lunedì 23 settembre 2013

Meditazione mindfulness IV

In questo ultimo anno ho provato a meditare una volta sola, a dicembre del 2012, nel gruppo con alcune care colleghe. Ho pianto durante tutta la meditazione, il mio dolore traboccava, mi trascinava. La consapevolezza piena del momento presente non è facile da tollerare quando ogni momento è pieno di angoscia ed a volte l'unico modo di sopravvivere è quello di occupare la mente con distrazioni inutili.
Da qualche giorno invece ho ripreso a meditare ogni mattina, per 15 minuti.
E' un momento che mi prendo per cercare di stare ad osservare i miei pensieri senza farmene travolgere.
Una delle metafore più belle della meditazione è  quella del cielo attraversato da nubi. Mi immagino la distesa azzurra di un cielo limpido e alcune nuvole bianche che la attraversano, cambiando forme e colore, fino a che il cielo torna sgombro. A volte ci sono giorni nei quali le nuvole sono nere e gonfie di pioggia, ma anche in quel caso, dopo un po', il cielo torna limpido. I pensieri sono come le nuvole, che attraversano la mia mente,  posso riuscire a lasciarli andare, a non attaccarmi a loro, i pensieri vengono e vanno via.
Alla fine della meditazione non sempre mi sento più calma, anzi a volte mi rendo conto che attraverso l'osservazione dei miei pensieri ho portato a galla di nuovo le angosce che cerco di tenere lontano dalla mia consapevolezza.
Ma il punto è che continuare semplicemente a distrarmi da loro non è più funzionale. Ho passato un anno cercando di tenere il dolore sotto controllo, ora non solo lo avverto ancora, ma in certi momenti è come se al dolore si aggiungesse la stanchezza di gestirlo.
Soffro di non tollerare la sofferenza.
Allora la meditazione, forse, può aiutarmi ad accettare il dolore così come è, senza aggiungere i rimproveri e la stanchezza del fingersi a posto, quando non lo si è.
Può distinguere e aumentare la  coscienza della diversità tra alcuni tipi di sofferenza.
La meditazione della montagna è un altro tipo di "consapevolezza piena" che mi piace e mi aiuta. Sentirsi una montagna, immobile, inattaccabile, profondamente radicata ed insieme svettante. Una montagna che rimane attraverso le stagioni, che vive tutti i cambiamenti sulle sue pendici, rimanendo profondamente la stessa, ecco, quando mi vivo così, l'angoscia sembra più sopportabile.
Immagino la montagna che conosco meglio, la montagna Santa Croce, vicina al mio paese lucano, San Fele. Sono la montagna Santa Croce.

giovedì 5 settembre 2013

La vita è un caos di dolore insensato, o dello scherzo senza fine (Infinite jest).

La lettura del lunghissimo romanzo di David Foster Wallace, Infinite Jest, è stata essa stessa una storia. Ho iniziato a leggerlo nel 2010, quando ero in una fase particolare della mia vita, dopo la rottura di una relazione importante ed all'inizio di una nuova relazione d'amore. La complessità della scrittura di Wallace mi aveva intrigato, ma anche affaticato. Il libro non ha una struttura cronologica semplice, non solo perchè gli Anni Sponsorizzati non sono subito individuabili, ma anche perchè lo sviluppo delle scene non segue un ordine, neanche a volerlo immaginare come dei flash back. Il tempo di Infinite jest è ricorsivo, circolare, si annoda su se stesso. Una stessa giornata ritorna più volte, in momenti diversi, con protagonisti diversi  e nonostante gli sforzi per tenerne nota, alla fine si comprende che non c'è un ordine, ma solo una apparente sinconicità. Anche il legame tra i personaggi, tanti e diversi, e tra gli ambienti non è evidente nei primi capitoli, subito si avverte la necessità di avere una guida al romanzo, che sia da parte di qualcuno che l'ha già letto.
Infine il tipo di scrittura varia molto da scena a scena: ci sono dialoghi, elenchi, a volte essenziali, a volte lunghissimi. Ci sono abbreviazioni e iniziali che disorientano, termini colloquiali o troppo tecnici. Ci sono note che invece che agevolare la lettura la rendono ancora più articolata e complessa (ed ho spesso deciso di saltarle). Ci sono descrizioni che entrano nei dettagli di oggetti e di ambienti che si fatica a trovare significativi ed a volte diventano solo rumore di fondo. Mi sono trovata a leggere quasi come se navigassi in un mare di dettagli nei quali cercavo un orientamento, come se dovesse prima o poi arrivare un segnale che desse un ordine, ma senza riuscire ad approdare davvero da qualche parte. Poi all'improvviso dopo pagine di navigazione di lettura ecco una perla, una pagina entusiasmante, che illumina il percorso, ma senza davvero connetterlo in un unico senso.

Ho quindi deciso di lasciarlo, di sospenderlo, mi sono detta, per un po', come avevo sospeso la lettura di Proust, nell'attesa di trovare un momento giusto per riprenderlo. Poi, in un momento di nuovo molto particolare della mia vita, dopo la perdita atroce di mia figlia,  ho trovato la biografia di D.T.Max, che ha fatto rinascere una curiosità verso IJ.
Per riannodare i fili mi sono trovata a cercare in rete una sorta di bignami del romanzo ed ho trovato  sul sito Scarabooks una utilissima guida che ho utilizzato per non riprendere l'orientamento.
Poi piano piano non ne ho avuto bisogno e la mia lettura è stata sempre più facile. Le storie nella seconda parte del libro si intrecciano maggiormente, i personaggi principali sono più individuabili. Gli ambienti diventano familiari. Ho continuato a pensare che se Wallace avesse sacrificato una parte delle pagine che ha scritto il risultato sarebbe stato più unitario, ma poi, alla fine, mi è sembrato anche di percepire perchè potrebbe non averlo fatto.
Pur nella critica del realismo, pur situandosi quindi nella corrente postmoderna, Wallace sembra in realtà voler riprodurre con la iperrealtà della sua letteratura la complessità e caoticità della vita. La impossibilità di dare ordine, coerenza ai vari dettagli, di decidere cosa sia essenziale e cosa no, non fa parte in fondo delle nostre stesse esperienze? Cerchiamo inesorabilmente un ordine che siamo destinati a non trovare. Alla fine mi è sembrato di vedere questo nella sua sovrabbondanza di scrittura. Così come cerchiamo un piacere che non si riesce a trovare, la cassetta di Infinite Jest,  e che può solo portare ad una forma diversa di morte. Così come cerchiamo di combattere il dolore, ma rimaniamo impigliati nelle dipendenze da sostanze. Non c'è nulla in questo romanzo che salva, non c'è neanche l'amore, perchè anche l'Amore è una dipendenza.
"Iniziano la cosa con i bottoni uno dell'altro. Non c'entra la conquista o la cattura forzata. Non c'entrano le ghiandole o gli istinti o il brivido che spacca il secondo o il chiodo fisso di doverti lasciare andare; non c'entra neanche l'amore né l'amore per qualcuno che desideri dentro di te, dal quale ti senti tradito. Non c'entra l'amore e non è mai l'amore, che uccide chi ne ha bisogno." (pag.678 ed. Einaudi).
C'entra molto il dolore della Cosa: " La Cosa è un senso di male radicale e completo, e non è una caratteristica, ma piuttosto l'essenza dell'esistenza cosciente. la Cosa è un senso di avvelenamento che pervade l'io ai livelli più elementari. La cosa è una nausea delle cellule e dell'anima. E' l'intuire che il mondo è molto ricco e animato, ma anche completamente doloroso e maligno e antagonistico nei confronti dell'io" ( pag.834).
Alla fine del romanzo la cartuccia master del film che produce il piacere più assoluto, il piacere  che porta alla morte, non si trova; alla fine del romanzo, senza voler svelare troppo della vicenda, ci sono solo due dei protagonisti principali (Hal Incandenza e Don Gately) stesi e immobili a confrontarsi con il dolore della astinenza ed il dolore fisico di un trauma, attraverso i ricordi di altri traumi e di altri dolori.
In questo romanzo non  c'è catarsi, non c'è un vero sviluppo, la prima scena è quella che potrebbe essere cronologicamente l'ultima della storia, ma anche solo una invenzione. I personaggi rimangono nonostante tutto uguali a se stessi e imprigionati nei loro ruoli.
E la vita è solo un caos di dolore insensato, uno scherzo senza fine ( e forse ora, nel particolare mio momento di vita, sento una incredibile sintonia con IJ).

DFW, una biografia.

A volte succede che un autore sia amato più per il personaggio che  diventa che per quello che ha scritto. Con questo non intendo sostenere che non siano importanti le opere, ma che ad un certo punto, per qualche autore, la sua vita (o la sua morte) diventi più importante delle sue opere.
Ho amato moltissimo i Diari di Virginia Woolf, i suoi saggi di critica e di militanza per i diritti delle donne, ho divorato le sue biografie e ogni traccia di lei, i film che sono ispirati al suo personaggio o tratti dai suoi personaggi, ma non ho amato allo stesso modo le sue opere narrative, tranne forse per La signora Dalloway.

Quando  ho iniziato a leggere Infinite Jest, sono arrivata quasi a metà del libro e poi l'ho lasciato un po' esaurita, ma con l'idea di ritornarvi. Ho letto i racconti di La ragazza dai capelli strani e li ho trovati molto belli e più piacevoli dell'infinito romanzo. Poi ho visto una sua biografia, di D.T. Max, e mi ha incantato il titolo Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi.
Ho cominciato a leggerla e l'ho finita in pochi giorni: è una storia struggente, che parla di David Foster Wallace e dei suoi libri. Racconta la sua depressione ricorrente, ma anche le sue  teorie intorno alla scrittura, la filosofia dei suoi romanzi e le vicende che hanno ispirato le sue storie.
Rende reali il grande dolore ed il grande talento di Wallace. Mi ha fatto tornare il desiderio di leggere Infinite Jest e di completarlo con una consapevolezza diversa.
Penso che ora che ho più chiaro il disegno e la personalità di chi ha scritto questa opera mi riuscirà anche meglio portarne a termine la lettura. Sono consapevole che una parte di questa fascinazione è anche legata  al gesto del suicidio di David.
D.T.Max non avanza spiegazioni o ipotesi, racconta che DFW ha tentato varie volte di togliersi la vita e che in fondo ha sempre alternato momenti nei quali la scrittura sembrava un modo per non farsi risucchiare dal dolore, ad altri nei quali ha avuto bisogno di anestetizzarsi dal dolore con le droghe e l'alcool. Anche se aveva trovato attraverso gli AA ( ed uno psicofarmaco) un modo di gestire il dolore interno, intenso, l'inquietudine che non lo ha mai abbandonato, ed alla fine è stato più forte il pensiero di mettere un termine definitivo alla sua sofferenza, come Virginia Woolf.
Ma non è soltanto questo il fascino che ha suscitato in me la lettura della biografia, il tema convincente, direi motivante a riprendere i suoi romanzi, è stato quello della complessità della sua scrittura tra realtà e finzione, tra ultrarealtà e ironia. Il modo nel quale Wallace ha cercato di trovare uno stile che rendesse l'incredibile "troppità" della vita. Il biografo cita una sua lettera ad un amico nella quale Wallace racconta delle sue difficoltà: scrivere roba sulla vita vera è quasi impossibile, semplicemente perché è troppa!
Il sovraccarico di informazioni, di percezioni, di opinioni, di teorie e mezzi di comunicazione dell'età moderna produce spesso solo rumore nel quale è difficile estrarre i segnali. A volte leggendo Wallace si ha l'impressione che i suoi periodi lunghissimi siano in effetti solo questo rumore, dal quale ogni tanto si staglia una frase, un pensiero che risuona invece in modo diverso.

sabato 27 luglio 2013

I momenti che non vivrai

Non vivrai il vento nei vestiti, mentre corri sulla moto del tuo ragazzo, aggrappata a lui.
Non vivrai un concerto di bossanova, in una calda notte d'estate, con un bellissimo contrabbasso.
Non vivrai il mare limpido di Alberese, che ti piaceva tanto, e l'ombra fresca dei pini.
Non vedrai il sole alle spalle dei girasoli, al tramonto, non ascolterai le mie discussioni con Giuseppe sulla rotazione eliotropica.
Non sentirai la risata argentina di tua sorella, le sue domande curiose, non ti confiderà i suoi primi amori.
Non vivrai la mia vecchiaia e quella di tuo padre.
Non vivrai la morte dei tuoi nonni, che avrebbero preferito morire, piuttosto che piangerti.
Non vivrai  all'estero, come dicevi che avresti  fatto se Berlusconi avesse ancora vinto.
Non vivrai i giorni dello studio e le ansie e le speranze del diploma.
Non vivrai più nessun'altra delusione d'amore.
Non  voterai mai, non saprò chi avresti scelto, non discuterò con te di politica..
Non visiterai l'Egitto, le piramidi, il Nilo, come mi avevi fatto promettere.
Non torneremo in Grecia, nelle isole, ancora al mare, il tuo mare.
Non farai più fotografie, uscendo con la macchina al collo, pronta a cogliere ogni attimo.
Non vivrai le lezioni all'Università, se mai avessi deciso di andarvi.
Non vivrai la soddisfazione del primo stipendio, l'emozione di spendere soldi tuoi.
Non vivrai la delusione per un progetto fallito, per un sogno che svanisce.
Non vedrai i sorrisi di Luna e le sperimentazioni di Fabrizio, che guarda incantato la sabbia che scorre.
Non vivrai la gioia di un figlio tuo.
Non vivrai l'amore, non vivrai l'amore, non amerai mai più.

martedì 9 luglio 2013

Che ci facciamo noi nel PD?

A me del Politicamp è rimasta in testa una domanda, quella che ci ha fatto Paolo Nori, nella sua bellissima lettura dedicata ai morti di Reggio Emilia, perchè scioperavano, negli anni 60. Nori ha ricordato a tutti noi che il PD ha avuto una responsabilità nella istituzione dei CIE ed in alcune riforme del lavoro e poi ci ha chiesto:che ci fate voi nel PD?
W la LibertàE' una domanda che spesso viene rivolta a chi sostiene la candidatura di Giuseppe Civati, ma è anche una domanda che penso si facciano anche alcuni dirigenti dell'”apparato”.
E' una domanda importante, perchè è sul senso del cambiamento che Civati, ma soprattutto tutti i Nico Giberti che sono suoi sostenitori, vogliono proporre al PD e a tutti i reali e potenziali elettori del partito.
Che ci facciamo noi nel PD?
Mentre pensavo ad una risposta da dare a questo quesito, una formula, una frase che potesse condensare il mio, il nostro sentimento di appartenenza al PD ho abbassato lo sguardo sul mio quaderno, quello sul quale ho preso degli appunti durante i Wdays. Ad un certo punto dei lavori infatti le informazioni che venivano date, le proposte di legge che venivano presentate e discusse, mi sono sembrate così tante e così precise che non poteva bastare la mia memoria a tenerle a mente ed allora sono ricorsa al mio quaderno degli appunti.
Ho cominciato a riguardare le pagine che avevo scritto.
Noi stiamo nel Pd perchè ci sono amministratori comunali come Luca Pastorino e Lucrezia Ricchiuti che combattono quotidianamente contro le intimidazioni, non solo della mafia che tutti conosciamo, ma anche di quella degli interessi economici. Ci sono ricercatori come Salvatore Tesoriero che studiano una proposta di legge che cambi i termini di prescrizione per i reati di corruzione ed una che introduca l'obbligo di restituzione della tangente una volta accertato il reato, mentre attualmente l'87% delle condanne per corruzione è sotto i due anni di pena e quindi di fatto rimane impunita.
Noi stiamo nel Pd perchè vogliamo, insieme ad associazioni come Libera, che venga introdotto il reato di voto di scambio ed una Anagrafe pubblica e trasparente dei politici e degli amministratori di nomina politica.
Noi stiamo nel PD perchè ci sono giovani studiosi impegnati a spiegare e a formulare progetti per prevenire il consumo del suolo come Mirko Tutino. Ci ha presentato un disegno di legge che propone una definizione univoca del fenomeno, per poi permetterne il censimento, definire il diritto di edificabilità e dare dei termini temporali a questo diritto. Gianluca Ruggieri ci ha invece parlato della riqualificazione energetica dell'edilizia pubblica: con un investimento di un euro in progetti di ristrutturazione degli edifici avremmo risultati esponenziali in termini di risparmio energetico e creazione di lavoro.
Noi stiamo nel PD perchè il tema della rimozione degli ostacoli alla partecipazione democratica alla vita dei partiti, di tutti i partiti (anche di quelli dove si dice che uno conta uno ed invece c'è solo uno che conta), è un tema centrale della nostra democrazia. Ne hanno parlato in modo diverso in molti contesti gli invitati più o meno noti del Politcamp: ne hanno parlato Walter Tocci, Andrea Ranieri, Fabrizio Barca e Sandra Zampa durante la prima serata.
Ci sono idee diverse di partecipazione, quella degli iscritti partecipanti e quella dei partecipanti non iscritti, idee diverse di organizzazione, più strutturata o più associazionistica, ma mi è sembrato che l'esempio da imitare arrivasse da un Circolo già attivo del PD, il Circolo Copernico di Cagliari.
Renato Soru, Vincenzo Vita e Raffaele Calabretta hanno discusso di piattaforme digitali, di uscire da FB e progettare un luogo social dove discutere e decidere coinvolgendo gli iscritti e gli elettori del PD. Ma quando ha parlato, emozionatissimo, Matteo Lecis Cocco-Ortu della esperienza di Cagliari, cioè di un circolo dove si può essere simpatizzanti, sostenitori ed iscritti e convivere e creare eventi e partecipazione politica, mi sono detta che stiamo nel PD per vedere diffuse queste esperienze su tutto il territorio nazionale.
Il PD in cui stiamo è questo, è quello che già c'è in tante realtà territoriali e nei gruppi dei militanti..
Il problema è che spesso questo PD non si sente rappresentato dalla attuale dirigenza.
Civati con la sua candidatura può far emergere questo PD, perchè intorno a lui si è costruita una squadra, un insieme di persone motivate, impegnate, competenti. Se Civati andrà alla segreteria potrà proporre le competenze di persone come Rita Castellani e Filippo Taddei, economisti che in modo molto chiaro hanno presentato alcuni dati significativi sul nostro mondo del lavoro e sulla necessità di detassare il lavoro dipendente.. L'ingresso nel mondo del lavoro ed i percorsi formativi collegati devono essere modificati con una riforma degli Ordini professionali, una uniformità dei contratti di accesso, una estensione delle tutele per chi ha difficoltà nell'ingresso.
Perchè come ci ha ricordato con passione Maria Pia Pizzolante i giovani, ma soprattutto le donne, che non lavorano rimangono nel ricatto familiare, non riescono ad emanciparsi se non c'è un Welfare alternativo alla famiglia. Quindi dovremmo anche noi chiedere come un ritornello, non l'IMU, ma il reddito minimo garantito.
Ecco, noi stamo in questo PD perchè c'è la passione di queste persone, le idee di questi studiosi, l'incontro tra generazioni diverse e vogliamo che la candidatura di Giuseppe Civati porti a galla, faccia emergere e valorizzi tutto questo mondo.

lunedì 1 luglio 2013

Il dolore degli altri

Proprio in questi giorni particolari per me, mentre me ne stavo sotto l'ombrellone, ho captato una conversazione che mi ha colpito. Due signore stavano commentando una cena con alcuni amici, alla quale aveva partecipato anche una conoscente con un figlio con handicap: non ho capito quale fosse la disabilità, ma sembrava una situazione grave. Mentre si dicevano quanto sia difficile la vita di questa conoscente, ad un certo punto una delle due ha usato l'espressione "mi ha rovinato la cena". E' possibile che in effetti fosse solo un modo per dire che era stata molto colpita, forse potrebbe essere interpretato anche come un segno di empatia, ma io  l'ho trovato estremamente sgradevole.
La signora che ha avuto la cena rovinata  ha la possibilità di scordarsi del problema  e di tornare alla sua vita senza dolori, la mamma del ragazzo con handicap, come me, non può scordare il suo.

Alcune persone però preferiscono avere solo serate senza pensieri; allora incontrare il dolore degli altri diventa un problema. Almeno fino a quando non capita anche a loro qualcosa che li costringe a riflettere e a cambiare.

giovedì 27 giugno 2013

Per ricordare Matilde


Oggi è un anno da quando Matilde ci ha lasciato.


Siamo qui per ricordarla e per condividere ancora una volta tutto il dolore che abbiamo provato e la nostalgia che continuiamo a provare per lei.


Vorrei cercare di non piangere, ma mi scuserete se qualche lacrima comunque scorrerà. Ho scoperto in questo anno che abbiamo una riserva enorme di lacrime.


Invece vorrei ricordarla sorridendo.



Tutti quelli che la conoscevano ricordano i suoi sorrisi.


Matilde aveva un sorriso splendido. Era una ragazza splendente, anche quando camminava a testa bassa, anche se non si metteva in mostra e non era certo la più popolare della sua scuola.


Però se era fuori con le sue amiche e mi vedeva insieme a sua sorella e Giuseppe veniva subito a salutarmi. La ricordo sorridente e contenta che mi viene incontro, con la felpa verde e i pantaloni gialli e le scarpe con le stringhe di colore diverso una dall'altra, la mano tra i capelli neri, a tirarsi indietro la frangia che le cadeva davanti agli occhi.


Era una ragazza generosa e disponibile, pronta a farsi in quattro per le persone che amava. Se la sera riceveva una telefonata di un'amica in crisi ed aveva bisogno di parlare, mi chiedeva di scendere sotto casa per incontrarla, anche se sapeva che non mi piaceva che uscisse col buio, mi assicurava che sarebbe stata poco, che era importante. Se doveva prestare i suoi compiti o dare un aiuto per studiare lo faceva volentieri, si preoccupava se una sua amica aveva delle insufficienze, mentre si curava meno delle sue. Una volta siete andate a Marina e le avevo chiesto di guardare bene gli orari dell'autobus, ma nonostante la sua assicurazione, nel tardo pomeriggio mi chiama per dirmi che avevate perso l'autobus previsto. Non mi restava che venirvi a prendere. Mi ricordo la sua faccia alla fermata mentre si avvicina allo sportello, il suo sguardo che mi chiedeva di non rimproverarla, anche se sapeva che ero arrabbiata, mentre salivate in macchina.


Venivate a casa e a volte dormivate qui tutte insieme. I vostri pigiama party creavano confusione e notti in bianco anche per noi. Passavate il tempo a raccontarvi episodi paurosi, prendevate i film dell'orrore e poi non riuscivate a dormire. Ma ero contenta di vederla allegra, aperta, come a volte non era insieme a noi.


Matilde era curiosa e piena di interessi, amava scrivere, fotografare, amava la musica e la danza. Leggeva molto, le era sempre piaciuto ed avevamo l'abitudine di andare insieme in libreria, io andavo a vedere i libri per me e lei sceglieva le cose che le piacevano, la rivedo piccola, con i capelli corti e lisci, i blue jeans e una maglietta azzurra, tra gli scaffali dedicati ai libri per l'infanzia a sfogliare i suoi preferiti, aveva una passione per Geronimo Stilton. Ora invece mi chiedeva consiglio su cosa leggere, proprio qualche giorno prima di quel mercoledì le avevo dato diversi libri che pensavo le sarebbero piaciuti, per le sue letture estive, li aveva messi nella sua libreria.


La musica era una passione che condivideva con noi, ascoltava e sceglieva i suoi preferiti, amava i Pink Floyd, i Led Zeppelin, i Coldplay, i Green Day gli Avenged Sevenfold, i Negramaro. La ricordo che provava a suonare alla chitarra Wish you were here, a volte da sola, a volte con Martina. Mi prendeva in giro quando io ascoltavo i Marta sui tubi, lei e Valeria facevano il verso alle mie canzoni preferite e ridevamo insieme.


La sua risata, come mi manca la sua risata.


Quando ballavamo in sala sulle musiche che ci piacevano e poi mi dicevano che ero una pazza. Quando cantava concentrata, ma mai ad alta voce, quasi lo facesse solo per sè...e a me diceva che ero stonata. Quando ballava sul palco del Moderno insieme al suo gruppo di danza e sembrava così sicura, così spavalda, con la parrucca verde e le calze a righe.


Era intelligente e profonda. Tutte le sue insegnanti apprezzavano la sua intuizione, la sua logica, ma poi dicevano anche che era incostante, che poteva fare di più. Ma avevamo capito che lei era così, aveva bisogno di seguire i suoi ritmi, studiava le cose che le riuscivano meglio, con il resto provava a cavarsela con poco. Però le piaceva scrivere, aveva una sua pagina su FB, Pensiero stupendo, e nelle sue cartelle sul computer c'erano ancora altre pagine, alcune ve le leggeremo oggi, perché sono belle.


Non so se lei si rendesse conto di quanto valeva, mi rimane il dubbio che non lo sapesse. In una delle sue pagine si descrive sottolineando tutti i suoi “difetti”, quelli che la rendevano vera: chiusa, permalosa, pigra, con la testa tra le nuvole.


Mi piaceva quando stava sul divano con il computer sulle gambe e scriveva sulle chat, ma intanto ascoltava anche quello che dicevamo ed a volte interveniva con qualche battuta.


Era appassionata di fotografia, come il padre. Le avevamo regalato la macchina fotografica Canon per l'esame della terza media. La foto che abbiamo scelto per la locandina del concorso fotografico che le abbiamo intitolato la rappresenta bene, la rivedo in quella posizione, con la macchina a coprirle il viso, in tante situazioni, durante i viaggi, ma anche a casa, mentre fotografava Valeria. La sua Canon se la portava fuori quando usciva con voi, fotografava tutto, con un suo sguardo particolare. Mi mancano moltissimo le sue foto. Abbiamo fatto un viaggio e spesso ho pensato a come sarebbero state le sue foto, a cosa avrebbe visto Matilde.


Mi piaceva molto parlare con lei, discutere, si appassionava, anche se non sempre sceglieva di andare fino in fondo alla discussione, ed allora si chiudeva.


Metteva spesso degli schermi, la macchina fotografica, la scrittura erano dei modi per svelarsi con la mediazione di uno schermo. Non era diretta, ci pensava prima di esprimere una sua opinione. Mi piaceva quando mi raccontava del suo mondo, delle sue amiche, delle relazioni a scuola con i professori, delle cose che le piacevano e di quelle che detestava. Camminavamo insieme nel corso Carducci e Matilde era accanto a me, già più alta di me, e pensavo che stava crescendo, che era così matura per la sua età.


Aveva una particolare sensibilità nelle relazioni umane, una tendenza a scegliersi sempre delle amicizie complicate, non banali, un po' pazze. A volte mi preoccupavo, però ero anche orgogliosa di questo suo lato.


La sua prima amica della scuola materna si chiamava Martina, era una piccola bulla, nel modo in cui può esserlo una bimba delle materne, era una dura, che si faceva rispettare e che aveva preso sotto la sua protezione Matilde.


Alle elementari oltre alle sue amiche del cuore, aveva un particolare affetto per una bimba che difendeva sempre se capitava che si mettesse nei guai con le maestre. Alle medie aveva fatto gruppo con le FUGS, Filippa, Uga, Giuseppa, Saveria, e con altre ragazze, che sono qui oggi, e che sono state le persone con le quali Matilde è maturata e cresciuta, anche nelle liti, anche nelle difficoltà, soprattutto per quelle. Quante volte mi ha parlato di voi, quante volte abbiamo discusso delle vicende che vi succedevano.


Anche a danza, al liceo linguistico aveva subito scelto delle amiche speciali, era inizialmente riservata, ma poi riusciva ad entrare nel cuore. Diceva di se stessa: “mi affeziono lentamente alle persone”.


E poi c'è stato il suo amore, quello che l'ha messa in crisi, una crisi che non ce l'ha fatta a superare, ed in un momento di panico, un tragico imprevedibile momento di paura, l'ha spinta a fare un gesto assurdo per tutti noi.


Ho riletto le pagine che Matilde scriveva al suo amore e sul suo amore, mi sono anche chiesta se io ho davvero mai amato così, in quel modo pazzo e assoluto che forse solo un'adolescente può sentire. Matilde si sentiva completamente in balia di quello che provava, lo scriveva, ce lo diceva.


So che non tutti comprenderanno o condivideranno quello che sto dicendo, forse neanche le persone che sono più vicine, ma mi sono convinta che il gesto di Matilde è stato un gesto di amore. Ha sacrificato se stessa per non trovarsi in una situazione nella quale avrebbe messo troppe persone ed in particolare quelle che amava di più ad affrontare un problema che le è sembrato irrisolvibile.


Noi sappiamo che non lo era, che avremmo insieme, tutti, trovato una soluzione, ma a lei in quel momento tragico è sembrato così. E' stato solo un momento. Sono anche convinta che se potessimo, solo per un istante, vederci e parlarci, lei ci chiederebbe scusa ed anche noi le chiederemmo scusa di non aver capito la sua paura.


Ma il suo gesto è irreversibile.


Ora lascio lo spazio alle parole di qualcuno che vorrà ricordarla, noi siamo qui per ascoltarle.


Poi vorremmo condividere con voi le sue foto e le sue parole, che una nostra amica ha cercato di mettere in ordine in un libro in formato digitale, http://www.shorted.eu/2013/06/26/a-volte-il-cuore-2/#.UcyUMUFH5LN, Nerina ha trovato il modo di collegare lo sguardo e il cuore di Matilde, con una intensità che rende pienamente il suo mondo.