E' nato da una decina di giorni il mio nipotino, Fabrizio, il figlio di mia sorella. Lei è una persona molto riservata e certo non mi permetterà di pubblicare la sua foto, il che mi dispiace molto.
L'emozione che ho provato è stata intensa quasi quanto la nascita delle mie bimbe e non credevo che potesse succedere: in fondo durante la gravidanza mi ero sentita coinvolta, ma non in modo così intenso. Il discrimine tra avere o non avere "la pancia" sta tutto nelle sensazioni che solo chi ce l'ha può provare. Chi sente il proprio corpo cambiare, non sempre in modo gradevole, chi avverte i movimenti del bambino ha da molto prima la possibilità di abituarsi alla nuova presenza. Invece chi non ha la pancia ne avverte in modo speciale la presenza solo quando lo può vedere, prendere in braccio, guardare negli occhi. Per questo sono corsa a vederlo anche a chilometri di distanza il giorno stesso che è nato e intanto ho annunciato a tutti che ero diventata zia. Poi vederlo e toccarlo è stato bellissimo!
Un nuovo arrivo è un miracolo così normale, è un avvento speciale eppure così ripetitivo nella vita delle famiglie! Lo so che sono sembrata quasi una pazza ai miei colleghi di lavoro, agli amici, a chiunque annunziassi che era nato Fabrizio, ma so anche che hanno capito, a molti è capitato lo stesso.
Mi ricordo l'emozione che ha scatenato nei miei familiari la nascita delle mie bambine e come mi era sembrata strana. Io in fondo sapevo che la nascita sarebbe stato solo un incontro su un altro livello percettivo. Avrei dato un aspetto fisico alla mia bambina, ma sapevo già che c'era, sentivo che c'era. Quando ho visto per la prima volta Matilde, ma anche quando ho visto Valeria, che così le somigliava, ho pensato che era proprio come l'avevo già immaginata, proprio come l'avevo sognata. Invece non sapevo come fosse il mio nipotino ed all'inizio l'osservavo come si osserva chi si deve imparare a riconoscere. Fabrizio mi ha reso zia. Insieme a lui è nata una mamma, un papà, altri nonni e tanti zii e cugini.
Un nuovo arrivo ed una nuova famiglia.
sabato 2 giugno 2012
venerdì 25 maggio 2012
Il non partito ed il partito della tradizione
Devo dire che tutta la vicenda del Movimento Cinque Stelle mi sta appassionando. Non ho mai nutrito particolari simpatie per esso, soprattutto non per Grillo, che mi ha sempre dato l'impressione di un capopopolo demagogo. Riconosco che alcuni punti del programma M5S sono condivisibili, ma non è neanche questo il motivo che mi spinge a leggere gli articoli e i post sul loro forum.
Mi affascina il tentativo di vendere l'idea che sono fuori dal sistema: si definiscono un movimento e non un partito. Si sono presentati alle elezioni con un non-statuto, se devono offendere o attaccare qualcuno all'esterno così come all'interno usano l'aggettivo "partitico" o "politico". Rifiutano i finanziamenti pubblici, per iscriversi non bisogna essere stati iscritti a un partito o ad una associazione politica. Cercano una immacolatezza politica come se avere a che fare con qualsiasi cosa abbia riguardato i partiti sia di per sè ed in assoluto negativo.
Eppure si trovano ora a confrontarsi con le responsabilità di un gruppo sociale che acquista rappresentanza all'interno delle istituzioni. Non vogliono chiamare questo gruppo sociale partito, possono anche, se vogliono conservare la loro immagine di pulizia, chiamarlo non-partito, come il loro non-statuto, ma non basta un gioco linguistico per cambiare la sostanza della loro organizzazione. Sono già più avanti di un movimento, sono a tutti gli effetti una gruppo sociale organizzato (anche se sul web) che ha conquistato una rappresentanza politica in istituzioni di governo. Un movimento si crea sulla base di rivendicazioni parziali, a breve termine, ed infatti Grillo è partito con 5 obiettivi, le cinque stelle. Ma quando si governa una città bisogna anche proporre una visione complessiva di quello che si intende fare sullo sviluppo, la disoccupazione, le tasse.
Ora si stanno quindi confrontando con le dinamiche della rappresentanza. Pensavano che bastasse il luogo della loro nascita, la rete internet, a preservare la democrazia diretta che dichiarano di voler perseguire. Ma è sempre più chiaro che quando c'è un padrone di un simbolo politico (caso unico penso nel mondo) che si permette di espellere e scomunicare e intervenire sulle candidature senza nemmeno ascoltare le opinioni degli iscritti, l'idea di essere un movimento che vive una democrazia diretta non è più difendibile. Si affacciano infatti sul forum commenti che consigliano di stare attenti a chi si candida, per evitare "infiltrazioni", ci si affida al giudizio del capo come se avesse una sorta di infallibilità e ciò non mi sembra coerente con una democrazia diretta e partecipativa. Anche perchè la storia insegna, fin dai primi governi democratici della antica Grecia, che non c'è nulla di più illusorio dell'idea di una "diretta" manifestazione della volontà popolare.
Ogni società è organizzata in gruppi sociali ed ogni gruppo rivendica la sua affermazione attraverso delle forme che sono necessariamente organizzate, che hanno dei ruoli, dei punti di discussione e confronto, dei meccanismi di scelta. Come è pensabile organizzare un programma senza trovare delle idee, discuterle, confrontarle, sceglierne alcune ed escluderne delle altre? Chi decide entro quali tempi, con quali forme presentare il programma, chi decide chi candidare e chi escludere? Chi decide chi deve prendere queste decisioni?
Il punto vero quindi non è evitare la mediazione delle varie forme di partito, ma riuiscire a fare in modo che la rappresentanza sia chiara e trasparente.
Per questo anche la battaglia contro il finanziamento pubblico ai partiti mi sembra demagogica: è forse preferibile il finanziamento occulto di grandi lobby private? I partiti della sinistra italiana non avrebbero potuto sopravvivere in tempi di scontro sociale radicale se non avessero avuto i finanziamenti pubblici. Ora pensare che un non-partito possa finanziarsi solo sulla base volontaria significa già dichiarare il proprio gruppo sociale di appartenenza: la giovane borghesia imprenditoriale delle nuove tecnologie. Non a caso come grande organizzatore del Movimento c'è Gianroberto Casaleggio, un manager che si occupa ufficialmente di gestire i siti web delle aziende, ma che è stato prima l'organizzatore della scesa in campo di Di Pietro ed ora sembra il ghost writer di Grillo e delle sue proposte politiche, compresa qualcuna razzista sulla cittadinanza.
La fortuna del M5S mi sembra che stia soprattutto nella sua pretesa di stare fuori dal sistema, così come veniva rivendicato prima dalla Lega, così come è stato inizialmente la scesa in campo di Berlusconi, così come potrebbe essere il movimento di Italia Futura di Montezemolo.
Gli italiani sono ancora in maggioranza, come diceva qualcuno che ora non ricordo, degli anti-stato, sono nella loro breve storia unitaria anti-politici. A una gran parte dei miei concittadini non piace l'idea che la politica sia soprattutto mediazione istituzionale e che non si può aggirare la fatica di correggere, rendere il più possibile trasparente e partecipata, la democrazia indiretta. Una parte di loro preferisce affidarsi a figure carismatiche ed apparentemente trasgressive. Un'altra parte coltiva il mito della democrazia diretta. Nel M5S sembrano incontrarsi entrambe.
La democrazia diretta può funzionare su piccoli numeri, ma chi ha partecipato ad estenuanti assemblee di classe alle scuole superiori sa che a volte anche scegliere una meta per una gita scolastica implica mediazioni e dinamiche sociali più complesse che l'espressione semplice di un voto. Per prendere decisioni che indirizzino la vita di un Paese sul lungo periodo e non solo sull'immediato c'è bisogno dell'intervento di strutture sociali, di organizzazioni che storicamente hanno preso la forma dei partiti politici tradizionali. I partiti hanno bisogno di persone formate, competenti, che dedichino del tempo e che siano ben ricompensati, per impedire che si cerchino indirettamente altri finanziamenti grazie al loro potere.
Questo a mio modo di vedere è il motivo per cui il PD, pur nella sua crisi di rappresentanza, resiste alla crisi dei partiti attuali, non è crollato come il PDL o imploso come la Lega.
Il limite che vedo, quello che purtroppo alcuni anni fa mi ha allontanato dalla vita interna del partito, è una certa rigidità, l'incapacità di aprirsi davvero a nuove partecipazioni, a nuove energie. L'esempio della corrente dei Mariniani che si è imposta nelle primarie del 2009 è tipico. Il PD è bravo a mantenere una dialettica interna che non porta a modifiche reali dei gruppi di potere interni. Per questo è più stabile e più impermeabile. E' un peccato, perchè in questo modo non riesce a intercettare la richiesta di cambiamento che sta attraversando il paese e che potrebbe essere indirizzata davvero verso forme più adeguate di democrazia.
Mi affascina il tentativo di vendere l'idea che sono fuori dal sistema: si definiscono un movimento e non un partito. Si sono presentati alle elezioni con un non-statuto, se devono offendere o attaccare qualcuno all'esterno così come all'interno usano l'aggettivo "partitico" o "politico". Rifiutano i finanziamenti pubblici, per iscriversi non bisogna essere stati iscritti a un partito o ad una associazione politica. Cercano una immacolatezza politica come se avere a che fare con qualsiasi cosa abbia riguardato i partiti sia di per sè ed in assoluto negativo.
Eppure si trovano ora a confrontarsi con le responsabilità di un gruppo sociale che acquista rappresentanza all'interno delle istituzioni. Non vogliono chiamare questo gruppo sociale partito, possono anche, se vogliono conservare la loro immagine di pulizia, chiamarlo non-partito, come il loro non-statuto, ma non basta un gioco linguistico per cambiare la sostanza della loro organizzazione. Sono già più avanti di un movimento, sono a tutti gli effetti una gruppo sociale organizzato (anche se sul web) che ha conquistato una rappresentanza politica in istituzioni di governo. Un movimento si crea sulla base di rivendicazioni parziali, a breve termine, ed infatti Grillo è partito con 5 obiettivi, le cinque stelle. Ma quando si governa una città bisogna anche proporre una visione complessiva di quello che si intende fare sullo sviluppo, la disoccupazione, le tasse.
Ora si stanno quindi confrontando con le dinamiche della rappresentanza. Pensavano che bastasse il luogo della loro nascita, la rete internet, a preservare la democrazia diretta che dichiarano di voler perseguire. Ma è sempre più chiaro che quando c'è un padrone di un simbolo politico (caso unico penso nel mondo) che si permette di espellere e scomunicare e intervenire sulle candidature senza nemmeno ascoltare le opinioni degli iscritti, l'idea di essere un movimento che vive una democrazia diretta non è più difendibile. Si affacciano infatti sul forum commenti che consigliano di stare attenti a chi si candida, per evitare "infiltrazioni", ci si affida al giudizio del capo come se avesse una sorta di infallibilità e ciò non mi sembra coerente con una democrazia diretta e partecipativa. Anche perchè la storia insegna, fin dai primi governi democratici della antica Grecia, che non c'è nulla di più illusorio dell'idea di una "diretta" manifestazione della volontà popolare.
Ogni società è organizzata in gruppi sociali ed ogni gruppo rivendica la sua affermazione attraverso delle forme che sono necessariamente organizzate, che hanno dei ruoli, dei punti di discussione e confronto, dei meccanismi di scelta. Come è pensabile organizzare un programma senza trovare delle idee, discuterle, confrontarle, sceglierne alcune ed escluderne delle altre? Chi decide entro quali tempi, con quali forme presentare il programma, chi decide chi candidare e chi escludere? Chi decide chi deve prendere queste decisioni?
Il punto vero quindi non è evitare la mediazione delle varie forme di partito, ma riuiscire a fare in modo che la rappresentanza sia chiara e trasparente.
Per questo anche la battaglia contro il finanziamento pubblico ai partiti mi sembra demagogica: è forse preferibile il finanziamento occulto di grandi lobby private? I partiti della sinistra italiana non avrebbero potuto sopravvivere in tempi di scontro sociale radicale se non avessero avuto i finanziamenti pubblici. Ora pensare che un non-partito possa finanziarsi solo sulla base volontaria significa già dichiarare il proprio gruppo sociale di appartenenza: la giovane borghesia imprenditoriale delle nuove tecnologie. Non a caso come grande organizzatore del Movimento c'è Gianroberto Casaleggio, un manager che si occupa ufficialmente di gestire i siti web delle aziende, ma che è stato prima l'organizzatore della scesa in campo di Di Pietro ed ora sembra il ghost writer di Grillo e delle sue proposte politiche, compresa qualcuna razzista sulla cittadinanza.
La fortuna del M5S mi sembra che stia soprattutto nella sua pretesa di stare fuori dal sistema, così come veniva rivendicato prima dalla Lega, così come è stato inizialmente la scesa in campo di Berlusconi, così come potrebbe essere il movimento di Italia Futura di Montezemolo.
Gli italiani sono ancora in maggioranza, come diceva qualcuno che ora non ricordo, degli anti-stato, sono nella loro breve storia unitaria anti-politici. A una gran parte dei miei concittadini non piace l'idea che la politica sia soprattutto mediazione istituzionale e che non si può aggirare la fatica di correggere, rendere il più possibile trasparente e partecipata, la democrazia indiretta. Una parte di loro preferisce affidarsi a figure carismatiche ed apparentemente trasgressive. Un'altra parte coltiva il mito della democrazia diretta. Nel M5S sembrano incontrarsi entrambe.
La democrazia diretta può funzionare su piccoli numeri, ma chi ha partecipato ad estenuanti assemblee di classe alle scuole superiori sa che a volte anche scegliere una meta per una gita scolastica implica mediazioni e dinamiche sociali più complesse che l'espressione semplice di un voto. Per prendere decisioni che indirizzino la vita di un Paese sul lungo periodo e non solo sull'immediato c'è bisogno dell'intervento di strutture sociali, di organizzazioni che storicamente hanno preso la forma dei partiti politici tradizionali. I partiti hanno bisogno di persone formate, competenti, che dedichino del tempo e che siano ben ricompensati, per impedire che si cerchino indirettamente altri finanziamenti grazie al loro potere.
Questo a mio modo di vedere è il motivo per cui il PD, pur nella sua crisi di rappresentanza, resiste alla crisi dei partiti attuali, non è crollato come il PDL o imploso come la Lega.
Il limite che vedo, quello che purtroppo alcuni anni fa mi ha allontanato dalla vita interna del partito, è una certa rigidità, l'incapacità di aprirsi davvero a nuove partecipazioni, a nuove energie. L'esempio della corrente dei Mariniani che si è imposta nelle primarie del 2009 è tipico. Il PD è bravo a mantenere una dialettica interna che non porta a modifiche reali dei gruppi di potere interni. Per questo è più stabile e più impermeabile. E' un peccato, perchè in questo modo non riesce a intercettare la richiesta di cambiamento che sta attraversando il paese e che potrebbe essere indirizzata davvero verso forme più adeguate di democrazia.
giovedì 3 maggio 2012
Il teatro della scuola
Siamo stati tre giorni ad una rassegna teatrale nazionale a Serra San Quirico: la classe di Valeria, i genitori dei bambini, le maestre. L'anno scorso nella rassegna provinciale del teatro della scuola di Grosseto la III° C aveva ottenuto una segnalazione per partecipare alla manifestazione che prevede l'intervento di alcune scuole segnalate da tutta Italia.
Lo spettacolo era Il canto di Natale di Dickens, che i bambini e le insegnanti avevano messo in scena con l'aiuto di attori professionisti. I bambini hanno seguito dei laboratori teatrali fin dalla prima, sempre con grande entusiasmo.
Sono stati tre giorni particolari sia per i genitori che per i bambini e penso anche per le maestre. C'è stato un clima di intensa partecipazione, persone diverse si sono trovate a discutere insieme, a condividere esperienze personali, a scherzare e a sentirsi uniti dalle emozioni trasmesse dai bambini. Abbiamo visto gli spettacoli di altre scuole e partecipato a laboratori teatrali per i bambini. Di un laboratorio siamo rimasti un po' sorpresi, era un'esperienza multisensoriale e la sorpresa a volte si è manifestata con il riso. I bambini si sono divertiti, anche se forse non hanno compreso proprio tutto quello che si voleva trasmettere. Quando gli è stato chiesto cosa li aveva colpiti della loro esperienza sui bigliettini che hanno lasciato nella scatola del teatro hanno scritto: fantasia, creatività, orgoglio, le cene e le corse nell'albergo, lo stare insieme ai genitori, la gioia di fare le cose insieme, l'esperienza di dormire fuori casa, l'emozione del palco e degli applausi.

In effetti durante lo spettacolo un po' si sono emozionati, non hanno avuto la stessa precisione che avevano l'anno scorso, però è stato molto bello. Tutti hanno recitato seriamente, ognuno con le proprie battute ed un'ottima coordinazione per essere dei bambini. La messa in scena poi era suggestiva, grazie agli attori che ci hanno aiutato e si sentiva che i bambini agivano insieme. C'era un primo attore molto bravo, che ha tenuto la scena tutto il tempo, come se fosse un professionista. Alla fine quando abbiamo applaudito gli attori, tutti hanno avuto la loro parte entusiasta di applausi e quando è uscito Michele, che impersonava il protagonista, c'è stato un vero boato, da parte del pubblico e di tutti i genitori. E' stato bello perchè tutti ci siamo sentiti parte in causa, senza gelosie o recriminazioni. Un ruolo importante l'hanno avuto sicuramente le maestre, che hanno saputo creare un clima di condivisione e di collaborazione, sia tra i bambini che tra le famiglie. C'era anche il nostro preside che alla fine si è commosso parlando sul palco, perchè l'anno prossimo andrà in pensione e gli ha fatto piacere stare con noi in queste giornate. Quando è partita la musica di DeAndrè e si è chiuso il sipario noi genitori siamo scesi dalle gradinate e ci siamo messi a ballare, è stato forse il momento più bello.
In conclusione se ero partita con un po' di scetticismo sono tornata piacevolmente sorpresa da quello che può succedere a partire da uno spettacolo teatrale.
Questa è la recensione apparsa sul giornale della rasssegna:
http://www.teatrogiovani.eu/images/RNTS/2012/Siparietti/9_siparietto_29%20aprile%202012.pdf
Lo spettacolo era Il canto di Natale di Dickens, che i bambini e le insegnanti avevano messo in scena con l'aiuto di attori professionisti. I bambini hanno seguito dei laboratori teatrali fin dalla prima, sempre con grande entusiasmo.
Sono stati tre giorni particolari sia per i genitori che per i bambini e penso anche per le maestre. C'è stato un clima di intensa partecipazione, persone diverse si sono trovate a discutere insieme, a condividere esperienze personali, a scherzare e a sentirsi uniti dalle emozioni trasmesse dai bambini. Abbiamo visto gli spettacoli di altre scuole e partecipato a laboratori teatrali per i bambini. Di un laboratorio siamo rimasti un po' sorpresi, era un'esperienza multisensoriale e la sorpresa a volte si è manifestata con il riso. I bambini si sono divertiti, anche se forse non hanno compreso proprio tutto quello che si voleva trasmettere. Quando gli è stato chiesto cosa li aveva colpiti della loro esperienza sui bigliettini che hanno lasciato nella scatola del teatro hanno scritto: fantasia, creatività, orgoglio, le cene e le corse nell'albergo, lo stare insieme ai genitori, la gioia di fare le cose insieme, l'esperienza di dormire fuori casa, l'emozione del palco e degli applausi.
In effetti durante lo spettacolo un po' si sono emozionati, non hanno avuto la stessa precisione che avevano l'anno scorso, però è stato molto bello. Tutti hanno recitato seriamente, ognuno con le proprie battute ed un'ottima coordinazione per essere dei bambini. La messa in scena poi era suggestiva, grazie agli attori che ci hanno aiutato e si sentiva che i bambini agivano insieme. C'era un primo attore molto bravo, che ha tenuto la scena tutto il tempo, come se fosse un professionista. Alla fine quando abbiamo applaudito gli attori, tutti hanno avuto la loro parte entusiasta di applausi e quando è uscito Michele, che impersonava il protagonista, c'è stato un vero boato, da parte del pubblico e di tutti i genitori. E' stato bello perchè tutti ci siamo sentiti parte in causa, senza gelosie o recriminazioni. Un ruolo importante l'hanno avuto sicuramente le maestre, che hanno saputo creare un clima di condivisione e di collaborazione, sia tra i bambini che tra le famiglie. C'era anche il nostro preside che alla fine si è commosso parlando sul palco, perchè l'anno prossimo andrà in pensione e gli ha fatto piacere stare con noi in queste giornate. Quando è partita la musica di DeAndrè e si è chiuso il sipario noi genitori siamo scesi dalle gradinate e ci siamo messi a ballare, è stato forse il momento più bello.
In conclusione se ero partita con un po' di scetticismo sono tornata piacevolmente sorpresa da quello che può succedere a partire da uno spettacolo teatrale.
Questa è la recensione apparsa sul giornale della rasssegna:
http://www.teatrogiovani.eu/images/RNTS/2012/Siparietti/9_siparietto_29%20aprile%202012.pdf
giovedì 12 aprile 2012
La psicologa della mutua
Ho scelto un lavoro complicato. E' bellissimo e entusiasmante a volte, per quanto è stressante e frustrante altre. Sugli psicologi si dicono tante cose: si dice che fanno questo lavoro perchè sono loro stessi un po' pazzi ed hanno scelto di curare gli altri per curare se stessi. Si dice che cercano la gratificazione che prova chi dà aiuto. Si dice che possano sentirsi onnipotenti e possano ammalarsi di narcisismo. Si dice anche che rischiano di manipolare le persone che si rivolgono a loro. Insomma non se ne parla poi troppo bene, però alcuni di questi pensieri contengono una parte di verità.
Per me la parte entusiasmante risiede nel sentire di essere stata d'aiuto. Ho già scritto di questo, di come a volte riesco a sentire di aver riparato ad una ingiustizia. E' innegabile che quando finisco una psicoterapia o una consulenza ai genitori con la consapevolezza che qualcosa è cambiato, qualcosa nella vita di quelle persone è migliorato, anche grazie al mio intervento, mi sento gratificata. Mi sento bene anche quando non mi viene riconosciuto direttamente, non c'è bisogno che mi venga detto. So anche bene che i miei sforzi sono solo una parte del risultato e che il lavoro più grande lo fanno le persone, i bambini, gli adolescenti, i genitori, gli insegnanti. Se non c'è una sinergia tra gli sforzi di tutti non è possibile arrivare ad un cambiamento.
Infatti a volte il cambiamento non avviene.
A volte sembra che tutti gli sforzi che si fanno non portino ad una vera svolta, oppure che il cambiamento avvenga così lentamente che appare irrilevante. A volte le persone lasciano, abbandonano, oppure persistono negli schemi di comportamento disadattivi.
A volte non c'è la consapevolezza che è necessario cambiare. A volte la situazione sintomatica costituisce l'unica modalità che le famiglie conoscono o accettano per affrontare la vita.
In questi casi mi sento impotente, inutile, incapace. Nonostante sappia che non è possibile innescare ogni volta tutte le variabili che producono un cambiamento, continuo a chiedermi se non c'è qualcosa che ho trascurato, qualcosa che avrei potuto capire meglio o prendere in considerazione in modo diverso.
Provo allora a parlare con i colleghi, a cercare altri tipi di approcci. Sono una psicologa eclettica, non mi sono formata in una scuola di psicoterapia "ortodossa" e non seguo un solo metodo. Certo preferisco nella psicoterapia individuale dei bambini e degli adolescenti l'approccio psicodinamico, ma a volte non disdegno di usare tecniche di stampo cognitivista. Con i genitori spesso mi ritrovo ad utilizzare tecniche comportamentali, che trovo molto utili quando i bambini mostrano sintomi oppositivi, aggressivi, disregolati. Sempre trovo utile avere un'ottica sistemico-relazionale nel comprendere le relazioni familiari ed a volte utilizzo la psicoterapia familiare come intervento principale, anche se sono limitata dal fatto che è necessario che ci sia un coterapeuta.
Spesso infatti i limiti dell'intervento sono oggettivamente quelli del lavoro nella struttura pubblica: i casi sono molti ed il personale è sempre più ridotto. I servizi non sono organizzati nel modo migliore, a volte la burocrazia allunga i tempi o rende difficile la formazione specifica, il reperimento del materiale pià aggiornato. Ad esempio abbiamo una stanza per la psicoterapia familiare, che prevede l'uso dello specchio unidirezionale, ma l'impianto di videoregistrazione non funziona correttamente e comprarne uno nuovo è troppo costoso per il budget di questo anno. Inoltre nel mio servizio non ci sono colleghi formati alla terapia familiare ed il progetto di creare un gruppo specializzato a cavallo di più servizi non è ancora decollato.
I progetti non mancano, ne abbiamo diversi molto buoni, ma trovare i finanziamenti è sempre un'impresa. Poi, quando riusciamo ad avere la delibera, ci vogliono mesi per avere i soldi disponibili. Per non parlare del fatto che a volte mi ritrovo a svolgere compiti che non mi spettano. Stamani ho svolto tre colloqui e due psicoterapie e negli intervelli tra un colloquio e l'altro sono andata a supervisionare un trasloco nei nuovi locali per il Centro Diurno per l'Autismo. Durante le vacanze di Natale io ed il mio capo ci siamo ritrovati per imbiancare i locali dove il centro era stato temporaneamente assegnato!!! Certamente avremmo potuto chiedere che lo facessero gli operai, ma avremmo dovuto aspettare altro tempo ed intanto le famiglie non potevano più attendere.
Insomma noi operatori della salute mentale nei servizi è come se fossimo ancora in trincea. Mi dicono che nelle regioni più ricche del Nord le cose vanno meglio, ci sono più risorse e maggiore specializzazione, chissà forse lì non mi sentirei una psicologa della mutua.
Quando penso a tutto questo, alla fatica e alle frustrazioni, ma anche ai piccoli grandi successi, al sorriso con il quale una mamma mi saluta nel corridoio rivedendomi dopo alcuni anni, mi sembra di fare un gran bel lavoro. Devo ricordarmelo più spesso, ecco. Oggi è stata una di quelle giornate faticose e un po' tristi ed avevo bisogno di ripercorre i motivi per cui domani mi alzerò, mi preparerò ed andrò a timbrare il mio ingresso alla ASL.
Buonanotte.
(eh si, questa è proprio una forma di autoterapia!!!)
Per me la parte entusiasmante risiede nel sentire di essere stata d'aiuto. Ho già scritto di questo, di come a volte riesco a sentire di aver riparato ad una ingiustizia. E' innegabile che quando finisco una psicoterapia o una consulenza ai genitori con la consapevolezza che qualcosa è cambiato, qualcosa nella vita di quelle persone è migliorato, anche grazie al mio intervento, mi sento gratificata. Mi sento bene anche quando non mi viene riconosciuto direttamente, non c'è bisogno che mi venga detto. So anche bene che i miei sforzi sono solo una parte del risultato e che il lavoro più grande lo fanno le persone, i bambini, gli adolescenti, i genitori, gli insegnanti. Se non c'è una sinergia tra gli sforzi di tutti non è possibile arrivare ad un cambiamento.
Infatti a volte il cambiamento non avviene.
A volte sembra che tutti gli sforzi che si fanno non portino ad una vera svolta, oppure che il cambiamento avvenga così lentamente che appare irrilevante. A volte le persone lasciano, abbandonano, oppure persistono negli schemi di comportamento disadattivi.
A volte non c'è la consapevolezza che è necessario cambiare. A volte la situazione sintomatica costituisce l'unica modalità che le famiglie conoscono o accettano per affrontare la vita.
In questi casi mi sento impotente, inutile, incapace. Nonostante sappia che non è possibile innescare ogni volta tutte le variabili che producono un cambiamento, continuo a chiedermi se non c'è qualcosa che ho trascurato, qualcosa che avrei potuto capire meglio o prendere in considerazione in modo diverso.
Provo allora a parlare con i colleghi, a cercare altri tipi di approcci. Sono una psicologa eclettica, non mi sono formata in una scuola di psicoterapia "ortodossa" e non seguo un solo metodo. Certo preferisco nella psicoterapia individuale dei bambini e degli adolescenti l'approccio psicodinamico, ma a volte non disdegno di usare tecniche di stampo cognitivista. Con i genitori spesso mi ritrovo ad utilizzare tecniche comportamentali, che trovo molto utili quando i bambini mostrano sintomi oppositivi, aggressivi, disregolati. Sempre trovo utile avere un'ottica sistemico-relazionale nel comprendere le relazioni familiari ed a volte utilizzo la psicoterapia familiare come intervento principale, anche se sono limitata dal fatto che è necessario che ci sia un coterapeuta.
Spesso infatti i limiti dell'intervento sono oggettivamente quelli del lavoro nella struttura pubblica: i casi sono molti ed il personale è sempre più ridotto. I servizi non sono organizzati nel modo migliore, a volte la burocrazia allunga i tempi o rende difficile la formazione specifica, il reperimento del materiale pià aggiornato. Ad esempio abbiamo una stanza per la psicoterapia familiare, che prevede l'uso dello specchio unidirezionale, ma l'impianto di videoregistrazione non funziona correttamente e comprarne uno nuovo è troppo costoso per il budget di questo anno. Inoltre nel mio servizio non ci sono colleghi formati alla terapia familiare ed il progetto di creare un gruppo specializzato a cavallo di più servizi non è ancora decollato.
I progetti non mancano, ne abbiamo diversi molto buoni, ma trovare i finanziamenti è sempre un'impresa. Poi, quando riusciamo ad avere la delibera, ci vogliono mesi per avere i soldi disponibili. Per non parlare del fatto che a volte mi ritrovo a svolgere compiti che non mi spettano. Stamani ho svolto tre colloqui e due psicoterapie e negli intervelli tra un colloquio e l'altro sono andata a supervisionare un trasloco nei nuovi locali per il Centro Diurno per l'Autismo. Durante le vacanze di Natale io ed il mio capo ci siamo ritrovati per imbiancare i locali dove il centro era stato temporaneamente assegnato!!! Certamente avremmo potuto chiedere che lo facessero gli operai, ma avremmo dovuto aspettare altro tempo ed intanto le famiglie non potevano più attendere.
Insomma noi operatori della salute mentale nei servizi è come se fossimo ancora in trincea. Mi dicono che nelle regioni più ricche del Nord le cose vanno meglio, ci sono più risorse e maggiore specializzazione, chissà forse lì non mi sentirei una psicologa della mutua.
Quando penso a tutto questo, alla fatica e alle frustrazioni, ma anche ai piccoli grandi successi, al sorriso con il quale una mamma mi saluta nel corridoio rivedendomi dopo alcuni anni, mi sembra di fare un gran bel lavoro. Devo ricordarmelo più spesso, ecco. Oggi è stata una di quelle giornate faticose e un po' tristi ed avevo bisogno di ripercorre i motivi per cui domani mi alzerò, mi preparerò ed andrò a timbrare il mio ingresso alla ASL.
Buonanotte.
(eh si, questa è proprio una forma di autoterapia!!!)
venerdì 16 marzo 2012
Hysteria
Dico subito che il film Hysteria (2011 T. Wexler) non è un un film che si può definire di culto, non ci sono grandi interpretazioni o un montaggio o una sceneggiatura che colpiscono. Però la storia è divertente, oltre ad essere ispirata alla storia vera: racconta come è nato il vibratore, strumento di piacere e di liberazione femminile. E' un film allo stesso tempo umoristico e istruttivo. Ho trovato su internet, ma ancora non nelle librerie online, un libro di Rachel Maines "La tecnologia dell'orgasmo" al quale credo la regista si sia ispirata. I titoli di coda fanno una carrellata fotografica dai primi vibratori a quelli attuali molto interessante.

Nel cinema era divertente osservare le facce delle persone che assistevano alla proiezione, sentire le risate, a volte anche imbarazzate, ma per lo più liberatorie. Per quanto mi riguarda non conoscevo la pratica di alcuni medici di fine ottocento, ma da quello che ho poi letto anche di epoche precedenti, di stimolare direttamente i genitali femminili come cura della isteria. Non sapevo che si ipotizzava un blocco fisiologico nei genitali che andava "sbloccato" fino ad arrivare al "parossismo". Il dr. Granville, colpito da una tendinite, inventa uno strumento che permette la stimolazione meccanica. Gli orgasmi messi in scena dalle attrici che interpretano le pazienti del dr. Granville possono competere con il famoso orgasmo simulato da Meg Ryan in Harry ti presento Sally. E' la parte più divertente del film.
Ancora oggi ci sono teorie diverse intorno all'orgasmo femminile. C'è anche chi si chiede a cosa serva, da un punto di vista evoluzionistico, c'è chi discute se sia più importante l'orgasmo clitorideo o quello vaginale, c'è anche chi sostiene che non ci sia una reale distinzione tra i due tipi di orgasmo. Insomma è ancora un campo di studio e di discussione. C'è anche chi sostiene che si è passati dalla non considerazione del piacere femminile alla colpevolizzazione degli uomini che non si occupano del piacere delle loro compagne o che non possono procurarlo a causa di disturbi della loro sessualità.
I dibattiti dimostrano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la "normalità" e la "patologia" sono funzioni culturali e sociali e che non si può astrarre da queste condizioni per capire e raccontare anche le "malattie". Il film infatti si conclude con il ricordare che oggi nei manuali diagnostici di psichiatria non compare più l'isteria (anche se è rimasto il disturbo "istrionico" di personalità).
Però la scomparsa dai manuali non corrisponde direttamente alla scomparsa di certe categorie dal senso comune, basti pensare a quanto frequentemente si usi l'aggettivo "isterica" per definire una donna che reagisce in modo un po' eccessivo (anche qui secondo i canoni di una presunta norma) o a quanto frequentemente si attribuisca l'irritabilità di una donna al fatto che è "zitella" o che "non fa sesso". Spesso sono prima di tutto le donne a farlo, anche a me è capitato.
Così come mi è capitato di essere stata definita isterica o di aver pensato di esserlo!!
Insomma Hysteria è un film che fa pensare a varie questioni, che riguardano le donne, il femminismo, la sessualita, il rapporto con gli uomini e con le classificazioni mediche, e questo per un film mi sembra già molto.
Nel cinema era divertente osservare le facce delle persone che assistevano alla proiezione, sentire le risate, a volte anche imbarazzate, ma per lo più liberatorie. Per quanto mi riguarda non conoscevo la pratica di alcuni medici di fine ottocento, ma da quello che ho poi letto anche di epoche precedenti, di stimolare direttamente i genitali femminili come cura della isteria. Non sapevo che si ipotizzava un blocco fisiologico nei genitali che andava "sbloccato" fino ad arrivare al "parossismo". Il dr. Granville, colpito da una tendinite, inventa uno strumento che permette la stimolazione meccanica. Gli orgasmi messi in scena dalle attrici che interpretano le pazienti del dr. Granville possono competere con il famoso orgasmo simulato da Meg Ryan in Harry ti presento Sally. E' la parte più divertente del film.
Ancora oggi ci sono teorie diverse intorno all'orgasmo femminile. C'è anche chi si chiede a cosa serva, da un punto di vista evoluzionistico, c'è chi discute se sia più importante l'orgasmo clitorideo o quello vaginale, c'è anche chi sostiene che non ci sia una reale distinzione tra i due tipi di orgasmo. Insomma è ancora un campo di studio e di discussione. C'è anche chi sostiene che si è passati dalla non considerazione del piacere femminile alla colpevolizzazione degli uomini che non si occupano del piacere delle loro compagne o che non possono procurarlo a causa di disturbi della loro sessualità.
I dibattiti dimostrano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la "normalità" e la "patologia" sono funzioni culturali e sociali e che non si può astrarre da queste condizioni per capire e raccontare anche le "malattie". Il film infatti si conclude con il ricordare che oggi nei manuali diagnostici di psichiatria non compare più l'isteria (anche se è rimasto il disturbo "istrionico" di personalità).
Però la scomparsa dai manuali non corrisponde direttamente alla scomparsa di certe categorie dal senso comune, basti pensare a quanto frequentemente si usi l'aggettivo "isterica" per definire una donna che reagisce in modo un po' eccessivo (anche qui secondo i canoni di una presunta norma) o a quanto frequentemente si attribuisca l'irritabilità di una donna al fatto che è "zitella" o che "non fa sesso". Spesso sono prima di tutto le donne a farlo, anche a me è capitato.
Così come mi è capitato di essere stata definita isterica o di aver pensato di esserlo!!
Insomma Hysteria è un film che fa pensare a varie questioni, che riguardano le donne, il femminismo, la sessualita, il rapporto con gli uomini e con le classificazioni mediche, e questo per un film mi sembra già molto.
sabato 10 marzo 2012
This is England
Gli anni ottanta sono stati anni particolari, tra la nostalgia per un cambiamento che non è riuscito, quello che era cominciato negli anni sessanta e settanta, e la ricerca di una identità più privata e singolare. Anche gli skinhead erano caratterizzati da questa dinamica: da una parte radicati all'interno di un sottoproletariato che cercava un riscatto e dall'altra con spinte estetiche e individualiste.
Schaun difende la memoria di suo padre e cerca di essere come lui, senza sapere bene chi fosse. Crede forse di trovarlo in Combo, ma non è mai semplice trovare dei modelli e a strada che ha davanti è ancora lunga. Anche l'Inghilterra cercava la sua strada e pensava di averla trovata nel conservatorismo thatcheriano. La scena finale di fronte ad un mare grigio, con lo sguardo diretto di Schaun verso gli spettatori, sulla musica degli Smiths. dice molto della chiusura e difficoltà degli anni a venire.
domenica 4 marzo 2012
Meditazione mindfulness III
Oggi sono andata al mare, era calmo, con poco vento e poche onde. C'era già la luce prima del tramonto, il sole si stava abbassando. La spiaggia era vuota, senza ombrelloni e con pochissime persone che passeggiavano. Mi sono seduta di fronte al mare, ho chiuso gli occhi, ho assunto la posizione "che ispira dignità" ed ho cominciato a meditare. Mi sono focalizzata sul mio respiro e sul suono delle onde del mare, fino a quando non mi è sembrato che si stessero sintonizzando. Intanto i pensieri venivano e andavano, come sempre. Ma il mio respiro e il suono del vento e delle onde e della risacca erano sempre lì, sintonizzati o quasi, a fare da sfondo e da àncora per la mia meditazione.

I pensieri erano sempre sulla considerazione di quello che avevo fatto o sul progettare cose da fare, tra il passato ed il futuro. I pensieri sono spesso nella "modalità del fare". Non c'è nulla di sbagliato, non c'è nulla da correggere, se non fosse che spesso allontanano troppo dalla "modalità dell'essere". Non è facile riuscire a vivere momento per momento il presente se si è occupati a giudicare il passato e a progettare il futuro.
Oggi il suono delle onde mi ha aiutato a stare sul momento presente.
I pensieri erano sempre sulla considerazione di quello che avevo fatto o sul progettare cose da fare, tra il passato ed il futuro. I pensieri sono spesso nella "modalità del fare". Non c'è nulla di sbagliato, non c'è nulla da correggere, se non fosse che spesso allontanano troppo dalla "modalità dell'essere". Non è facile riuscire a vivere momento per momento il presente se si è occupati a giudicare il passato e a progettare il futuro.
Oggi il suono delle onde mi ha aiutato a stare sul momento presente.
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