mercoledì 7 febbraio 2018

Poesia senza fine (o dei miti fondativi)

I film di Jodorowsky sono dei sogni, dei bellissimi, incredibili sogni messi in scena.
Come nei sogni,  Jodorowsky non si preoccupa della trama, crea immagini surreali, che possono avere più significati.
Solo dopo averlo visto ho  guardando il cast degli attori: il protagonista del film Poesia senza fine (2016), Adan Jodorowsky,  è il figlio del regista,  mentre il nonno paterno è interpretato da Brontis Jodorowsky, il figlio maggiore.
Adan poi è lo stesso che aveva interpretato, da bambino, un altro inquietante film di Jodorowsky, Santa Sangre (1989), incentrato su una  storia familiare  tra Edipo e Lady Macbeth.  Le  immagini di quel film mi hanno perseguitato, come una sorta di sogno ricorrente, dal quale non ci si può liberare: la donna senza braccia cui il figlio presta le sue era un simbolo potente del rapporto madre-figlio.
Nei film di Jodorowsky arte e vita si incrociano in un magma particolare.
In Santa Sangre ad esempio Adan interpreta il protagonista bambino e Axel, un altro figlio del regista, ha il ruolo del protagonista adulto.
 Ho trovato il DVD di La danza della realtà (2013) solo nella versione spagnola, quindi non sono certa di aver compreso tutto, ma le immagini, i colori, la recitazione enfatica, mi hanno aiutato a capire la trama e sono in se stesse godibili. E' la storia del proprio padre, interpretata da Brontis, una storia di riavvicinamento e confronto. Bellissima la scelta, che poi si ritrova anche in Poesia senza fine, di far recitare  la madre cantando, come fosse un'opera lirica, un melò.
Poesia senza fine appare come il film più compiuto, che continua il racconto autobiografico iniziato nel La danza della realtà, narrando la giovinezza del regista, l'inizio della sua carriera.
Se in Santa Sangre il tema principale era quello del rapporto del figlio con sua madre, un rapporto pienamente edipico, che condiziona tutte le sue relazioni d'amore e lo porta alla follia, in Poesia senza fine Jodorowsky invece presenta come tema principale la sua ispirazione, il suo desiderio di diventare e poi essere un poeta della vita, tagliando alle radici il suo rapporto con la famiglia. La metafora viene resa viva nel taglio dell'albero,  una delle scene più belle e intense del film.
Racconta il  rapporto con le muse ispiratrici e con gli altri poeti, con gli artisti del suo tempo, come i danzatori simbiotici,  la ricerca di un modo per sganciarsi dai fantasmi familiari, ma soprattutto si domanda  cosa significhi creare, quali fantasmi si risvegliano.

Una famosa psicoanalista, Selma Fraiberg, parla dei fantasmi dei genitori nella stanza dei figli. I ricordi non ricordati dei genitori si attualizzano nella relazione con la prole: ciò di cui si è avuto paura, ma non si è potuto parlarne,  si può vedere con terrore nei propri figli. Ciò a cui si è aspirato, ma non si è seguito, i propri figli lo assumono come un compito.
Jodorowsky fa vivere direttamente i suoi fantasmi ai figli-attori, Brontis, Alex, Adan, sono i suoi alter ego o quelli di suo padre. non  nega le paure e le aspettative, non li nasconde, li trasforma in magnifiche scene colorate, piene di musica e sangue e corpi nudi.
Chissà che effetto ha fatto a loro rappresentare il proprio padre, le sue aspirazioni, il suo talento?
Se la messa in scena  è anche un percorso terapeutico, chissà  se far rappresentare i propri fantasmi è servito anche ai suoi figli per elaborare i conti con lui?
Brontis nell'ultima scena di Poesia senza fine  si toglie la maschera del nonno, torna ad essere se stesso?
Fa riflettere che l'unica che si sia tenuta fuori dallo psicodramma familiare sia la figlia femmina, Eugenie, ci si può chiedere se la sua partecipazione sarebbe stata troppo vicina ad attualizzare i fantasmi edipici, l'amore verso il padre, l'amore del padre per lei. Se il regista l'avesse scelta per rappresentare la propria madre, sarebbe stato troppo rischioso: in Poesia senza fine l'attrice che interpreta la madre è la stessa che interpreta Stella, la poetessa-musa ispiratrice-amante di Alejandro.
Allora, sullo stesso piano dei sogni, ciò che il regista crea sono dei miti, delle leggende archetipiche, attraverso immagini immediatamente fruibili, ma anche infinitamente interpretabili, che pongono domande su ciò che è la vita, la morte, l'amore, la creazione artistica.

Quando riusciamo a trovare, nelle nostre piccole vite, la scintilla che le rende uniche, ma anche universali, vicine a quelle di tutti gli uomini, e la raccontiamo a noi stessi, ai nostri amici, al nostro psicologo, non stiamo anche noi costruendo un mito?
Freud e Jung hanno creato le proprie complesse teorie psicoanalitiche a partire dai propri sogni.
Jodorowsky ed i grandi artisti hanno il talento di riuscire a comunicare a noi tutti  i propri miti fondativi.



martedì 16 gennaio 2018

La crisi del giudizio, personale ed opinabile. Cinema 2017.



A venti anni sembra di avere ogni possibilità aperta: poter essere chiunque,  diventare chiunque, scegliere qualsiasi strada si desideri.
A cinquanta  molte strade si sono chiuse, sono diventate impervi sentieri di montagna, dai quali si può solo guardare indietro, in basso. Se va bene si ammirare il panorama, altrimenti si è circondati da nuvole tristi.
Davanti alla finestra nella mia stanza da studentessa universitaria guardavo le persone che passavano frettolose in strada, nei loro vestiti leggeri. Preparavo uno dei miei primi esami di psicologia, mi sentivo entusiasta di quello che stavo studiando e piena di voglia di imparare e di conoscere. Credevo fermamente di avere un futuro splendido davanti a me.
Oggi quello che leggo raramente mi entusiasma, ho come l'impressione di non trovare più qualcosa che possa appassionarmi. Anche le persone hanno smesso di sorprendermi, pur trovando ancora interessanti le loro storie. Il futuro non mi appare splendido, a volte quasi non appare.
Ancora stilo liste di libri che ho letto e che mi piacerebbe leggere, così come scrivo liste di film che ho visto e quelli che ancora mi mancano.
Mi piaceva fare classifiche, dare giudizi, scegliere, ora non mi risulta più così invitante.
Sono già due settimane che apro e chiudo questo post su blogger, alla ricerca di una ispirazione che mi convinca, di una trama che unisca le mie scelte, di un pensiero unitario, che dia un senso.
Invece niente. 
Ho guardato e riguardato la mia lista di film del 2017, sono 45 quelli che ho ritenuto meritevoli di entrarvi, di questi solo 18 sono quelli visti al cinema (ho escluso però i documentari del Clorofilla film festival, che meriterebbero un esame a parte). Ne seleziono 10 dalle ultime uscite. ma non li metto in ordine, è solo  un piccolo mosaico di suggerimenti, per chi li avesse persi.

Silence, di Martin Scorsese è un film sul proselitismo, sullo scontro tra culture, direi, più che sulla religione. Una bellissima fotografia mostra un Giappone inedito, con una natura spaventosa almeno quanto le pratiche terribili della tortura. Mi ha lasciato un senso profondo di incompiutezza: nonostante il tentativo di rendere la profondità della fede, coltivata nel silenzio,  il contrasto con la messa in scena della violenza mi è apparso eccessivo.

Il padre d'Italia, di Fabio Mollo, ha come tema quello di assumersi la responsabilità o di fuggire dalle responsabilità. Racconta le scelte di chi vuole un figlio e la legge non lo permette, e di chi lo ha ma non sa come crescerlo. Segue in Paolo il desiderio di diventare un padre, con delicatezza, con intensità, senza giudicare nessuno. Mentre Mia fa i conti con la sua famiglia. Insieme percorrono l'Italia. 

Un film che non ha tesi e che andrebbe fatto vedere a chi invece di tesi ne ha fin troppe, sul "gender" e sull'essere "bravi" genitori.

Arrival, di Denis Villeneuve. Non ci pensiamo spesso, ma uno dei presupposti della comprensione umana è quello di condividere lo stesso corpo, lo stesso ambiente. Mangiare è una delle parole più facile da mostrare e da poter comprendere, ma come si comunica con una specie che ha un corpo diverso dal nostro, con il quale probabilmente non condividiamo nessun tipo di esperienza sensoriale?
Eppure si parte dai sensi, quelli più primordiali: Louise mostra le sue mani.
Anche gli alieni mostrano le loro estremità in  un gesto simile: attraverso il vetro, ancora una volta, si ripete il gesto che unisce le mani di Adamo e  di Dio 

Paterson, di Jim Jarmush, è un film sulla poesia, in cui la parola è una protagonista, anche dal punto di vista visivo. Le parole scorrono sullo schermo, in lingua originale, si sovrappongono alle immagini, cercano un loro posto. Le parole, che il protagonista non usa molto nelle sue interazioni con gli altri, sono invece il punto centrale della sua vita quotidiana: mentre guida, mentre osserva, mentre ascolta la moglie, le parole ritornano e si sistemano in versi, trovano il posto e danno un posto alle sue esperienze e alle sue emozioni.


Il cliente, di Ashgar Farhadi,  è un film sulla vergogna nella coppia. Perché  è la vergogna che impedisce di parlarsi, è la vergogna che spinge a cercare la soddisfazione di una riparazione. La messa in scena de La morte di un commesso viaggiatore fa da controcanto all'azione, come nel film di Truffaut, L'ultimo metrò. Il ritmo è un po' lento, per noi abituati oramai a messe in scene più veloci, ma ogni pausa è pensata ed utile.


Indivisibili, di Edoardo De Angelis. Una sceneggiatura inquietante porta alla ribalta un mondo periferico, che si fatica a riconoscere, ma che è ancora vitale e ricco. Personaggi che sono descritti con pochi tratti riescono ad essere credibili. Le due attrici protagoniste della simbiosi davvero molto brave. Commoventi senza retorica. Da notare anche la fotografia un po' sporca, sui toni del blu, malinconica.


Ammore e malavita, dei Manetti Bros. Un musical? Una commedia? Una storia d'amore? Un film di costume? In ogni caso divertentissimo, surreale e convincente, con attori fantastici e trasfigurati rispetto ai loro soliti ruoli. Una vera sorpresa.


L'insulto, di  Zlad Doueiri, è una  storia forte, con un tema di quelli che mettono in gioco passioni, ferite, ingiustizie, schieramenti. L'eterna questione medio-orientale è presentata da una prospettiva diversa ed il colpo di scena finale fa riflettere. Anche in questo film libanese, come in quello iraniano, la recitazione ha dei toni teatrali, misurati e intensi.

Risultati immagini per 50 primavere
The place, di Paolo Genovese. Quando in un film conta più l'idea che la messa in scena: cosa sei disposto a fare per raggiungere ciò che desideri? Ad ogni desiderio corrisponde un prezzo e  un cambiamento inaspettato. Mastandrea impenetrabile più del solito. Dialoghi a volte un po' forzati, ma nel complesso interessanti.


50 Primavere  di Blandine Lenoir è un film sulle donne, scritto da una donna, che si interroga su cosa diventano le donne quando non hanno più le mestruazioni. Ad un certo punto alla televisione viene mostrata una stampa ottocentesca della scala delle età: mentre l'uomo a 50 anni è rappresentato solo e in atteggiamento soddisfatto, la donna invece è rappresentata  sempre insieme ad un uomo o ai figli e ai nipoti. Gli uomini definiscono il proprio destino, la donna si definisce in relazione. Davvero? Aurore sembra aver voglia di buttare tutto all'aria, figlie comprese, e per questo mi ha convinto.


Ho letto che nel 2017 i film italiani non hanno avuto un successo di pubblico. Mi chiedo però se non sia anche un problema di distribuzione. Dai siti di cinema che frequento vengo a conoscenza di film  proiettati solo in poche sale, di solito nelle grandi città, mentre qui a Grosseto due multisale proiettano contemporaneamente gli stessi film da botteghino.


mercoledì 23 agosto 2017

La vita immaginata. Biografie, autobiografie, diari.

Premessa intima
Sto da tempo pensando a (e tentando di)  scrivere una biografia di Matilde. Inevitabilmente si intreccerebbe con il racconto della mia vita, con quella di Valeria, di Osvaldo, dei miei familiari.
Quindi spesso mi interrompo, mi fermo a riflettere sul senso che può avere scrivere storie impregnate dei ricordi e delle emozioni di così tante persone, che ancora vivono accanto a me.
Sul senso che avrebbe per me, per cui la scrittura è sempre stata la principale cura, se non l'unica, e il modo nel quale ho affrontato, fin da adolescente,  dilemmi e tristezze, non ho dubbi.

Nel fermarmi a riflettere incontro racconti di altre vite.

"Gli  anni", di Annie Ernaux, autobiografia  di una generazione.
L'intento è chiaro fin dalle prime pagine, dense di oggetti e di piccoli e grandi eventi, che marcano il susseguirsi degli anni. Il racconto si svolge in prima persona plurale. La scelta stilistica, noi guardavamo, noi compravamo, coinvolge il lettore, più o meno coetaneo, lo rende protagonista, attiva i suoi personali ricordi. Ci si riconosce. Ogni tanto l'autrice descrive una propria fotografia, come un momento nel quale inserire la propria storia, attraverso il racconto di una immagine, che non viene mostrata. Una sorta di disincarnazione della propria presenza. Se i primi ricordi impersonali sono brevi, con il passare degli anni diventano più articolati, implicano riflessioni sulla società ed il costume, sulla politica e l'informazione dei media. Si dispiegano in giudizi complessi, rimanendo all'interno della cifra generazionale. Come se a parlare fosse un intero gruppo, la classe del 1940.

"Il porto di Toledo", di Anna Maria Ortese, autobiografia immaginaria.
Appare come un ossimoro, invece autobiografia immaginaria lo è fin nel profondo il romanzo della Ortese, che richiama la Napoli dei quartieri spagnoli, che interseca vicende reali trasfigurate e passioni durature, come l'amore per la scrittura. L'architettura di  ogni frase, anche quando rischia di apparire antiquata, diventa essa stessa protagonista. Seguire la lingua, le parole assonanti, il suono e il ritmo, le immagini visionarie, come una poesia romanzata, risulta contemporaneamente facile e impegnativo. Si ha l'impressione che non si voglia davvero descrivere, ma soltanto dare una suggestione della propria esperienza, in modo da darle vita attraverso la fantasia, invece che con i dettagli. Non è importante cosa è successo, ma come lo si è sentito e quindi anche immaginato.

"Caduto fuori dal tempo" di David Grossman, diario di un lutto.
Grossman ha atteso sei anni prima di scrivere e pubblicare un libro che riguardasse la perdita del figlio. Dopo tre giorni aveva scritto una lettera di addio bellissima (orazione funebre ). Nella lettera si rivolge al figlio, gli parla come se fosse ancora con lui. Nota che ogni frase che gli rivolge inizia con una negazione. L'universalità di alcuni meccanismi mi ha turbato, anche io avevo scritto una lettera a Matilde, anche io avevo scritto un elenco di quello che non avrebbe fatto.
Il libro piuttosto che raccontare il  lutto di un padre (grossman sullo scrivere il lutto )  mette in scena il percorso necessario al dolore. Mentre lo leggevo, in un unico lungo pomeriggio in treno, vedevo le immagini della ricerca del luogo inaccessibile del figlio, osservavo gli incontri con i viandanti enigmatici, sentivo le parole come se fossero recitate. Mi immaginavo un teatro buio, una scena scarna, i personaggi vestiti di grigio, il colore della polvere, le parole a riempire il vuoto. Il centauro-scrivania è nel suo studio e gli altri sono in movimento sul palco, dei movimenti circolari, senza scopo, senza sosta.
Il lutto è prima di tutto silenzio. Ogni parola pronunciata sembra quasi un'offesa, una arroganza nei confronti di un evento impronunciabile. (Le persone ti dicono di non avere parole e tu rispondi che non ci sono parole.)

Ma uno scrittore deve trovare parole, uno scrittore in lutto non ha altra possibilità che tornare a scrivere.

Ovviamente io non sono una scrittrice. Sono solo una persona che usa la scrittura come un modo per approfondire i pensieri che le circolano in mente, oppure per districare i nodi di inquietudine nei quali si avviluppa. Se mai riuscissi a dipanare la vita immaginata di Matilde, vorrei che non fosse solo quello che è stato, ma quello che avrebbe potuto essere e quello che si sarebbe immaginata che fosse. Quello che noi abbiamo amato e sentito di lei e quello che altri hanno vissuto e riconosciuto. Un'impresa così difficile, da risultare improbabile.


mercoledì 5 aprile 2017

Governare l'incertezza (di elezioni, migranti, buche e psicologia)

Il voto di protesta aumenta in tutti i paesi europei, come ci narrano la Brexit e la corsa alle presidenziali francesi di  Marine Le Pen.
Nelle elezioni  olandesi la vittoria del primo ministro Rutte  ha fermato la destra  radicale,  ma solo con l'affermazione di un partito liberale  moderato.
Nel  voto amministrativo italiano  dello scorso anno molti commentatori hanno giustamente indicato una grande variabilità di risultati. C'è stata la vittoria della Raggi e della Appendino, ma anche quella di Sala, c'è la vittoria di Mastella (la prima repubblica) e la vittoria del centrodestra in alcune città, come a Grosseto,  però anche la vittoria del centrosinistra a Varese, roccaforte leghista, infine  ci sono state tante vittorie di sindaci legati a liste civiche.
Sembrano dati difficili da mettere insieme, da inquadrare in un'unica cornice, a dimostrazione che le democrazie occidentali sono diventate organismi nei quali la crisi di rappresentanza è sempre più evidente.
La difficoltà a riconoscersi negli organismi politici corrisponde ad uno slabbrarsi  delle reti sociali, alla crisi dei gruppi che mediano tra l'individuo, le famiglie e le istituzioni dello Stato, alla difficoltà dei partiti, dei sindacati, delle cooperative e associazioni ad essere riconosciuti come  livelli di mediazione tra i cittadini e la amministrazione politica.
Tanto più la società si fa liquida  tanto meno si accettano dai partiti, ma anche da altri livelli sociali intermedi, risposte complesse.
Il pericolo è che, come ci insegna la psicoanalisi,  l'incertezza (la parola scelta dalla generazione millennials per identificare se stessa) porti alla rigidità.
Di fronte alle sfide molteplici poste dalla immigrazione, che si estrinsecano nel governare gli ingressi, nel proporre un modello di integrazione, nell'assicurare una vita adeguata, una casa, un lavoro a chi spesso ha perso tutto, la risposta più semplice è  la demonizzazione che giustifica l' espulsione. Si creano i cattivi (i musulmani) e si propongono soluzioni che sembrano facili (stiano a casa loro). Si rigettano come impossibili soluzioni intermedie, come quella di ospitare in piccoli centri un numero limitato di immigrati e proporre loro lavori per favorirne l'integrazione (migranti Magliano in Toscana).
Si cercano piccole soluzioni immediate di fronte a piccoli problemi e lo sguardo politico rimane confinato al proprio quartiere, al parcheggio con i venditori abusivi, all'immondizia che non viene ritirata con i tempi dovuti, alle buche nelle strade (ci sono recentemente caduta e tutti mi hanno consigliato di fare causa al Comune).
Problemi che andrebbero inquadrati in una cornice più larga, ad esempio nella educazione civica dei cittadini, che imparino a gestire meglio la raccolta differenziata, a non degradare i parchi, a segnalare ed intervenire anche sui piccoli disservizi, facendo  diventare una realtà comunitaria il quartiere.
Fare  comunità è però difficile in una realtà sociale che vede le famiglie e le persone sempre di fretta, con tempi lavorativi che non consentono il fermarsi a creare reti, con una crescente sfiducia nei legami sociali.
E' più facile allora fomentare l'odio verso chi viene da fuori, verso chi è diverso.  Si tratta di una risposta psicologica automatica: di fronte ad un ostacolo la reazione è quello di eliminarlo. Se ci sono troppi dati da considerare, troppe alternative da verificare, si cerca una teoria, una tesi che le semplifichi, in modo tale da rendere più immediata la scelta e da ridurre al minimo tollerabile l'incertezza.
La cultura infatti, la riflessione, in momenti di incertezza, di confusione, sono viste come stanchi rituali di intellettuali, vengono attaccate come se rallentassero e rendessero tutto uguale. Il pensiero complesso, che cerca di tenere insieme, la dialettica che cerca la sintesi tra tesi negativa e positiva non solo non sono praticati, ma vengono svalutati.
A fronte di una maggiore alfabetizzazione sembra invece che siamo  diventati sempre più rigidi, dicotomici, come gli slogan pubblicitari, come i post su Facebook pieni di frasi lapidarie ad effetto, che contengono verità banali, ma che associate ad una bella foto vengono condivisi da migliaia di persone.
Il problema non è però che i social media creano il pensiero unico: i social funzionano perché le persone di fronte a situazioni complesse prediligono il pensiero unico.
Una volta si diceva che la società dei consumi ci ha abituato a pensare che ci sia una soluzione facile per tutto, quello che i social media  hanno amplificato è proprio questo uso immediato e semplice. si usa Google e ci si ferma al primo risultato che si trova, non si legge tutto, non si riflette sulle fonti del risultato che si è trovato.
Governare l'incertezza è estremamente complicato.
Necessita pazienza, senso critico, tolleranza dei fallimenti, costruzione di un percorso di relazioni, accettazione della diversità degli altri e percezione dei propri limiti.
Troppe caratteristiche "moderate".
Meglio avere di fronte leader e movimenti politici decisionisti, impulsivi, portatori di un'unica verità, narcisisti.
O no?






martedì 4 aprile 2017

Vite degli anni 80 che non sono la mia.

In questi giorni chiusa in casa ho avuto modo di guardare molti film. Tra i canali a pagamento e lo streaming in rete la scelta è ampia. Amo ancora andare al cinema, la visione in sala dà altre emozioni (tranne se si ha dietro un masticatore instancabile di popcorn o un commentatore tuttologo).
Mi sono tornati in mente gli anni ottanta, quando ho cominciato a frequentare il cinema.
A Grosseto non c'erano molte sale, insieme ai miei amici andavamo spesso al cinema Europa, nella zona nuova della città. Il posto all'esterno appariva un po' squallido, un brutto casermone squadrato. A volte ci nascondevamo negli antri grigi  se dovevamo fare salino a scuola. All'interno però c'erano specchi e divanetti per l'attesa e ben due sale, con comode poltrone. A me piaceva di più la sala due, perché era piccola e raccolta, quasi una sala privata. Solo a volte capitava di prendere in affitto qualche videocassetta, negli ultimi anni del liceo, quando i miei genitori comprarono il videoregistratore.
Oggi il cinema Europa è stato trasformato in una banca, non saprei dire se il posto si presta di più per un simile scopo.
Spesso arrivavano solo i film più famosi. In effetti anche oggi, nonostante la multisala, molti film, soprattutto italiani, non vengono proiettati... tra i film finalisti al David di Donatello, soltanto due sono passati a Grosseto.
Il primo film  che  ricordo di aver visto  è  Il tempo delle mele. Ero piccola, forse frequentavo ancora le scuole medie.
Non un grande film: lo ricordo perché fu una delle prime volte in cui mi sentii muovere le budella all'idea di un bacio.  Ho impressa nella memoria la scena in cui i due protagonisti ballano  con le cuffiette, non saprei neanche ricostruire l'intera storia del loro innamorarsi, rivivo solo la mia reazione viscerale. E' un'età strana quella dei 13-14 anni. Alcuni ragazzi precorrono le tappe oggi. Allora si era davvero ancora quasi bambini, ma la sensazione che qualcosa di bello e grande e forte potesse arrivare a sconvolgerti c'era già.
Christiane F. Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino ha rappresentato la scoperta della tossicodipendenza. In quegli anni  Grosseto ne girava molta, io non frequentavo nessuno che ne facesse uso, in realtà frequentavo  poche persone. Il film quindi mi proiettò in una dimensione che mi sembrò allo stesso tempo molto distante e molto vicina. Sentivo parlare di persone che si "facevano", ma non sapevo nulla su quello che succedeva a chi usava delle droghe. Il film fu come uno schiaffo, non tanto per le informazioni che dava, ma per l'angoscia che mi suscitò. La canzone di Bowie rimase indissolubilmente associata al film.
Se dovessi individuare un film che mi ha cambiato nel profondo in quegli anni direi sicuramente La scelta di Sophie. La storia ci colpì così tanto che divenne un modo di interrogarci reciproco,  ogni volta che si trattava di confrontarsi con svolte impegnative, con domande definitive. Noi pensavamo che quasi tutto fosse definitivo e fondamentale. Ogni nuovo amore, ogni relazione d'amicizia, ogni tradimento che poteva stare in qualche lieve scostarsi dalla linea del gruppo o dalla intimità costruita in pomeriggi e serate passate a discutere. Ci piaceva tormentarci con domande che mettevano a confronto il livello della lealtà o dell'amore: verso i genitori, tra i familiari, tra gli stessi amici. Chi salveresti? E le risposte non erano mai banali, mai buttate per caso, potevano ferire.  Ci ferimmo e perdonammo, forse.
Discutemmo moltissimo de Il grande freddo, ci sembrava impossibile che la nostra amicizia sarebbe diventata qualcosa di diverso da quello che vivevamo, che ci saremmo lasciati, che la vita ci avrebbe cambiato. Invece è successo. Saperlo già da allora non  ha reso più facile il distacco.
Rusty il selvaggio fu un innamoramento vissuto in solitudine:  mi piacevano i ragazzi belli e difficili, tristi e irraggiungibili. Non tanto il protagonista giovane Matt Dillon, quanto lo sfuggente Mickey Rourke, con la sua moto. Poi però mi sono fidanzata con un ragazzo che sicuramente non era così. Stranezze della gioventù. Film bellissimo  non solo per gli attori, grande fotografia e una colonna sonora indimenticabile ( Don't box me in di Stewart Copeland!).


L'ultima pietra miliare della mia crescita, negli anni del liceo,  è stato  C'era una volta in America, visto una sera d'estate e rimasto impresso per giorni e giorni. Era il momento in cui si stava avvicinando la maggiore età, la scelta dell'Università, si stava chiarendo dentro ognuno di noi il percorso che avremmo voluto fare. Eravamo davvero vicino al prendere direzioni diverse. Quanto diverse? Quanto era importante avere successo? Quanto invece rimanere fedeli a se stessi ed ai propri amori? Era conciliabile amare appassionatamente qualcuno senza  rinchiuderlo e "buttare via la chiave"?
Erano domande con un ventaglio  di risposte, in quel momento, apparentemente,  illimitate.
Attraverso i personaggi di questi film e di altri, casomai più vecchi, come C'eravamo tanto amati, abbiamo esplorato alcune di queste possibilità, abbiamo potuto amare e odiare, ci siamo sentiti falliti e abbiamo creduto che tutto fosse perduto, poi ci siamo potuti riscattare, abbiamo sperimentato la delusione e la rabbia, abbiamo lottato e ci siamo feriti. A volte siamo anche morti.
A ripensarci oggi, che il ventaglio si è ristretto, provo una grande tenerezza ed ancora però la stessa passione di vivere vite che non sono la mia. Con la consapevolezza che non lo saranno, senza rimpianti (o solo un po').




domenica 12 marzo 2017

Marinelli già lo amavo, Fabio Mollo l'ho scoperto.

Il 2017 è partito molto bene per la mia cinefilia:

Paterson è un film sulla poesia, in cui la parola è una protagonista, anche dal punto di vista visivo. Le parole scorrono sullo schermo, in lingua originale, si sovrappongono alle immagini, cercano un loro posto. Le parole, che il protagonista non usa molto nelle sue interazioni con gli altri, sono invece il punto centrale della sua vita quotidiana: mentre guida, mentre osserva, mentre ascolta la moglie, le parole ritornano e si sistemano in versi, trovano il posto e danno un posto alle sue esperienze e alle sue emozioni.

Animali notturni è un film sulla vendetta più che sull'amore. La scena iniziale, che  non si concilia molto con il resto del film, è però quella che ha un impatto maggiore. Sconvolgente e accattivante, mette in ridicolo i nostri pregiudizi. Mentre la osservavo pensavo che di nudi così non se ne vedono mai sui nostri media. Vale da sola tutto il film.

Silence è un film sul proselitismo, sullo scontro tra culture, direi, più che sulla religione. Una bellissima fotografia mostra un Giappone inedito, con una natura spaventosa almeno quanto le pratiche terribili della tortura. Ma mi ha lasciato un senso profondo di incompiutezza, nonostante il tentativo di rendere la profondità della fede, coltivata nel silenzio,  il contrasto con la messa in scena della violenza mi è apparso eccessivo.

Il cliente è un film sulla vergogna nella coppia. Perché  è la vergogna che impedisce di parlarsi, è la vergogna che spinge a cercare la soddisfazione di una riparazione. La messa in scena de La morte di un commesso viaggiatore fa da controcanto, come in un film di Truffaut. Non mi sorprende che abbia vinto l'Oscar.

Su Arrival ho già scritto e non sto a ripetermi (arrival-il-tempo-che-ritorna.html).

Ma  Il padre d'Italia, di Fabio Mollo, è finora il film più bello.

Gli attori, in primo luogo: Luca Marinelli mi aveva già fatto innamorare nel film Tutti i santi giorni, poi ha dato una prova bellissima in Non essere cattivo, fino a vincere ogni mio dubbio nel ruolo dello Zingaro, ne Lo chiamavano Jeeg Robot.  Ha una capacità eclettica di trasformarsi, a volte è quasi difficile riconoscerlo da un film  all'altro.
Nel film di Mollo interpreta un ragazzo  che viene lasciato dopo otto anni dal suo compagno, contrario all'adozione per i gay: una recitazione senza alcun tratto, finalmente, caricaturale, che non segue nessun clichè. Sembra un ragazzo come tanti, triste e introverso, ma con il coraggio di farsi travolgere da una strana, esuberante ragazza incinta.
Isabella Ragonese l'avevo scoperta nel film stupendo di Luchetti La nostra vita, accanto a Elio Germano, in un ruolo simile a quello che interpreta in Il Padre d'Italia. Riesce ad essere una ragazza inquieta, senza dover troppo caricare, marcare la sua "pazzia". Ha a volte dei silenzi improvvisi molto intensi. La scena ripresa fuori dal finestrino della macchina è magica.

Il regista, Fabio Mollo,  mi era invece del tutto sconosciuto, ho letto che ha già fatto alcuni corti e lungometraggi, che ora andrò a cercare.
E' calabrese e già questo mi piace.
Come tutti i meridionali è ossessionato dal viaggio al sud: la coppia si incammina in una ricerca, secondo Paolo, del vero padre della bambina e secondo Mia.... non si sa.
Però Mia arriva a casa, dalla madre. Intanto anche Paolo continua a sognare sua madre e si ferma a trovare chi l'ha cresciuto.
Ci sono tante storie, tanti sviluppi che si possono rintracciare, ma il regista non difende nessuna tesi, non  vuole dimostrare, ma mostrare. Accenna, segue i personaggi nel loro sviluppo, inquadra solo alcuni tagli, spesso asimmetrici, decentrati. Quando è necessario, solo strettamente necessario, inquadra gli occhi azzurrissimi di Marinelli o il viso spigoloso della Ragonese.
Parla di assumersi la responsabilità, di fuggire dalle responsabilità. Racconta le scelte di chi vuole un figlio e la legge non lo permette, e di chi lo ha ma non sa come crescerlo. Segue in Paolo il desiderio di diventare un padre, con delicatezza, con intensità, senza giudicare nessuno.
Un film che non ha tesi e che andrebbe fatto vedere a chi invece di tesi ne ha fin troppe, sul "gender", sull'essere "bravi" genitori.
Non vi anticipo la bellissima battuta con cui si chiude, perché forse ho già spoilerato troppo a chi non lo ha ancora visto,  ma vale la pena sentirla.

Ieri avevo visto anche un altro film, su Sky, La grande rabbia, di Claudio Fragasso. Ecco lo cito solo per dire che invece questo è un film a tesi, che oltretutto è recitato anche male: la storia della periferia di Tor Sapienza, degli scontri tra la polizia, che difendeva gli immigrati, e i cittadini, intrecciata alla storia di una amicizia tra un italiano bianco e uno nero, di destra. L'idea sarebbe anche interessante, se non fosse appunto così scontata, così "dimostrativa". I dialoghi, le scene, lo stesso intreccio erano già prevedibili dall'assunto iniziale, perfino dal titolo. Peccato.