Una riflessione che ho fatto leggendo il libro Sottomissione riguarda il ruolo delle donne. Mi sembrava incredibile che in quella storia le donne occidentali accettassero la sottomissione agli uomini, un cambiamento così radicale del loro ruolo. Mi sono così identificata in tale ipotesi che ho immaginato forme di protesta e contestazione, così come avrebbe dovuto descriverle nel romanzo Houellebecq, se fosse un autore meno misogino di quello che ci tiene ad apparire.
Ho cominciato poi a ragionare sul perché nei paesi arabi non ci siano movimenti di protesta delle donne, almeno dalle notizie che se ne hanno da noi. Mi sono allora informata un po' in internet ed ho trovato che nei paesi occidentali ci sono donne musulmane che spingono per adeguare la religione ai tempi moderni, sostenendo che non vi è un motivo religioso per escludere, ad esempio, le donne dalle moschee, o intendere la sottomissione al marito in senso letterale o seguire altre regole che sono consolidate secondo la tradizione, ma non hanno un senso morale.
Un punto base da comprendere della religione islamica è proprio che non c'è una unica guida o una unica comunità alla quale riferirsi, come è accaduto invece per la religione cristiana, che riconosce nel Papa e nel Concilio gli interpreti unici del messaggio cristiano. E' più difficile quindi per chi osserva dall'esterno orientarsi negli usi e nelle forme che prende la religione musulmana a seconda della comunità (sunnita, scita, salafita ecc.)
Quindi quando anche alcune comunità cominciassero a modificare le proprie tradizioni religiose e culturali, queste non sarebbero automaticamente accettate da altre comunità, più profondamente inserite in contesti nei quali ad esempio il ruolo della donna è ancora quello della famiglia patriarcale. Le battaglie del femminismo_islamico si svolgono in prevalenza nei paesi occidentali.
Del resto anche nelle democrazie europee o nordamericane il ruolo della donna si è modificato prima nell'ambito socioeconomico e poi nella cultura e quindi nella religione. Sono state le rivoluzioni, da quella francese a quella industriale a modificare la funzione sociale delle donne. C'è stata una lunga e tormentata storia della nascita dei diritti femminili, che ancora non possono dirsi, neanche in occidente, del tutto acquisiti, soprattutto quelli sostanziali.
L'interpretazione più retrograda del ruolo delle donne all'interno dell'Islam è forte in paesi nei quali non c'è stata né rivoluzione industriale e né la necessità del lavoro diffuso delle donne.
Nelle nostre società è stata la seconda guerra mondiale a modificare i rapporti uomo donna nel mondo del lavoro, perché la necessità di sostituire gli uomini impegnati sui fronti di guerra ( un tipo di guerra certo diversa, meno tecnologica, di quelle che si combattono oggi) ha dato accesso alla indipendenza economica, prima base dell'indipendenza femminile.
La ricchezza della Arabia Saudita, monarchia assoluta nella quale vige come legge solo la Sharia, non è basata su una economia manifatturiera, ma sullo sfruttamento delle risorse. L'industria petrolifera impiega molta manodopera straniera, non sembra aver creato un ceto medio di servizi nei quali sia fondamentale anche il lavoro femminile. Così si crea un corto circuito nel quale meno le donne lavorano, meno sono istruite, meno combattono per i loro diritti.
Sembra allora che non sia pensabile una evoluzione politica dei diritti femminili e di tutti i diritti della persona in questi stati governati secondo le leggi islamiche non a causa della religione, ma a causa, come sosteneva un certo Karl Marx, delle strutture economiche e quindi sociali.
Però non sembra così semplice capire la diversità tra i paesi musulmani e i paesi occidentali. E' facile fare confusione tra il piano politico/economico e quello religioso/culturale-
Le notizie di questi giorni (la guerra dell'ISIS in Siria e in Libia, gli attacchi terroristici in Danimarca) portano di nuovo in auge commenti ostili all'Islam e ai musulmani.
Molti infatti reagiscono all'orrore delle immagini delle decapitazioni attaccando la religione dell'Islam, altri cercano di tenere conto delle sfumature tra i moderati e i "fondamentalisti", ma rischiano forse in questo modo di non prendere una posizione più netta nei confronti di alcune comunità musulmane che non rispettano i diritti individuali e che quindi possono avvallare alcune motivazioni propagandistiche dei terroristi e dell'ISIS.
Alcuni studiosi, tra i quali Franco Cardini, sostengono invece che le differenze tra Islam e Cristianità non sono poi così rilevanti e che in realtà la crisi attuale tra occidente e musulmani nasce dai vari tradimenti che il mondo delle democrazie occidentali ha perpetuato verso il mondo islamico: la questione palestinese, la spartizione dell'area araba tra le potenze coloniali, l'abbandono dell'Africa alle multinazionali, senza supportare i processi democratici.
Mi sono posta molti dubbi, perché rientro sicuramente tra coloro che cercano di non avere un pregiudizio contro la religione musulmana ed in genere contro le religioni.
Ma cercando di capire mi sono chiesta come mai le religioni stiano diventando di nuovo ideologie politiche così militanti, così onnicomprensive e come sia possibile che molti giovani occidentali, anche donne, o giovani di paesi che comunque sono vissuti in modo laico, si facciano coinvolgere, si lascino conquistare dal fascino del fondamentalismo.
C'è una contraddizione nel nostro modo di pensare tra un principio di relativismo culturale, che cerca di accettare sullo stesso piano tutti i valori delle diverse culture e/o religioni, e un principio che difende comunque alcuni valori, come quelli della persona, come centrali, migliori, assoluti.
L'Islam appare come una religione che non accetta i diritti individuali, nella sua ideologia è centrale la comunità, è alla comunità religiosa che si sottomettono i credenti, solo nella partecipazione alle leggi della comunità si è riconosciuti.
La Dichiarazione_islamica_dei_diritti_dell'uomo sottomette i diritti individuali alla legge islamica del Corano e della Sunna. La dichiarazione non prevede ad esempio la parità di diritti tra uomo e donna. E' stata elaborata proprio perché per alcune nazioni era impossibile aderire, per le differenze culturali basate sulla adesione alle leggi islamiche, alla Dichiarazione_universale_dei_diritti_umani dell'Onu.
Ad un interessante incontro della Associazione Metis e della Associazione Plinio Tammaro, "Mutamenti dell'anima e scenari del mondo", si discuteva della interpretazione dei recenti eventi politici e delle guerre nel medio-oriente alla luce delle teorie di James Hillman, psicoanalista junghiano che spesso si è occupato di leggere i fenomeni sociali attraverso gli archetipi. Durante il vivace dibattito tra i relatori (Eliana Belli, Maria Paola Moretti e David Tammaro) ed il pubblico sulle immagini della guerra, sull'intreccio tra gli aspetti sociali e i miti culturali e religiosi, sulla diversa appartenenza alla comunità nelle società musulmane od occidentali, sulla contrapposizione tra "noi" e "loro", su quanto si può rispondere all'odio della guerra di Marte con l'amore di Venere ho cominciato a pensare che potrebbero essere le donne a modificare l'Islam. Sarebbe bello e significativo, come è successo in alcune primavere arabe, che fossero loro a combattere perché venga riconosciuta la loro capacità e indipendenza, i loro diritti e così anche a modificare le comunità ed i paesi musulmani. Solo nella integrazione degli opposti, nella democrazia e nel confronto del dialogo si può trovare una via pacifica alla convivenza.
giovedì 26 febbraio 2015
giovedì 12 febbraio 2015
Dell'insignificanza
Difficile essere delusa due volte di seguito da due autori che amavo molto, eppure mi è successo ancora. Dopo Houellebecq ora anche l'ultimo libro di Kundera, La festa dell'insignificanza, mi lascia quantomeno insoddisfatta.
Kundera sembra l'ombra di se stesso: i tratti distintivi della sua poetica, il ruolo dell'ironia che smaschera le dittature, i giochi su quello che avrebbe potuto accadere, i personaggi che pensano e discutono di argomenti filosofici ed esistenziali, a partire dall'ombelico mostrato dalle giovani donne, sono solo pallide imitazioni dei suoi grandi libri. Peccato. L'insignificanza è l'essenza della vita, ma non della letteratura.
Chissà perché alcuni autori non mantengono il livello dei loro esordi, come se in fondo avessero solo alcuni grandi temi da affrontare e lo facessero in pochi libri, che colpiscono i lettori e segnano un periodo, e poi non riescono più ad evolvere e a trovare altri temi.
Forse ognuno di noi ha soltanto una costellazione di senso, una matrice di simboli, una storia da raccontare.
I grandi scrittori riescono a tradurre questa costellazione in uno o più libri, pochi in realtà.
Noi persone comuni viviamo la nostra storia e ci immergiamo nei simboli che ci circondano senza essere in grado di narrarli, se non a volte alle persone che amiamo, al compagno, ai figli.
Poi ci sono pochi grandissimi geni che riescono a far crescere la loro costellazione, vi aggiungono persone e personaggi, significati e interpretazioni nuove e fanno evolvere il loro mondo fantastico insieme al mondo, a volte anticipando il senso del mondo.
Kundera sembra l'ombra di se stesso: i tratti distintivi della sua poetica, il ruolo dell'ironia che smaschera le dittature, i giochi su quello che avrebbe potuto accadere, i personaggi che pensano e discutono di argomenti filosofici ed esistenziali, a partire dall'ombelico mostrato dalle giovani donne, sono solo pallide imitazioni dei suoi grandi libri. Peccato. L'insignificanza è l'essenza della vita, ma non della letteratura.Chissà perché alcuni autori non mantengono il livello dei loro esordi, come se in fondo avessero solo alcuni grandi temi da affrontare e lo facessero in pochi libri, che colpiscono i lettori e segnano un periodo, e poi non riescono più ad evolvere e a trovare altri temi.
Forse ognuno di noi ha soltanto una costellazione di senso, una matrice di simboli, una storia da raccontare.
I grandi scrittori riescono a tradurre questa costellazione in uno o più libri, pochi in realtà.
Noi persone comuni viviamo la nostra storia e ci immergiamo nei simboli che ci circondano senza essere in grado di narrarli, se non a volte alle persone che amiamo, al compagno, ai figli.
Poi ci sono pochi grandissimi geni che riescono a far crescere la loro costellazione, vi aggiungono persone e personaggi, significati e interpretazioni nuove e fanno evolvere il loro mondo fantastico insieme al mondo, a volte anticipando il senso del mondo.
domenica 1 febbraio 2015
Sottomissione
Houellebecq è uno dei pochi autori contemporanei che considero davvero geniali. Eppure l'ultimo suo libro, uscito con un'incredibile sincronia con gli eventi dei quali sembra parlare, non mi ha convinto su nessun fronte.
L'idea originaria può essere in effetti intelligente e stimolante. L'Europa e la Francia in particolare, potrebbero essere il campo di nascita di una forzata alleanza tra partiti islamisti e partiti di sinistra; in uno scenario che alcuni si esercitano ad immaginare, in chiavi più o meno terroristiche. Il suo sviluppo invece è povero e anche un po' scontato. Avrebbe potuto renderlo più ricco ed elaborato, sia in termini di intreccio che di personaggi.
Il personaggio principale è sempre lui: insofferente, indolente, ossessionato dal sesso e misogino, ma questa volta ancora più scontato e inconcludente, che si lascia trascinare, senza una vera riflessione su quanto gli succede. Tutto avviene velocemente, senza alcun acume, senza davvero che ci sia quel particolare insolito punto di vista che ha reso così geniali i suoi precedenti libri.
Manca completamente un personaggio femminile credibile, che possa contrapporsi o spiegare la conversione all'Islam. Che le donne si lascerebbero così facilmente condizionare, che rinuncerebbero completamente ai loro diritti, è difficile da immaginare e Houellebecq non ci prova nemmeno a farlo.
C'è poi il parallelismo con la narrazione della vita e delle opere di Huysmans, livello interessante per evidenziare l'involuzione di una personalità e della civiltà moderna. Però, mi spiace ancora sostenerlo, non ci riesce in pieno.
Forse mi aspettavo troppo o forse è davvero un tema troppo complicato, però ad esempio nel suo libro La possibilità di un'isola c'era tutt'altra capacità visonaria e creativa.
Mi chiedo se non ci fosse stata la coincidenza con la tragedia del giornale Charlie Hebdo, quanta notorietà e distribuzione avrebbe avuto questo libro?
L'idea originaria può essere in effetti intelligente e stimolante. L'Europa e la Francia in particolare, potrebbero essere il campo di nascita di una forzata alleanza tra partiti islamisti e partiti di sinistra; in uno scenario che alcuni si esercitano ad immaginare, in chiavi più o meno terroristiche. Il suo sviluppo invece è povero e anche un po' scontato. Avrebbe potuto renderlo più ricco ed elaborato, sia in termini di intreccio che di personaggi.
Il personaggio principale è sempre lui: insofferente, indolente, ossessionato dal sesso e misogino, ma questa volta ancora più scontato e inconcludente, che si lascia trascinare, senza una vera riflessione su quanto gli succede. Tutto avviene velocemente, senza alcun acume, senza davvero che ci sia quel particolare insolito punto di vista che ha reso così geniali i suoi precedenti libri.
Manca completamente un personaggio femminile credibile, che possa contrapporsi o spiegare la conversione all'Islam. Che le donne si lascerebbero così facilmente condizionare, che rinuncerebbero completamente ai loro diritti, è difficile da immaginare e Houellebecq non ci prova nemmeno a farlo.C'è poi il parallelismo con la narrazione della vita e delle opere di Huysmans, livello interessante per evidenziare l'involuzione di una personalità e della civiltà moderna. Però, mi spiace ancora sostenerlo, non ci riesce in pieno.
Forse mi aspettavo troppo o forse è davvero un tema troppo complicato, però ad esempio nel suo libro La possibilità di un'isola c'era tutt'altra capacità visonaria e creativa.
Mi chiedo se non ci fosse stata la coincidenza con la tragedia del giornale Charlie Hebdo, quanta notorietà e distribuzione avrebbe avuto questo libro?
sabato 17 gennaio 2015
Cuori affamati
Ero curiosa di vedere il film di Costanzo, dopo aver letto che trattava di una madre che non riusciva ad alimentare il figlio. Mi occupo spesso di Disturbi della alimentazione, anche nella prima infanzia. Non è un tema semplice da affrontare, quindi ero un po' scettica.
Il film è pieno di atmosfere angoscianti, anche se inizia con una scena davvero divertente.
Eppure quel modo così "corporeo" di avvicinarsi dei due protagonisti, in un bagno pubblico, alle prese con una crisi intestinale di Jude, dà la cifra anche al resto della loro storia, che è soprattutto una storia di corpi: quello della madre, che anche in gravidanza non prende abbastanza peso, quello del figlio, che non riesce a crescere, quello del padre, alto e magro, reso ancora più magro e allungato da riprese e da una fotografia che allungano e distorcono i corpi. Anche i colori e gli ambienti del piccolo appartamento, dal quale madre e figlio non escono per diversi mesi, sono distorti, innaturali.
Il rapporto tra naturale e artificiale è anche un'altra prospettiva della storia: Mina sostiene che gli alimenti che il pediatra vorrebbe dare al bambino sono veleno, e allo stesso tempo nutre il bambino in modo del tutto innaturale, con semi e olii depurativi. Jude prova ad assecondarla, ma poi si accorge che suo figlio non sta bene, non cresce come dovrebbe e lo porta fuori per alimentarlo di nascosto.
Il regista da Fazio ed in altre interviste dice che sono personaggi che amano troppo.
Non sono d'accordo, non si tratta di amore eccessivo, si tratta di un vuoto d'amore.
Non dico che Mina non ami suo figlio, ma che il suo amore non riesce a riempirlo, perché lei stessa è vuota, ferita, angosciata di perderlo, ossessionata di purificarlo da una possibile minaccia.
Sempre più spesso incontro ragazze che nascondono il loro problema con il cibo, ma in realtà la croce di non riuscire ad amarsi, dietro la rivendicazione di una alimentazione sana. Allora dicono di non mangiare cereali come il grano perché fanno male, evitano del tutto la carne o i latticini perché vegane, si nutrono solo di semi e verdure. portano avanti ossessioni alimentari squilibrate ed incoerenti.
Cercano una purezza, una "verità", una "anima" da introdurre attraverso il cibo, o un "demone" da evitare per superare le paure, per sentirsi a posto.
Senza riuscirci. Come non ci riesce Mina.
Jude prova a fare quello che succede a molti familiari di persone ossessionate: assecondano, discutono, alla fine si ribellano e sono costretti a mettere in atto comportamenti scorretti.
Il film è bello perché non giudica, non riduce i protagonisti a "malati", racconta solo la loro storia e lo fa con atmosfere e immagini, più che con le parole.
Solo sul finale avrei qualche dubbio, però forse non poteva che finire così.
Il film è pieno di atmosfere angoscianti, anche se inizia con una scena davvero divertente.
Eppure quel modo così "corporeo" di avvicinarsi dei due protagonisti, in un bagno pubblico, alle prese con una crisi intestinale di Jude, dà la cifra anche al resto della loro storia, che è soprattutto una storia di corpi: quello della madre, che anche in gravidanza non prende abbastanza peso, quello del figlio, che non riesce a crescere, quello del padre, alto e magro, reso ancora più magro e allungato da riprese e da una fotografia che allungano e distorcono i corpi. Anche i colori e gli ambienti del piccolo appartamento, dal quale madre e figlio non escono per diversi mesi, sono distorti, innaturali.
Il rapporto tra naturale e artificiale è anche un'altra prospettiva della storia: Mina sostiene che gli alimenti che il pediatra vorrebbe dare al bambino sono veleno, e allo stesso tempo nutre il bambino in modo del tutto innaturale, con semi e olii depurativi. Jude prova ad assecondarla, ma poi si accorge che suo figlio non sta bene, non cresce come dovrebbe e lo porta fuori per alimentarlo di nascosto.
Il regista da Fazio ed in altre interviste dice che sono personaggi che amano troppo.
Non sono d'accordo, non si tratta di amore eccessivo, si tratta di un vuoto d'amore.
Non dico che Mina non ami suo figlio, ma che il suo amore non riesce a riempirlo, perché lei stessa è vuota, ferita, angosciata di perderlo, ossessionata di purificarlo da una possibile minaccia.
Sempre più spesso incontro ragazze che nascondono il loro problema con il cibo, ma in realtà la croce di non riuscire ad amarsi, dietro la rivendicazione di una alimentazione sana. Allora dicono di non mangiare cereali come il grano perché fanno male, evitano del tutto la carne o i latticini perché vegane, si nutrono solo di semi e verdure. portano avanti ossessioni alimentari squilibrate ed incoerenti.
Cercano una purezza, una "verità", una "anima" da introdurre attraverso il cibo, o un "demone" da evitare per superare le paure, per sentirsi a posto.
Senza riuscirci. Come non ci riesce Mina.
Jude prova a fare quello che succede a molti familiari di persone ossessionate: assecondano, discutono, alla fine si ribellano e sono costretti a mettere in atto comportamenti scorretti.
Il film è bello perché non giudica, non riduce i protagonisti a "malati", racconta solo la loro storia e lo fa con atmosfere e immagini, più che con le parole.
Solo sul finale avrei qualche dubbio, però forse non poteva che finire così.
domenica 4 gennaio 2015
Bilancio delle letture dell'anno
Una volta, quando ero giovane (eh si, ormai posso dirlo) alla fine di ogni anno facevo un bilancio di quello che era successo, leggevo tutto il diario che tenevo e provavo a fare una sintesi degli aspetti positivi e negativi. Dopo qualche anno, alle soglie della maturità, mi resi conto che era una impresa abbastanza complicata, perché non mi soddisfaceva mai del tutto e mi lasciava una sorta di amarezza e delusione.
Da adulti si comprende la vita non si fa incatenare in bilanci e che rispondere alla domanda su cosa ti è piaciuto e cosa ti ha deluso non è esente da dolori, da ripensamenti e sensi di colpa. Quindi si smette di chiederselo. (La tentazione dei giovani di modificare la vita viene sopraffatta dalla forza che ha la vita di modificarti.)
Molto più semplice risultano i bilanci del film più bello o del libro più bello.
Quindi direi che nel 2014 ho letto quattro libri che possono classificarsi come i migliori: American tabloid di James Ellroy, Stoner di John Williams, L'incolore Tazaki Tsumuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki e Il cardellino di Donna Tart.
Sono libri molto diversi tra loro.
American tabloid è un racconto tra la realtà e la finzione degli anni della avventura kennediana, la prospettiva è data dalle figure minori, dai protagonisti in ombra, quindi il ritratto dei personaggi diventati delle icone (i Kennedy, il capo della Cia, L. H. Oswald) si rivela meno piatto e a tratti sorprendente, quando non completamente opposto alla mitografia corrente. Il gioco tra elementi reali ed elementi di finzione è così ben articolato che riesce a coinvolgere, emozionare, disgustare.
Stoner è la storia di un uomo normale, che vive una professione non scelta, si tiene lontano dalla guerra, insegna senza passione e vive un amore che diventa "un senso di remota pietà, amicizia riluttante e rispettosa consuetudine", ha una figlia che ama teneramente. Solo due eventi lo mettono in crisi: uno studente che lo attacca e una studentessa della quale si innamora. Muore: "Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.". E' un libro che ha appassionato molti, eppure, nonostante qualche perla nella scrittura e la capacità di avvicinare un personaggio ostico, mi ha meno emozionato degli altri.
Murakami è per me ormai una certezza: la sua scrittura così diversa e la capacità di narrare storie sempre originali al confine tra la realtà e la irrealtà, tra la depressione e l'amore dolente per la vita, con personaggi "incolori", ma vividi mi affascina ogni volta. Murakami scrive in fondo sempre dello stesso tema, sempre dell'amicizia, dell'amore, della morte, sempre della tentazione di un abisso in cui gettarsi e della decisione di non farlo.
Infine ho letto Il cardellino, che ha vinto il premio Pulitzer per la sezione romanzi. E' una storia sul desiderio di perdersi insieme al proprio dolore: un tredicenne scampa ad un evento terribile ma perde la madre. Inizia un peregrinare tra famiglie di amici, la famiglia del padre e della sua compagna, la famiglia della vittima della esplosione, che Theo ha visto morire accanto a lui. Tutto portando con sé un quadro, il pegno dell'amore della madre, della forza della bellezza di fronte alla distruzione.
"Nella misura in cui il quadro è immortale (e lo è), io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte di quella immortalità. Esiste; e continuerà ad esistere. E io aggiungo il mio amore alla storia delle persone che hanno amato le cose belle, e se ne sono prese cura, e le hanno strappate al fuoco, e le hanno cercate quand'erano disperse, e hanno provato a preservarle e a salvarle intanto che, letteralmente, se le passavano mano in mano, chiamando dalle rovine del tempo la successiva generazione di amanti, e quella dopo ancora.".
Nella misura in cui la letteratura è immortale, io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte di quella immortalità.
E infine nella misura in cui l'amore è immortale, io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte di quella immortalità.
E' il più bello delle mie letture del 2014.
Da adulti si comprende la vita non si fa incatenare in bilanci e che rispondere alla domanda su cosa ti è piaciuto e cosa ti ha deluso non è esente da dolori, da ripensamenti e sensi di colpa. Quindi si smette di chiederselo. (La tentazione dei giovani di modificare la vita viene sopraffatta dalla forza che ha la vita di modificarti.)
Molto più semplice risultano i bilanci del film più bello o del libro più bello.
Quindi direi che nel 2014 ho letto quattro libri che possono classificarsi come i migliori: American tabloid di James Ellroy, Stoner di John Williams, L'incolore Tazaki Tsumuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki e Il cardellino di Donna Tart.
Sono libri molto diversi tra loro.
American tabloid è un racconto tra la realtà e la finzione degli anni della avventura kennediana, la prospettiva è data dalle figure minori, dai protagonisti in ombra, quindi il ritratto dei personaggi diventati delle icone (i Kennedy, il capo della Cia, L. H. Oswald) si rivela meno piatto e a tratti sorprendente, quando non completamente opposto alla mitografia corrente. Il gioco tra elementi reali ed elementi di finzione è così ben articolato che riesce a coinvolgere, emozionare, disgustare.
Stoner è la storia di un uomo normale, che vive una professione non scelta, si tiene lontano dalla guerra, insegna senza passione e vive un amore che diventa "un senso di remota pietà, amicizia riluttante e rispettosa consuetudine", ha una figlia che ama teneramente. Solo due eventi lo mettono in crisi: uno studente che lo attacca e una studentessa della quale si innamora. Muore: "Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.". E' un libro che ha appassionato molti, eppure, nonostante qualche perla nella scrittura e la capacità di avvicinare un personaggio ostico, mi ha meno emozionato degli altri.Murakami è per me ormai una certezza: la sua scrittura così diversa e la capacità di narrare storie sempre originali al confine tra la realtà e la irrealtà, tra la depressione e l'amore dolente per la vita, con personaggi "incolori", ma vividi mi affascina ogni volta. Murakami scrive in fondo sempre dello stesso tema, sempre dell'amicizia, dell'amore, della morte, sempre della tentazione di un abisso in cui gettarsi e della decisione di non farlo.
Infine ho letto Il cardellino, che ha vinto il premio Pulitzer per la sezione romanzi. E' una storia sul desiderio di perdersi insieme al proprio dolore: un tredicenne scampa ad un evento terribile ma perde la madre. Inizia un peregrinare tra famiglie di amici, la famiglia del padre e della sua compagna, la famiglia della vittima della esplosione, che Theo ha visto morire accanto a lui. Tutto portando con sé un quadro, il pegno dell'amore della madre, della forza della bellezza di fronte alla distruzione.
"Nella misura in cui il quadro è immortale (e lo è), io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte di quella immortalità. Esiste; e continuerà ad esistere. E io aggiungo il mio amore alla storia delle persone che hanno amato le cose belle, e se ne sono prese cura, e le hanno strappate al fuoco, e le hanno cercate quand'erano disperse, e hanno provato a preservarle e a salvarle intanto che, letteralmente, se le passavano mano in mano, chiamando dalle rovine del tempo la successiva generazione di amanti, e quella dopo ancora.".
Nella misura in cui la letteratura è immortale, io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte di quella immortalità.
E infine nella misura in cui l'amore è immortale, io ho una minuscola, luminosa, immutabile parte di quella immortalità.
E' il più bello delle mie letture del 2014.
mercoledì 8 ottobre 2014
Il docufilm e la psicoterapia.
Questa estate ho scoperto un particolare genere di film, il film-documentario.
Avevo mancato al cinema Sacro GRA, ma l'ho rivisto su SKY, mentre alla Cava di Roselle ho assistito a Ritratti abusivi . Durante la manifestazione estiva Muramonamour abbiamo scoperto Le cose belle, di cui ho già parlato.
E' un genere documentario narrativo, quello in cui si riprende la vita vera, con personaggi veri, ma con una storia che può essere scritta o montata a costruire una narrazione.
Si tratta di un film perchè narra con le immagini, di un documentario perchè in genere i personaggi interpretano loro stessi, ed anche perchè i luoghi, gli eventi sono reali.
Però sono guardati da un punto di vista unitario che inevitabilmente immette nello sguardo la sua interpretazione.
Il regista sembra diventare uno svelatore di senso delle esistenze dei suoi personaggi.
In Sacro GRA le storie che si intravedono acquistano profondità attraverso le inquadrature ed il montaggio, acquistano un senso metaforico che non potevano avere prima che il regista le ricostruisse nel suo orizzonte narrativo.
E' una operazione che ha molto in comune con il lavoro maiueutico della psicoterapia.
Si tratta di donare connessioni di significato nuove a vite stanche e usurate: la bellezza cadente delle antiche prostitute, la fotografia magnifica del traffico sul Grande raccordo, la solitudine del lavoro d'aiuto sulle ambulanze, la caparbietà dello scovare le larve.
Anche in Ritratti Abusivi le esistenze che si aggirano nei luoghi semi abbandonati del Parco Saraceno, negletti e curati allo stesso tempo, delle residenze costruite dai militari americani e poi lasciate in eredità (si fa per dire) a persone che non hanno alternative abitative, appaiono definite e decifrate dal montaggio del regista. I ritratti emergono dalle interviste, ma come sa bene ogni giornalista, ed ogni psicoterapeuta, le domande giuste "tirano fuori" la storia.
Come se non bastasse la vita vera, come se la vita diventasse vera solo se riletta e ricostruita.
Mi è apparsa come l'essenza del lavoro psicoterapeutico.
Spesso le persone pensano che gli psicoterapeuti siano degli investigatori, siano quelli che cercano la verità.
Pensano che abbiano degli strumenti particolari che rivelino un sostrato di conoscenze, che portino a galla una conoscenza seppellita, ferma e pronta ad essere svelata, come un tesoro che va solo fatto affiorare.
Mentre potremmo pensare che gli psicoterapeuti aiutino le persone a diventare i registi della propria vita, a donare un senso nuovo agli eventi che hanno vissuto e che spesso rtornano perchè ancora caotici, non elaborati o rigidamente incasellati in convinzioni distorte.
Allora la psicoterapia non è un film giallo, non trova il colpevole, la psicoterapia è un docu-film che ri-narra la vita vera.
Avevo mancato al cinema Sacro GRA, ma l'ho rivisto su SKY, mentre alla Cava di Roselle ho assistito a Ritratti abusivi . Durante la manifestazione estiva Muramonamour abbiamo scoperto Le cose belle, di cui ho già parlato.
E' un genere documentario narrativo, quello in cui si riprende la vita vera, con personaggi veri, ma con una storia che può essere scritta o montata a costruire una narrazione.
Si tratta di un film perchè narra con le immagini, di un documentario perchè in genere i personaggi interpretano loro stessi, ed anche perchè i luoghi, gli eventi sono reali.
Però sono guardati da un punto di vista unitario che inevitabilmente immette nello sguardo la sua interpretazione.
Il regista sembra diventare uno svelatore di senso delle esistenze dei suoi personaggi.
In Sacro GRA le storie che si intravedono acquistano profondità attraverso le inquadrature ed il montaggio, acquistano un senso metaforico che non potevano avere prima che il regista le ricostruisse nel suo orizzonte narrativo.
E' una operazione che ha molto in comune con il lavoro maiueutico della psicoterapia.
Si tratta di donare connessioni di significato nuove a vite stanche e usurate: la bellezza cadente delle antiche prostitute, la fotografia magnifica del traffico sul Grande raccordo, la solitudine del lavoro d'aiuto sulle ambulanze, la caparbietà dello scovare le larve.
Anche in Ritratti Abusivi le esistenze che si aggirano nei luoghi semi abbandonati del Parco Saraceno, negletti e curati allo stesso tempo, delle residenze costruite dai militari americani e poi lasciate in eredità (si fa per dire) a persone che non hanno alternative abitative, appaiono definite e decifrate dal montaggio del regista. I ritratti emergono dalle interviste, ma come sa bene ogni giornalista, ed ogni psicoterapeuta, le domande giuste "tirano fuori" la storia.
Come se non bastasse la vita vera, come se la vita diventasse vera solo se riletta e ricostruita.
Mi è apparsa come l'essenza del lavoro psicoterapeutico.
Spesso le persone pensano che gli psicoterapeuti siano degli investigatori, siano quelli che cercano la verità.
Pensano che abbiano degli strumenti particolari che rivelino un sostrato di conoscenze, che portino a galla una conoscenza seppellita, ferma e pronta ad essere svelata, come un tesoro che va solo fatto affiorare.
Mentre potremmo pensare che gli psicoterapeuti aiutino le persone a diventare i registi della propria vita, a donare un senso nuovo agli eventi che hanno vissuto e che spesso rtornano perchè ancora caotici, non elaborati o rigidamente incasellati in convinzioni distorte.
Allora la psicoterapia non è un film giallo, non trova il colpevole, la psicoterapia è un docu-film che ri-narra la vita vera.
giovedì 14 agosto 2014
Le cose belle
Ho visto un film documentario, "Le cose belle", di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, che mi piacerebbe fosse visto e discusso con i nostri figli, con i nostri alunni, con tutti i ragazzi che pensano e si interrogano sul loro futuro. E' un film asciutto e assolutamente non retorico, ma anche commovente e coinvolgente, sulle vite, vere, di quattro ragazzi napoletani. I registi li incontrano per un documentario, commissionato dalla RAI, nel 1999 e poi li vanno a cercare dieci anni dopo, per raccontare come sono diventate le loro vite.
E' un film triste, ma non disperato, lo definirei piuttosto lucidamente melanconico.
Silvana vuole fare la modella, Adele la ballerina, Fabio il calciatore ed Enzo il cantante. I sogni più comuni ancora oggi tra i nostri ragazzi.
Sogni che le pubblicità amplificano, che le trasmissioni televisive rendono quasi a portata di mano, con i reality che offronto uno spicchio di visibilità a chiunque sia disposto a fare una fila per i provini.
Le interviste dei ragazzi che dichiarano con candore e fiducia le loro aspirazioni, anche a volte con un po' di ironia, sono in un tale contrasto con l'ambiente di vita, con le condizioni di partenza, che allo spettatore già prende un morso allo stomaco.
Non ci sono possibilità che questi sogni si avverino.
Dopo dieci anni la tenerezza che ispirava le loro parole diventa tristezza. Silvana si occupa di sua madre malata e di suo fratello in carcere, Adele ha una bambina e lavora in un night club, come ballerina di lap dance. Fabio ha perso il fratello in un incidente, fa lavori precari. Enzo ha un lavoro di vendita porta a porta, non canta più. Prova anche a coinvolgere Fabio. Lui accetta, ma non è il lavoro adatto e lo lascia dopo poco.
Sono condizioni di vita precarie, al limite, verrebbe da dire incompiute.
La rassegnazione a queste vite, il non aver provato a vedere altro, il non essere stati aiutati a vedere altre prospettive, non solo più realistiche, ma che potessero mettere in discussione anche le condizioni di partenza, è questa la malinconia più forte.
Non solo era incredibile che i sogni si realizzassero, non solo era ingiusto che non ci fossero altre prospettive, ma soprattutto massimamente ingiusto è che non ci siano state le capacità di criticare il proprio destino.
Quello che emerge è che tra i sogni della televisione e la realtà non c'è più un progetto che realisticamente possa costruire condizioni di vita diverse.
Il film rende davvero il senso di un blocco generazionale, tra aspirazioni massificate e improbabili e una realtà immodificabile e insoddisfacente.
E' lo stesso sentimento paralizzante che avverto quando parlo con gli adolescenti che vedo nel mio lavoro, che pure a volte hanno condizioni di partenza più fortunate di Adele e Silvana, Enzo e Fabio. Trovo o aspirazioni irrealistiche o disperazioni assolute. Il sentimento che non ci sia futuro porta a rifugiarsi nei sogni o a rassegnarsi all'esistente.
Mi piacerebbe far vedere questo film e chiedere ai ragazzi cosa avrebbero cambiato nella vita di ognuno dei protagonisti, se avessero potuto farlo, quali consigli avrebbero loro dato, sapendo come sarebbero finite le loro storie. Mi piacerebbe che attraverso quelle vite riflettessero sulle proprie prospettive, anche sulla ingiustizia di certe condizioni.
Adele ad un certo punto parla della scuola: è bocciata già tre volte, sembra che non le importi, sembra soddisfatta di non essersi fatta mettere i piedi in testa, ma poi da grande alla madre rimprovera di non averla aiutata con gli insegnanti, di non averla difesa, come se sentisse di aver perso qualcosa.
Quando i politici del partito che mi ostino a votare dicono che vogliono mettere al centro la scuola, ecco, credo che dovrebbero pensare a ragazze come Adele e Silvana, che non sono state aiutate a vedere quali potenzialità potevano avere. Non perchè la scuola possa risolvere tutto, ma almeno perchè possa essere una alternativa critica all'esistente e non la riproduzione dell'esistente.
Altrimenti l'unica speranza è che qualche regista si avvicini alla vita di un ragazzo come Enzo, con una bella voce e intonazione, lo filmi e poi gli dia uno spazio per esibirsi dopo il film. E' stato bello sentirlo cantare, ma anche, davvero, triste.
E' un film triste, ma non disperato, lo definirei piuttosto lucidamente melanconico.
Silvana vuole fare la modella, Adele la ballerina, Fabio il calciatore ed Enzo il cantante. I sogni più comuni ancora oggi tra i nostri ragazzi.
Sogni che le pubblicità amplificano, che le trasmissioni televisive rendono quasi a portata di mano, con i reality che offronto uno spicchio di visibilità a chiunque sia disposto a fare una fila per i provini.
Le interviste dei ragazzi che dichiarano con candore e fiducia le loro aspirazioni, anche a volte con un po' di ironia, sono in un tale contrasto con l'ambiente di vita, con le condizioni di partenza, che allo spettatore già prende un morso allo stomaco.
Non ci sono possibilità che questi sogni si avverino.
Dopo dieci anni la tenerezza che ispirava le loro parole diventa tristezza. Silvana si occupa di sua madre malata e di suo fratello in carcere, Adele ha una bambina e lavora in un night club, come ballerina di lap dance. Fabio ha perso il fratello in un incidente, fa lavori precari. Enzo ha un lavoro di vendita porta a porta, non canta più. Prova anche a coinvolgere Fabio. Lui accetta, ma non è il lavoro adatto e lo lascia dopo poco.
Sono condizioni di vita precarie, al limite, verrebbe da dire incompiute.
La rassegnazione a queste vite, il non aver provato a vedere altro, il non essere stati aiutati a vedere altre prospettive, non solo più realistiche, ma che potessero mettere in discussione anche le condizioni di partenza, è questa la malinconia più forte.
Non solo era incredibile che i sogni si realizzassero, non solo era ingiusto che non ci fossero altre prospettive, ma soprattutto massimamente ingiusto è che non ci siano state le capacità di criticare il proprio destino.
Quello che emerge è che tra i sogni della televisione e la realtà non c'è più un progetto che realisticamente possa costruire condizioni di vita diverse.
Il film rende davvero il senso di un blocco generazionale, tra aspirazioni massificate e improbabili e una realtà immodificabile e insoddisfacente.
E' lo stesso sentimento paralizzante che avverto quando parlo con gli adolescenti che vedo nel mio lavoro, che pure a volte hanno condizioni di partenza più fortunate di Adele e Silvana, Enzo e Fabio. Trovo o aspirazioni irrealistiche o disperazioni assolute. Il sentimento che non ci sia futuro porta a rifugiarsi nei sogni o a rassegnarsi all'esistente.
Mi piacerebbe far vedere questo film e chiedere ai ragazzi cosa avrebbero cambiato nella vita di ognuno dei protagonisti, se avessero potuto farlo, quali consigli avrebbero loro dato, sapendo come sarebbero finite le loro storie. Mi piacerebbe che attraverso quelle vite riflettessero sulle proprie prospettive, anche sulla ingiustizia di certe condizioni.
Adele ad un certo punto parla della scuola: è bocciata già tre volte, sembra che non le importi, sembra soddisfatta di non essersi fatta mettere i piedi in testa, ma poi da grande alla madre rimprovera di non averla aiutata con gli insegnanti, di non averla difesa, come se sentisse di aver perso qualcosa.
Quando i politici del partito che mi ostino a votare dicono che vogliono mettere al centro la scuola, ecco, credo che dovrebbero pensare a ragazze come Adele e Silvana, che non sono state aiutate a vedere quali potenzialità potevano avere. Non perchè la scuola possa risolvere tutto, ma almeno perchè possa essere una alternativa critica all'esistente e non la riproduzione dell'esistente.
Altrimenti l'unica speranza è che qualche regista si avvicini alla vita di un ragazzo come Enzo, con una bella voce e intonazione, lo filmi e poi gli dia uno spazio per esibirsi dopo il film. E' stato bello sentirlo cantare, ma anche, davvero, triste.
Iscriviti a:
Post (Atom)




