio il livello di conflittualità espressa o repressa tra i genitori, oppure la depressione o un altro disturbo psicopatologico, ma non la separazione in sé.
Anche per l'aborto ci fu una forte mobilitazione contraria e molti fecero previsioni catastrofiche sull'uso che le donne ne avrebbero fatto. Invece il numero di aborti è costantemente diminuito e si è dimezzato rispetto ai primi anni dall'approvazione della legge 194/78. Secondo il rapporto del Ministero della Salute del 2013 in Italia abbiamo uno dei tassi di interruzione di gravidanza più bassi tra quelli dei paesi industrializzati.
I cambiamenti del costume sociale non saranno ostacolati dalle opinioni di chi cerca di conservare ciò che appare “naturale” solo perchè è consuetudine, i cambiamenti avverranno comunque, è bene quindi che il legislatore possa intervenire per regolamentare le nuove relazioni sociali che si creano. Vietare o non riconoscere alcuni diritti, che corrispondono a una diversa tipologia di relazione familiare, non serve e alla lunga crea solo ulteriori disfunzioni e ingiustizie. Invece regolamentare aiuta a definire meglio i limiti e le responsabilità dei singoli verso il corpo sociale.
E' una realtà sociale l'esistenza di coppie di donne che hanno avuto un figlio ed è il figlio a soffrire della mancanza del diritto di essere accudito da una delle sue mamme.
E' anche una realtà che il fattore che ostacola sia lo sviluppo dei figli di coppie divorziate, sia le donne che si assumono la responsabilità di un aborto, sia i bambini che vivono con coppie omogenitoriali è rappresentato dallo stigma sociale. L'intolleranza, il giudizio morale, la discriminazione rappresentano i veri fattori di rischio di un sano sviluppo.
La famiglia è una costruzione sociale e culturale, così come l'idea di maternità o di paternità. Ha dei vincoli biologici che sono determinanti per lo sviluppo dell'individuo, ma altrettanto determinante è il significato psicologico individuale, sociale e culturale che viene dato al vincolo biologico. (Tra parentesi gli studi di gender si occupano di approfondire le variabili implicate nella definizione di maschio o femmina, non sono una ideologia, ma un campo di teorie e osservazioni molto complesso).
Un grande scrittore diversi anni fa sosteneva che tutte le famiglie felici si somigliano, mentre ogni famiglia infelice lo è a modo suo.
Però ogni storia familiare può essere felice o infelice a modo suo, l'importante è capire come lo è diventata, felice o infelice, non giudicarla in base a norme e verità che probabilmente nessuno può detenere.


1 26 studi esaminati da Prati e Pietrantoni (2008) sulla Rivista Sperimentale di freniatria, 77 studi scientifici Individuati nell’ambito del progetto Whatweknow della Columbia Law School di New York, 150 studi presi in esame dal report Patterson (2005) presente sul sito della American Psychological Association.

giovedì 7 gennaio 2016

Della difficoltà di sorprendersi.Bilancio delle letture dell'anno 2015


Il segno degli anni che passano si avverte quando  l'esperienza del rimanere sorpresi o affascinati comincia a diventare più rara.
A volte anche la ricerca di esperienze del passato, che si ricordano influenti e coinvolgenti, può essere deludente.  Quando si prova a ricreare la sensazione dell'avventura che si  è vissuta leggendo un libro magnifico, che ci ha aperto riflessioni e considerazioni sull'esistenza, sulle relazioni umane, sulla politica, sulla psicologia e sull'amore, un libro che abbiamo commentato insieme agli amici più cari e discusso con l'insegnante mentore della nostra adolescenza, un libro come  La montagna incantata di Thomas Mann (diventata magica nella  nuova traduzione di Renata Colorni) e si scopre invece di annoiarsi nelle lunghe riflessioni filosofiche, di trovare i personaggi un po' troppo statici e di scoprire che il filosofo Naphta con il quale mi immedesimavo un po', per polemica con il mio più caro amico, che invece difendeva Settembrini, ci appare triste e patetico,  allora  si avverte che gli anni della giovinezza sono davvero lontani.
Allora scegliere le letture e gli autori dell'anno diventa meno immediato, più elaborato.
Alcune importanti delusioni sono stati gli ultimi scritti di  Kundera, Dell'insignificanza e di Houellebecq, Sottomissione,  (qui kundera e qui sottomissione  i motivi della mia disapprovazione) alle quali forse aggiungerei anche Yehoshua, con La comparsa, che ho letto in questo ultimo mese. Yehoshua racconta il ritorno di una musicista, una suonatrice d'arpa, a Gerusalemme, per aiutare il fratello a prendersi cura della madre. Per lei rappresenta l'occasione per riconsiderare le sue scelte, mentre aspetta la decisione della madre e lavora come comparsa in alcuni spettacoli. Però qualcosa di questa storia rimane in sospeso, troppo accennata e irrisolta. Il registro di Yehoshua è quello di rimanere nella quotidianità, nella assenza di drammaticità, ma questa volta il piano narrativo si trova in un'area grigia, piatta.
Mentre la quadrilogia de  L'amica geniale di Elena Ferrante mi è piaciuta molto: la storia della amicizia tra le due protagoniste mi ha tenuto impegnata per alcuni mesi.  (ne parlo qui elena ferrante ) L'ultimo libro, Storia della bambina perduta, è stato inserito dal New York Times nei 10 miglior libri del 2015.
Si tratta di un racconto di formazione dalle note nostalgiche, credo che sia entrato in sintonia con la riconsiderazione della mia formazione, della giovinezza, di ciò che poteva essere e di ciò che invece è stato, delle relazioni che sono state significative, di quelle che invece avrebbero potuto esserle e che invece sono state dimenticate, interrotte, disciolte.
Almeno  Marias con Così ha inizio il male  non è stato una delusione, anche se non è certo il livello di altri suoi libri. La cifra stilistica del ragionamento psicologico, la narrazione che spiega le premesse e le catene dei pensieri e le conseguenze delle decisioni dei personaggi, in una sequenza fluida di periodi a volte lunghissimi, in alcune pagine non rende a pieno l'intensità della storia, ed io lettrice mi interrogavo su quando si sarebbe avuta la svolta che tali ragionamenti presupponevano. Però ad un certo punto la rivelazione avviene e tutto l'intreccio acquista un senso salvando il romanzo in una sorta di ultima chance.
Ma quello che ha davvero risollevato il mio anno di lettrice è stato il fascino dei racconti  sull'Est Europa.
Il Nobel della letteratura a una giornalista scrittrice, Svetlana Aleksievic,  che in questi ultimi anni ha indagato la realtà dell'ex impero sovietico con spirito critico, è una di quelle coincidenze che a volte mi  capitano. All'interno del mio mondo di letture ce ne sono state diverse che parlano direttamente o indirettamente della storia della Russia e dell'est europeo nel XX sec. Limonov di Carrere , Vita e Destino di V. Grossman. ed  anche Tempo di seconda mano della Aleksievic.
Non so come mai amo tanto la Russia, forse il mio amore è cominciato da Dostoevskij, nell'anno in cui sono riuscita a leggere tutte le sue opere e sono andata in  viaggio  a Mosca e a San Pietroburgo.
Il più bello tra questi è sicuramente Vita e destino. Nelle prime pagine si fatica ad orientarsi e si ha bisogno di una guida, una traccia che spieghi chi sono e dove vivano i personaggi. Poi però tutto si fa più chiaro e fluente e si inzia a comprendere che il senso del racconto non sta in un'unica storia, ma nel parallelismo delle varie vicende, che a volte sono davvero solo di poche pagine. Ci sono personaggi che appaiono per un solo episodio, altri che invece seguiamo dal'inizio alla fine di una vicenda un po' più lunga, ma l'autore non si sofferma ad indagare psicologicamente solo uno di questi personaggi. E' come se volesse davvero riuscire a rendere contemporaneamente tutte le sfumature infìnite delle vite che si sono manifestate in quegli anni di guerra.In Russia sono gli anni dell'affermazione dello stalinismo e poi dell'assedio di Stalingrado, ma c'è spazio anche per i campi di concentramento nazisti e per la descrizione della vita dei soldati, da quelli semplici ai maggiori, dagli eroi agli ipocriti, dai nemici tedeschi ai russi e agli ebrei.
E' un romanzo di popolo che va oltre le barriere del solo popolo russo, è un romanzo corale, un vasto affresco dell'umanità. Non è comparabile ad un ritratto rinascimentale, ma ad un affresco del Masaccio, con l'intera gamma umana, dai nobili ai popolani. Narra il ciclo delle vite e delle morti, che a volte hanno un senso ed a volte invece appaiono oscure, senza luci e significati, ma che fanno parte comunque del destino della umanità.
Quindi il mio bilancio assegna a pari merito una menzione di libro dell'anno a L'amica geniale e a Vita e destino.
Nel Museo Donnaregina di Arte Contemporanea  a Napoli c'è una installazione video di David Robbins "TV family", una sorta di soap opera di arte contemporanea, nella quale due attori di "Un posto al sole", insieme ad altri attori di teatro, attraverso una sceneggiatura da serie televisiva conversano di filosofia (UPAS al MADRE).  I dialoghi surreali, perchè non realistici, ma allo stesso tempo profondamente veri, perchè presentano le questioni dell'esistenza di ognuno, che intavolano gli attori, a me così familiari, della serie UPAS, mi sembrano adatti a chiosare questo mio bilancio. Teresa/Carmen Scivittaro dice a sua nipote: passiamo il tempo a soffrire per amore, ma  l'amore è solo un modo per continuare la nostra specie.