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lunedì 1 novembre 2021

Due vite


 Subito dopo la tua morte, io e Valeria immaginavamo che fossi in una casa, in riva al mare, insieme a nonna Caterina, a nonno Carlo ed a Charlie, il nonno ed il suo cane, che in realtà non avete mai conosciuto. Dietro la casa ci sarebbe stato un campo di girasoli, di fronte le dune tipiche della Maremma ed il mare. Era bello pensare che la vita continuasse anche per te, in un'altra dimensione.

Ciò che invece continua è la nostra vita e quella dell'albero che abbiamo piantato in tua memoria. A distanza di quasi dieci anni mi piacerebbe incontrarti, in quella casa sul mare, e raccontarti cosa ci è successo.

(Io non prego, non vado in chiesa, ed anche andare sulla tua tomba mi è difficile, perchè  il tempo lì sembra solo fermarsi. Quindi lasciare le mie parole, il dialogo che immagino con te, nello spazio di internet equivale ad accedere ad un'altra realta. E' certo una illusione, ma allevia, un poco, il dolore.)

Ti racconterei che è stata dura ritrovare un senso al mio lavoro, alle attività quotidiane, alle relazioni con gli altri, è stato  quasi impossibile appassionarsi di nuovo o riuscire ad essere, a volte, brevemente, contenta. Però è successo ed io e Giuseppe ci siamo sposati, abbiamo cambiato casa, Valeria ha scelto il liceo classico e si è diplomata. Si è trasferita a Roma ed ora studia Arte e scienze dello spettacolo, come desiderava. Vedere lei continuare a vivere mi rende felice.

Particolarmente duro, quasi insostenibile, è stato immaginare, per ogni svolta, per ogni conquista di crescita, come sarebbe stato per te. In questi nove anni ho vissuto due vite: la nostra senza di te e quella che avrebbe potuto essere con te. Ad ogni passo che abbiamo fatto mi sono chiesta come sarebbe stato se tu vi avessi partecipato, per ogni evento che abbiamo vissuto, come avresti reagito. Mi sono immaginata le tue parole, i tuoi sorrisi e le tue risate. Al matrimonio saresti stata contenta e sollevata di vedermi di nuovo serena. Per la mia promozione a Direttrice di UO avresti avuto una reazione di orgoglio, ma anche di ironia sul mio essere sempre "la prima della classe". Per la morte del nonno Donato saresti stata molto triste. Spicciola, la nostra cagnolina, ti sarebbe sicuramente piaciuta. 

Ma mi domando anche se ti conoscevo abbastanza da prevedere le tue azioni.  

La risposta ovviamente è no. 

Perchè non ho saputo prevedere  il tuo gesto, non ho saputo leggere la tua angoscia, il tuo panico, non ho saputo allora aiutarti. E' una orribile verità che riesco solo ora ad ammettere, senza massacrarmi, una verità che  mi fa indietreggiare di fronte al desiderio di immaginarti.

Quindi cara Matilde, non so che donna saresti diventata e non lo saprò mai, anche se il mio pensiero continua ad attorcigliarsi intorno agli indizi che mi arrivano dalla vita delle tue coetanee.

Spero solo che in una qualche dimensione spirituale ( ci sarà pure un paradiso?) o tecnologica (la ricerca sulle Intelligenze Artificiali o sulla clonazione) o fisica (uno degli universi paralleli della teoria delle stringhe) ci si possa ritrovare.

Intanto guardo crescere il tuo albero.


giovedì 31 dicembre 2020

Saluti al 2020

 Ci sono anni che vengono ricordati più di altri.

Per me è stato quanto è avvenuto nel 2012, una frattura irrimediabile.

Niente al confronto può reggere, neanche la pandemia che ci ha chiuso in casa per mesi, che ci ha rubato gli abbracci ed i baci, che ci ha nascosto le espressioni più care dietro le mascherine protettive.

Durante tutto l'anno mi sono ripetuta che anche la pandemia sarebbe finita, perché non c'è niente di umano che non abbia una fine. E che l'avrei gestita, perché sono sopravvissuta ad un'altra catastrofe e ora niente mi spaventa.

Anche il dolore che non credevo sarei riuscita a tollerare, alla fine è diventato parte delle mie giornate, parte essenziale, ma che non attacca la mia voglia di vivere e di partecipare.

Quindi anche questa pandemia finirà, forse non subito nel nuovo anno, forse ci vorrà anche tutto il 2021. Ma finirà.

Però il 2020 sarà ricordato anche  per un lascito  più importante: l'occasione di riconsiderare le priorità.

Quando accade qualcosa di catastrofico, che va a colpire l'abitudinaria inconsapevolezza della nostra quotidianità e la scardina, siamo costretti a vedere cosa è  importante, quali siano i nostri congiunti, se vale di più un'ora di lavoro o un'ora d'amore, se la salute viene prima dei guadagni, se il  nostro divertimento è compatibile con la sopravvivenza dei nostri nonni, se chi ci governa è in grado di fare davvero il bene del paese.

Per questo molti hanno sperato che dalla pandemia del 2020 potessimo uscire migliori.

Peccato che ci sia un problema, l'animo umano  si abitua velocemente a tutto, anche alle catastrofi. Se la consapevolezza non viene coltivata, se non si accetta il dolore e  non lo si rende una parte di noi, anche solo come un piccolo cambiamento nei nostri pensieri, allora la tendenza è quella di rimuoverlo velocemente, di nasconderlo dietro l'illusione che tutto torni "come prima".

Quindi caro 2020 ti saluto augurandomi che non verrai dimenticato, che il tuo lascito rimanga nei nostri pensieri e che tutto non torni come prima.

Al 2021 il compito di porci altre sfide di consapevolezza.


mercoledì 23 agosto 2017

La vita immaginata. Biografie, autobiografie, diari.

Premessa intima
Sto da tempo pensando a (e tentando di)  scrivere una biografia di Matilde. Inevitabilmente si intreccerebbe con il racconto della mia vita, con quella di Valeria, di Osvaldo, dei miei familiari.
Quindi spesso mi interrompo, mi fermo a riflettere sul senso che può avere scrivere storie impregnate dei ricordi e delle emozioni di così tante persone, che ancora vivono accanto a me.
Sul senso che avrebbe per me, per cui la scrittura è sempre stata la principale cura, se non l'unica, e il modo nel quale ho affrontato, fin da adolescente,  dilemmi e tristezze, non ho dubbi.

Nel fermarmi a riflettere incontro racconti di altre vite.

"Gli  anni", di Annie Ernaux, autobiografia  di una generazione.
L'intento è chiaro fin dalle prime pagine, dense di oggetti e di piccoli e grandi eventi, che marcano il susseguirsi degli anni. Il racconto si svolge in prima persona plurale. La scelta stilistica, noi guardavamo, noi compravamo, coinvolge il lettore, più o meno coetaneo, lo rende protagonista, attiva i suoi personali ricordi. Ci si riconosce. Ogni tanto l'autrice descrive una propria fotografia, come un momento nel quale inserire la propria storia, attraverso il racconto di una immagine, che non viene mostrata. Una sorta di disincarnazione della propria presenza. Se i primi ricordi impersonali sono brevi, con il passare degli anni diventano più articolati, implicano riflessioni sulla società ed il costume, sulla politica e l'informazione dei media. Si dispiegano in giudizi complessi, rimanendo all'interno della cifra generazionale. Come se a parlare fosse un intero gruppo, la classe del 1940.

"Il porto di Toledo", di Anna Maria Ortese, autobiografia immaginaria.
Appare come un ossimoro, invece autobiografia immaginaria lo è fin nel profondo il romanzo della Ortese, che richiama la Napoli dei quartieri spagnoli, che interseca vicende reali trasfigurate e passioni durature, come l'amore per la scrittura. L'architettura di  ogni frase, anche quando rischia di apparire antiquata, diventa essa stessa protagonista. Seguire la lingua, le parole assonanti, il suono e il ritmo, le immagini visionarie, come una poesia romanzata, risulta contemporaneamente facile e impegnativo. Si ha l'impressione che non si voglia davvero descrivere, ma soltanto dare una suggestione della propria esperienza, in modo da darle vita attraverso la fantasia, invece che con i dettagli. Non è importante cosa è successo, ma come lo si è sentito e quindi anche immaginato.

"Caduto fuori dal tempo" di David Grossman, diario di un lutto.
Grossman ha atteso sei anni prima di scrivere e pubblicare un libro che riguardasse la perdita del figlio. Dopo tre giorni aveva scritto una lettera di addio bellissima (orazione funebre ). Nella lettera si rivolge al figlio, gli parla come se fosse ancora con lui. Nota che ogni frase che gli rivolge inizia con una negazione. L'universalità di alcuni meccanismi mi ha turbato, anche io avevo scritto una lettera a Matilde, anche io avevo scritto un elenco di quello che non avrebbe fatto.
Il libro piuttosto che raccontare il  lutto di un padre (grossman sullo scrivere il lutto )  mette in scena il percorso necessario al dolore. Mentre lo leggevo, in un unico lungo pomeriggio in treno, vedevo le immagini della ricerca del luogo inaccessibile del figlio, osservavo gli incontri con i viandanti enigmatici, sentivo le parole come se fossero recitate. Mi immaginavo un teatro buio, una scena scarna, i personaggi vestiti di grigio, il colore della polvere, le parole a riempire il vuoto. Il centauro-scrivania è nel suo studio e gli altri sono in movimento sul palco, dei movimenti circolari, senza scopo, senza sosta.
Il lutto è prima di tutto silenzio. Ogni parola pronunciata sembra quasi un'offesa, una arroganza nei confronti di un evento impronunciabile. (Le persone ti dicono di non avere parole e tu rispondi che non ci sono parole.)

Ma uno scrittore deve trovare parole, uno scrittore in lutto non ha altra possibilità che tornare a scrivere.

Ovviamente io non sono una scrittrice. Sono solo una persona che usa la scrittura come un modo per approfondire i pensieri che le circolano in mente, oppure per districare i nodi di inquietudine nei quali si avviluppa. Se mai riuscissi a dipanare la vita immaginata di Matilde, vorrei che non fosse solo quello che è stato, ma quello che avrebbe potuto essere e quello che si sarebbe immaginata che fosse. Quello che noi abbiamo amato e sentito di lei e quello che altri hanno vissuto e riconosciuto. Un'impresa così difficile, da risultare improbabile.


domenica 29 gennaio 2017

Arrival, il tempo che ritorna.

Ho visto tanti bei film in questo mese, non mi capitava da tempo di iniziare un nuovo anno con tante scelte, e così interessanti. Ma ne parlerò un'altra volta.
Perché oggi ho visto Arrival, di Denis Villeneuve, e ne sono uscita toccata.
Il film racconta di un incontro tra alieni e terrestri, ma non si tratta di banale fantascienza, non ci sono battaglie, né armi laser, né tecnologie sconvolgenti.
Arrivano dei grandi gusci neri, si vedono dietro uno schermo dei tentacoli e poi si formano delle parole, o meglio delle frasi, circolari. Una linguista ed un fisico tentano di decifrarle, per cercare di capire come mai gli alieni sono arrivati e cosa vogliono.
Mentre tutti si aspettano di capire qualcosa di quello che sta succedendo, si dipana anche la storia della linguista, il suo privato dolore, le sue scelte.
Sono memorie? Sono anticipazioni?
La sceneggiatura mantiene la sincronicità tra i due livelli, mentre nel mondo le grandi nazioni si interrogano sulle stesse questioni, ma prendono posizioni diverse, che rischiamo di mettere a rischio la sopravvivenza di tutti.
I fraintendimenti sono possibili, la  capacità di capire  i messaggi è ostacolata  dall'ambiguità così alta. Non ci pensiamo spesso, ma uno dei presupposti della comprensione umana è quello di condividere lo stesso corpo, lo stesso ambiente. Mangiare è una delle parole più facile da mostrare e da poter comprendere, ma come si comunica con una specie che ha un corpo diverso dal nostro, con il quale probabilmente non condividiamo nessun tipo di esperienza sensoriale?
Eppure si parte dai sensi, quelli più primordiali: Louise mostra le sue mani.
Anche gli alieni mostrano le loro estremità in  un gesto simile: attraverso il vetro, ancora una volta, si ripete il gesto che unisce le mani di Adamo e  di Dio (citazione di Michelangelo o di E.T. di Spielberg?).
Capire una lingua è immergersi in un altro mondo.
Per una sorte di strana sincronia proprio stamani ascoltavo una puntata di "La lingua batte", su Radio Tre, che affrontava il tema della neurolinguistica. Nell'intervista a Andrea Moro si parlava del mistero delle lingue impossibili: se si insegna una lingua artificiale, con delle regole diverse da quelle già geneticamente inserite nel nostro cervello, le strutture cerebrali che si attivano non sono le stesse che usiamo quando parliamo la lingua madre.

Se si comprende una lingua parlata da una specie diversa si può anche entrare nella sua percezione del mondo? Louise comprendendo la lingua capisce ad un certo punto che la dimensione del tempo è diversa per gli alieni e che il vero scopo non è offendere, ma offrire una opportunità.
E se nel proprio tempo è accaduta una tragedia come cambia la percezione dell'evento, come si può immaginare di riviverlo o anche di modificarlo?
Louise si immerge nella nebbia aliena e cerca delle risposte, rivivendo o forse presagendo il suo destino. Ma mancano anche le parole, a noi che siamo abituati a percepire la linea del tempo, non sappiamo come descrivere la circolarità, il ritorno dello stesso. L'immagine che mi è venuta in mente è l'archetipo del serpente che si morde la coda, richiamata, non so quanto consapevolmente, dalla scrittura aliena.
Le immagini essenziali, quasi monocromatiche, del contatto con gli alieni, il montaggio del regista riescono forse solo in parte a rendere questo concetto, quindi nell'ultima parte del film  c'è una maggior ricorso ad una spiegazione esplicita, che fa perdere forse un po' di forza espressiva.
Però sono uscita con le lacrime agli occhi: in un mondo dove il tempo è circolare la morte può non esistere, si può anche accettare il proprio destino, e ripeterlo, e ripeterlo.

giovedì 15 dicembre 2016

venerdì 17 aprile 2015

Meditazione mindfulness V. Per uscirne bisogna passarci in mezzo.

Ho finito di leggere un bel libro sulla meditazione, sul buddismo e la psichiatria, La lezione della serenità. L'autore è uno studioso, uno psichiatra statunitense, che è anche un buddista, Mark Epstein.
L'aspetto interessante della sua analisi è il tentativo di leggere la figura del Buddha ed il suo messaggio come il frutto della elaborazione del trauma della perdita della madre.
Tale elaborazione si compie  attraverso gli anni nei quali  il principe Siddharta ricerca una soluzione alla consapevolezza del dolore della esistenza, prova varie pratiche e filosofie ascetiche, ma alla fine sotto l'albero della Bodhi raggiunge l'illuminazione. Il ricordo di un momento di gioia della sua infanzia, un momento nel quale Siddharta sembra  recuperare uno stato di unione con la madre perduta, dissociato dal momento del suo trauma, sembra essere la radice che permette di osservare e tollerare la sofferenza del mondo.
Il trauma provoca  una dissociazione delle emozioni catastrofiche dallo stato di coscienza attuale. A volte anche alcuni stati primitivi di de-sincronizzazione nella relazione tra la madre ed il neonato, secondo alcune odierne scuole psicoanalitiche, possono provocare stati emotivi che vengono dissociati.
Seguendo uno studioso, lo psicoanalista Philip Bromberg, autore di Clinica  del trauma  e della dissociazione, si potrebbe dire che  il modello che il Buddha propone come metodo della consapevolezza  consiste nel riuscire a stare negli spazi tra i Sè dissociati.
Nel frattempo le mie meditazioni sono diventate più regolari, ormai riesco a meditare quasi tutti i giorni, ho cominciato con quindici minuti al giorno, ora sto cercando di meditare per mezzora, perché mi accorgo che solo dopo un certo tempo, se supero il flusso continuo dei pensieri e li lascio scorrere, riesco a concentrarmi solo sul respiro e su una sorta di suono interiore.
E' diventato molto più facile immergersi nel flusso di consapevolezza, al punto che anche durante il giorno, se qualcosa mi irrita, mi rende inquieta, mi basta ricordarmi del mio respiro, ritornarvi per un attimo, per interrompere l'inquietudine, per distanziarmene. Non dico che quindi mi è sempre possibile superare le emozioni negative, però almeno è più facile identificare quali sono le emozioni, gli stati, le sensazioni, i sentimenti che sto provando. Poi posso anche rimanere, anzi in certi momenti non c'è altra soluzione che rimanere, con  quella emozione, però con  consapevolezza e chiarezza mentale. Come recita una massima buddista "per uscirne bisogna passarci in mezzo".
Anche la psicoterapia in fondo insegna qualcosa di molto simile: non è possibile evitare la nostra sofferenza, distogliere perennemente lo sguardo da ciò che ci ferisce, cercare in ogni modo, più o meno nevrotico, di evitare i pensieri, i ricordi, i nostri stati traumatizzati. Per trovare una soluzione è necessario passarci in mezzo, accettare di analizzare, ricordare, stare con quelle emozioni, stare in mezzo al conflitto, alla mancanza, alla ambiguità.
Anche la psicoterapia, quando è condotta senza eccessivo coinvolgimento del terapeuta, cioè senza che il terapeuta abbia già pronte delle risposte, lascia al paziente uno stato di attenzione libera e fluttuante nella quale è lui stesso e solo lui a trovare una risposta ai suoi dilemmi. Quello che succede spesso però in alcune psicoterapie è che le parole più superficiali, le razionalizzazioni, occupano molto spazio, troppo rispetto al flusso di coscienza spontaneo del paziente.
La tecnica della meditazione Mindfulness permette di creare all'interno di se stessi uno spazio nel quale il flusso dei pensieri, delle emozioni  e delle sensazioni può scorrere ed autosservarsi.
Perché nessuno può garantirci la felicità in questa vita, neanche la serenità, se non siamo disposti ad attraversarla in ogni momento di tristezza, gioia, disperazione o esaltazione con partecipazione consapevole e distaccata.
E' un principio semplice da dire, ma molto più complesso da mantenere: si dice "vivi ogni momento come fosse l'ultimo", perché è facile capire l'immensa fragilità della nostra esperienza.
Ma poi giorno per giorno ci attacchiamo ai nostri desideri, alle passioni, anche alla nostra frustrazione  e sofferenza, come se fossero assolute.
Nelle mie meditazioni un pensiero che torna spesso è la perdita di Matilde, ovviamente. Molte volte questo pensiero si associa alle lacrime, che lascio scorrere. Ma più frequentemente Matilde dona una luce di relativismo a tutto il resto, diventa come un metro col quale misurare ogni preoccupazione, ogni angoscia, mi ricorda incessantemente che tutto quello per cui mi posso preoccupare giorno dopo giorno non è nulla di fronte al ciclo delle vite e delle morti nel quale siamo tutti inseriti. Mi fa sperimentare, nella ferita che si rinnova, la necessità di apprezzare tutto e allo stesso tempo di non attaccarmi a nulla di quello che vivo.


sabato 27 luglio 2013

I momenti che non vivrai

Non vivrai il vento nei vestiti, mentre corri sulla moto del tuo ragazzo, aggrappata a lui.
Non vivrai un concerto di bossanova, in una calda notte d'estate, con un bellissimo contrabbasso.
Non vivrai il mare limpido di Alberese, che ti piaceva tanto, e l'ombra fresca dei pini.
Non vedrai il sole alle spalle dei girasoli, al tramonto, non ascolterai le mie discussioni con Giuseppe sulla rotazione eliotropica.
Non sentirai la risata argentina di tua sorella, le sue domande curiose, non ti confiderà i suoi primi amori.
Non vivrai la mia vecchiaia e quella di tuo padre.
Non vivrai la morte dei tuoi nonni, che avrebbero preferito morire, piuttosto che piangerti.
Non vivrai  all'estero, come dicevi che avresti  fatto se Berlusconi avesse ancora vinto.
Non vivrai i giorni dello studio e le ansie e le speranze del diploma.
Non vivrai più nessun'altra delusione d'amore.
Non  voterai mai, non saprò chi avresti scelto, non discuterò con te di politica..
Non visiterai l'Egitto, le piramidi, il Nilo, come mi avevi fatto promettere.
Non torneremo in Grecia, nelle isole, ancora al mare, il tuo mare.
Non farai più fotografie, uscendo con la macchina al collo, pronta a cogliere ogni attimo.
Non vivrai le lezioni all'Università, se mai avessi deciso di andarvi.
Non vivrai la soddisfazione del primo stipendio, l'emozione di spendere soldi tuoi.
Non vivrai la delusione per un progetto fallito, per un sogno che svanisce.
Non vedrai i sorrisi di Luna e le sperimentazioni di Fabrizio, che guarda incantato la sabbia che scorre.
Non vivrai la gioia di un figlio tuo.
Non vivrai l'amore, non vivrai l'amore, non amerai mai più.

lunedì 1 luglio 2013

Il dolore degli altri

Proprio in questi giorni particolari per me, mentre me ne stavo sotto l'ombrellone, ho captato una conversazione che mi ha colpito. Due signore stavano commentando una cena con alcuni amici, alla quale aveva partecipato anche una conoscente con un figlio con handicap: non ho capito quale fosse la disabilità, ma sembrava una situazione grave. Mentre si dicevano quanto sia difficile la vita di questa conoscente, ad un certo punto una delle due ha usato l'espressione "mi ha rovinato la cena". E' possibile che in effetti fosse solo un modo per dire che era stata molto colpita, forse potrebbe essere interpretato anche come un segno di empatia, ma io  l'ho trovato estremamente sgradevole.
La signora che ha avuto la cena rovinata  ha la possibilità di scordarsi del problema  e di tornare alla sua vita senza dolori, la mamma del ragazzo con handicap, come me, non può scordare il suo.

Alcune persone però preferiscono avere solo serate senza pensieri; allora incontrare il dolore degli altri diventa un problema. Almeno fino a quando non capita anche a loro qualcosa che li costringe a riflettere e a cambiare.

giovedì 27 giugno 2013

Per ricordare Matilde


Oggi è un anno da quando Matilde ci ha lasciato.


Siamo qui per ricordarla e per condividere ancora una volta tutto il dolore che abbiamo provato e la nostalgia che continuiamo a provare per lei.


Vorrei cercare di non piangere, ma mi scuserete se qualche lacrima comunque scorrerà. Ho scoperto in questo anno che abbiamo una riserva enorme di lacrime.


Invece vorrei ricordarla sorridendo.



Tutti quelli che la conoscevano ricordano i suoi sorrisi.


Matilde aveva un sorriso splendido. Era una ragazza splendente, anche quando camminava a testa bassa, anche se non si metteva in mostra e non era certo la più popolare della sua scuola.


Però se era fuori con le sue amiche e mi vedeva insieme a sua sorella e Giuseppe veniva subito a salutarmi. La ricordo sorridente e contenta che mi viene incontro, con la felpa verde e i pantaloni gialli e le scarpe con le stringhe di colore diverso una dall'altra, la mano tra i capelli neri, a tirarsi indietro la frangia che le cadeva davanti agli occhi.


Era una ragazza generosa e disponibile, pronta a farsi in quattro per le persone che amava. Se la sera riceveva una telefonata di un'amica in crisi ed aveva bisogno di parlare, mi chiedeva di scendere sotto casa per incontrarla, anche se sapeva che non mi piaceva che uscisse col buio, mi assicurava che sarebbe stata poco, che era importante. Se doveva prestare i suoi compiti o dare un aiuto per studiare lo faceva volentieri, si preoccupava se una sua amica aveva delle insufficienze, mentre si curava meno delle sue. Una volta siete andate a Marina e le avevo chiesto di guardare bene gli orari dell'autobus, ma nonostante la sua assicurazione, nel tardo pomeriggio mi chiama per dirmi che avevate perso l'autobus previsto. Non mi restava che venirvi a prendere. Mi ricordo la sua faccia alla fermata mentre si avvicina allo sportello, il suo sguardo che mi chiedeva di non rimproverarla, anche se sapeva che ero arrabbiata, mentre salivate in macchina.


Venivate a casa e a volte dormivate qui tutte insieme. I vostri pigiama party creavano confusione e notti in bianco anche per noi. Passavate il tempo a raccontarvi episodi paurosi, prendevate i film dell'orrore e poi non riuscivate a dormire. Ma ero contenta di vederla allegra, aperta, come a volte non era insieme a noi.


Matilde era curiosa e piena di interessi, amava scrivere, fotografare, amava la musica e la danza. Leggeva molto, le era sempre piaciuto ed avevamo l'abitudine di andare insieme in libreria, io andavo a vedere i libri per me e lei sceglieva le cose che le piacevano, la rivedo piccola, con i capelli corti e lisci, i blue jeans e una maglietta azzurra, tra gli scaffali dedicati ai libri per l'infanzia a sfogliare i suoi preferiti, aveva una passione per Geronimo Stilton. Ora invece mi chiedeva consiglio su cosa leggere, proprio qualche giorno prima di quel mercoledì le avevo dato diversi libri che pensavo le sarebbero piaciuti, per le sue letture estive, li aveva messi nella sua libreria.


La musica era una passione che condivideva con noi, ascoltava e sceglieva i suoi preferiti, amava i Pink Floyd, i Led Zeppelin, i Coldplay, i Green Day gli Avenged Sevenfold, i Negramaro. La ricordo che provava a suonare alla chitarra Wish you were here, a volte da sola, a volte con Martina. Mi prendeva in giro quando io ascoltavo i Marta sui tubi, lei e Valeria facevano il verso alle mie canzoni preferite e ridevamo insieme.


La sua risata, come mi manca la sua risata.


Quando ballavamo in sala sulle musiche che ci piacevano e poi mi dicevano che ero una pazza. Quando cantava concentrata, ma mai ad alta voce, quasi lo facesse solo per sè...e a me diceva che ero stonata. Quando ballava sul palco del Moderno insieme al suo gruppo di danza e sembrava così sicura, così spavalda, con la parrucca verde e le calze a righe.


Era intelligente e profonda. Tutte le sue insegnanti apprezzavano la sua intuizione, la sua logica, ma poi dicevano anche che era incostante, che poteva fare di più. Ma avevamo capito che lei era così, aveva bisogno di seguire i suoi ritmi, studiava le cose che le riuscivano meglio, con il resto provava a cavarsela con poco. Però le piaceva scrivere, aveva una sua pagina su FB, Pensiero stupendo, e nelle sue cartelle sul computer c'erano ancora altre pagine, alcune ve le leggeremo oggi, perché sono belle.


Non so se lei si rendesse conto di quanto valeva, mi rimane il dubbio che non lo sapesse. In una delle sue pagine si descrive sottolineando tutti i suoi “difetti”, quelli che la rendevano vera: chiusa, permalosa, pigra, con la testa tra le nuvole.


Mi piaceva quando stava sul divano con il computer sulle gambe e scriveva sulle chat, ma intanto ascoltava anche quello che dicevamo ed a volte interveniva con qualche battuta.


Era appassionata di fotografia, come il padre. Le avevamo regalato la macchina fotografica Canon per l'esame della terza media. La foto che abbiamo scelto per la locandina del concorso fotografico che le abbiamo intitolato la rappresenta bene, la rivedo in quella posizione, con la macchina a coprirle il viso, in tante situazioni, durante i viaggi, ma anche a casa, mentre fotografava Valeria. La sua Canon se la portava fuori quando usciva con voi, fotografava tutto, con un suo sguardo particolare. Mi mancano moltissimo le sue foto. Abbiamo fatto un viaggio e spesso ho pensato a come sarebbero state le sue foto, a cosa avrebbe visto Matilde.


Mi piaceva molto parlare con lei, discutere, si appassionava, anche se non sempre sceglieva di andare fino in fondo alla discussione, ed allora si chiudeva.


Metteva spesso degli schermi, la macchina fotografica, la scrittura erano dei modi per svelarsi con la mediazione di uno schermo. Non era diretta, ci pensava prima di esprimere una sua opinione. Mi piaceva quando mi raccontava del suo mondo, delle sue amiche, delle relazioni a scuola con i professori, delle cose che le piacevano e di quelle che detestava. Camminavamo insieme nel corso Carducci e Matilde era accanto a me, già più alta di me, e pensavo che stava crescendo, che era così matura per la sua età.


Aveva una particolare sensibilità nelle relazioni umane, una tendenza a scegliersi sempre delle amicizie complicate, non banali, un po' pazze. A volte mi preoccupavo, però ero anche orgogliosa di questo suo lato.


La sua prima amica della scuola materna si chiamava Martina, era una piccola bulla, nel modo in cui può esserlo una bimba delle materne, era una dura, che si faceva rispettare e che aveva preso sotto la sua protezione Matilde.


Alle elementari oltre alle sue amiche del cuore, aveva un particolare affetto per una bimba che difendeva sempre se capitava che si mettesse nei guai con le maestre. Alle medie aveva fatto gruppo con le FUGS, Filippa, Uga, Giuseppa, Saveria, e con altre ragazze, che sono qui oggi, e che sono state le persone con le quali Matilde è maturata e cresciuta, anche nelle liti, anche nelle difficoltà, soprattutto per quelle. Quante volte mi ha parlato di voi, quante volte abbiamo discusso delle vicende che vi succedevano.


Anche a danza, al liceo linguistico aveva subito scelto delle amiche speciali, era inizialmente riservata, ma poi riusciva ad entrare nel cuore. Diceva di se stessa: “mi affeziono lentamente alle persone”.


E poi c'è stato il suo amore, quello che l'ha messa in crisi, una crisi che non ce l'ha fatta a superare, ed in un momento di panico, un tragico imprevedibile momento di paura, l'ha spinta a fare un gesto assurdo per tutti noi.


Ho riletto le pagine che Matilde scriveva al suo amore e sul suo amore, mi sono anche chiesta se io ho davvero mai amato così, in quel modo pazzo e assoluto che forse solo un'adolescente può sentire. Matilde si sentiva completamente in balia di quello che provava, lo scriveva, ce lo diceva.


So che non tutti comprenderanno o condivideranno quello che sto dicendo, forse neanche le persone che sono più vicine, ma mi sono convinta che il gesto di Matilde è stato un gesto di amore. Ha sacrificato se stessa per non trovarsi in una situazione nella quale avrebbe messo troppe persone ed in particolare quelle che amava di più ad affrontare un problema che le è sembrato irrisolvibile.


Noi sappiamo che non lo era, che avremmo insieme, tutti, trovato una soluzione, ma a lei in quel momento tragico è sembrato così. E' stato solo un momento. Sono anche convinta che se potessimo, solo per un istante, vederci e parlarci, lei ci chiederebbe scusa ed anche noi le chiederemmo scusa di non aver capito la sua paura.


Ma il suo gesto è irreversibile.


Ora lascio lo spazio alle parole di qualcuno che vorrà ricordarla, noi siamo qui per ascoltarle.


Poi vorremmo condividere con voi le sue foto e le sue parole, che una nostra amica ha cercato di mettere in ordine in un libro in formato digitale, http://www.shorted.eu/2013/06/26/a-volte-il-cuore-2/#.UcyUMUFH5LN, Nerina ha trovato il modo di collegare lo sguardo e il cuore di Matilde, con una intensità che rende pienamente il suo mondo.



venerdì 11 gennaio 2013

Nietzsche

Il grande dolore soltanto, quel lungo, lento dolore che vuole tempo in cui, per così dire, veniamo bruciati come una legna verde, costringe a discendere nelle nostre ultime profondità e a sbarazzarci di ogni fiducia, di ogni bontà d'animo, d'ogni camuffamento, d'ogni mansuetudine, d'ogni via di mezzo, di tutto ciò in cui forse una volta riponemmo la nostra umanità. Dubito che un tale dolore renda migliori eppure so che esso ci scava a fondo.

La Gaia Scienza (Adelphi 1993)


Leggevo il libro di Laura dalla Ragione, L'inganno dello specchio, ed ho trovato questa citazione, mi ha colpito.

domenica 9 dicembre 2012

Un luogo per noi

Ci sarà una ragione per cui nei millenni gli essere umani hanno sentito il bisogno di preparare un luogo dove far stare i propri morti.
Oggi ho fatto una veloce visita alla tomba di Matilde, il viale che mi porta in quel luogo mi è sembrato familiare, come un posto che ormai  fa parte della mia vita.
Fino a qualche tempo fa dicevo di non amare i cimiteri. Dicevo che volevo essere cremata e che le mie ceneri fossero disperse. Anche Matilde lo diceva.
Ora invece avere un posto dove poterla ricordare è diventato importante. Certamente il ricordo è sempre con me, è nella sua stanza, nei luoghi di questa città che lei ha vissuto e frequentato, è in ogni persona che l'ha conosciuta e che l'ha amata.
Ma è anche lì, sotto la pioggia e sotto il sole, nel vento e nella terra.
C'è una ragione per cui vogliamo testimoniare il passaggio di una persona su questa terra, c'è una ragione per cui vorremmo che questa testimonianza potesse durare  in eterno.
Gli antropologi fanno risalire all'Homo Sapiens l'usanza della sepoltura dei morti.
La credenza in un'altra vita ci rende umani.
La memoria dei morti ispira la letteratura, la poesia, la musica, l'architettura.
La memoria ed i riti intorno alla morte hanno creato le religioni.
Dalla riflessione sulla morte nasce la filosofia.
Diceva Epicuro che là dove c'è la morte non ci siamo noi e che dove ci siamo noi non c'è la morte.
Epicuro parlava della propria morte, non della morte dei nostri cari.
Mi hanno detto, tra le tante cose che ho sentito, per consolarmi, che se Matilde non c'è più non sente più nulla ed ha smesso di soffrire. La morte è la fine di ogni sofferenza.
Ma dove c'è la morte c'è qualcuno che ricorda e che piange la persona scomparsa.
Dove c'è la morte si crea un buco, un'assenza, incolmabile per chi rimane.
I cimiteri servono alla nostra sofferenza, non servono ai morti, servono a noi.
Per questo non riuscivo a capire e ad amare la loro esistenza, prima di aver subito questa perdita.
Il cimitero è ora diventato un luogo che mi aiuta a tollerare, a volte, la sua assenza, un luogo dove posso avere, a volte, la sensazione di ritrovarla.


giovedì 1 novembre 2012

Solidarietà

Ieri ho incontrato una persona che in genere saluto, senza conoscerla davvero. Mi ha fermato, sapendo del mio lutto, e mi ha chiesto come sto. Ho risposto vagamente, non sapevo bene cosa dire, non siamo in una relazione di confidenza. Questa persona ha cominciato a dirmi che la morte di Matilde ha sicuramente un senso, che ora non posso vedere, ma che forse col tempo potrò scoprire. All'inizio mi stavo irritando, infatti ho risposto che ora tutto mi sembra solo assurdo. Ma poi ha continuato a parlare, mi ha detto che la vita è crudele, ma eventi così tragici possono servire a vedere la nostra posizione nel mondo in un'altra prospettiva. Ha accennato al fatto che anche a lei era capitato qualcosa di simile, non una morte, ma una sofferenza molto grande. Ne aveva colto il senso solo con il tempo. L'ho ascoltata pensando che voleva rassicurarmi, che voleva in qualche modo sostenermi. Ho pensato che è questa la solidarietà: quando ci si trova di fronte all'inspiegabile, assurdo modo che ha la vita di colpirci e si cerca di fare fronte comune, si cerca di ridare un senso a quello che non sembra averne. Mi ha colpito molto in questi mesi il fatto che diverse persone che credevo semplici conoscenti si siano avvicinate per dirmi qualcosa, per mostrarmi in qualche modo la loro solidarietà. Hanno trovato, in forme diverse, un modo per dire: è vero, è terribile, è capitato a te, ma può capitare a chiunque ed in questo voglio esserti vicino, voglio darti una speranza, voglio testimoniare la nostra finitissima umanità. La solidarietà sta nella testimonianza dell'umana fragilità e dell'unica forza che vi si può opporre, la condivisione. L'ho abbracciata e baciata, quella persona, prima di questo momento non le avevo mai neanche stretto la mano. Volevo ringraziarla e farle sentire che la sua vicinanza l'accettavo, con un abbraccio, uno dei gesti più belli che hanno gli uomini per stare vicini. Ho abbracciato tante persone ultimamente.

venerdì 5 ottobre 2012

Galleggiare su un dolore immenso

Sono passati tre mesi e qualche giorno dal momento in cui ti abbiamo perso.
Sentiamo moltissimo la tua mancanza, ma abbiamo anche ripreso a vivere.
In quei terribili giorni avrei voluto che il mondo si fermasse, che tutto si bloccasse. Avrei voluto congelare le nostre vite. Ma non succede così.
Io e tuo padre  stiamo andando al lavoro, Valeria sta andando a scuola, ha ripreso le lezioni di danza e di pianoforte. Giuseppe è venuto a vivere con noi.
La nostra vita scorre, anche se  sembra galleggiare su un dolore immenso che è solo poco sotto la superficie. Basta un niente perchè riaffiori e ci inondi, una tua foto, un vestito, un profumo, una ragazza della tua età, vista per strada, con lo zaino.
A volte penso che sarà sempre così, che questo dolore fa ormai parte della nostra vita e non se ne andrà.
Penso che continuare a vivere sarà galleggiare sul dolore, ogni tanto immergersi e cercare di non sprofondare, poi tornare in alto, a respirare.
Eppure nonostante questo, o forse anche per questo,  la voglia di vivere è più forte che mai.
Voglio vivere a lungo, il più possibile.
Voglio tenermi in salute e vedere crescere Valeria, voglio vedere i suoi figli e vederli crescere.
Mi dicono che sono forte, ma non è questo. Non so cosa significhi esattamente essere forte o debole.
So che ho perso qualcosa di così prezioso, so che le nostre vite sono state ferite così profondamente che la spinta a vivere ogni momento è diventata più potente.
Ogni volta che  sento di lasciarmi andare, che immagino di dormire e non svegliarmi più, risorge una spinta a continuare, comunque. Siamo vivi e abbiamo la responsabilità di dare un senso comunque a questa vita.
Anche quando sembra non averne.
Soprattutto perchè sembra non averne.


venerdì 13 luglio 2012

Lettera a Matilde


Vorrei chiederti perdono, amore,
per quella sera, per essermi arrabbiata, per averti lasciato da sola, per averti fatto sentire la mia delusione, per non averti costretto a parlare ed aver accettato che te ne stessi in camera tua.

Vorrei riuscire a credere che sei da qualche parte ad ascoltarmi e che puoi vedere il mio dolore lancinante, il dolore immenso di tutti quelli che ti volevano bene.

Vorrei che tu fossi in grado di perdonarmi.

A volte dopo che avevamo discusso, (non era la prima volta che succedeva..) ti chiedevo scusa, ti ricordi? A volte ti dicevo che ero stata io a sbagliare. Pensavo che questo avrebbe messo degli anticorpi nel nostro rapporto: non volevo che tu mi sentissi infallibile, che pensassi che non si poteva rimediare agli sbagli. Pensavo che avrebbe insegnato anche a te a chiedere scusa.

A volte invece facevo la dura, perché pensavo che ti avrei fatto capire che dovevi essere più responsabile, che dovevi pensare alle conseguenze di quello che facevi, perché è giusto essere in grado di affrontarle. A volte ti ho messo in punizione, anche per lunghi periodi, e mi sembrava che capivi, che accettavi e cercavi di riparare.

Perché è possibile rimediare agli sbagli.

(tranne a questo...tranne a questo)

Mai avrei pensato che tu potessi fare il gesto che hai fatto.

Mai nessuno, tra chi ti amava e ti era vicino, ci ha pensato.

(Ho chiesto, sai? Ho cercato e cercato ogni indizio, ogni segno..)

Quella sera cercavo di farti sentire il rischio che correvi, quanto potevi cambiare la tua vita. Non ho pensato che ti saresti sentita abbandonata, che ti saresti sentita così colpevole da punirti, mai avevo avuto dei segnali da te che potevi farti del male.

Non eri depressa, non eri malata, non eri in conflitto con me, con noi.

Hai pensato che ti saresti trovata da sola con una vita che non avresti saputo gestire, pensavi che non ti avremmo fatto legare a lui.

Penso che lo amavi davvero, ma anche che cominciavi a vedere che c'era qualcosa che non andava. Ti sei trovata in una situazione del tipo “né con te, né senza di te”.

Hai creduto di risolverla eliminando te stessa.

Hai avuto l'idea pazza che era meglio levarti di mezzo e che sarebbe stata la soluzione per tutto.

Oppure forse ha ragione la mia amica, forse ti sei solo affacciata troppo dal balcone interrogandoti su quanto fosse possibile fare davvero quel gesto ed hai perso l'equilibrio.

Sono sicura che se potessimo incontrarci di nuovo, se potessimo abbracciarci, se potessimo parlarne insieme, rimedieremmo a tutto questo. Penso che ti chiederei scusa di averti lasciata sola a piangere, di aver chiuso quella porta. Penso che anche tu mi chiederesti scusa, che ti renderesti conto di quello che hai fatto e che non volevi davvero fare.

Intanto se ci sei, da qualche parte, se mi stai guardando, se mi puoi ascoltare, nei miei pensieri, ti chiedo perdono.

Perdonami, amore, ed io ti perdonerò.


(Questa è una delle foto che scattava Matilde.)