lunedì 1 novembre 2021

Due vite


 Subito dopo la tua morte, io e Valeria immaginavamo che fossi in una casa, in riva al mare, insieme a nonna Caterina, a nonno Carlo ed a Charlie, il nonno ed il suo cane, che in realtà non avete mai conosciuto. Dietro la casa ci sarebbe stato un campo di girasoli, di fronte le dune tipiche della Maremma ed il mare. Era bello pensare che la vita continuasse anche per te, in un'altra dimensione.

Ciò che invece continua è la nostra vita e quella dell'albero che abbiamo piantato in tua memoria. A distanza di quasi dieci anni mi piacerebbe incontrarti, in quella casa sul mare, e raccontarti cosa ci è successo.

(Io non prego, non vado in chiesa, ed anche andare sulla tua tomba mi è difficile, perchè  il tempo lì sembra solo fermarsi. Quindi lasciare le mie parole, il dialogo che immagino con te, nello spazio di internet equivale ad accedere ad un'altra realta. E' certo una illusione, ma allevia, un poco, il dolore.)

Ti racconterei che è stata dura ritrovare un senso al mio lavoro, alle attività quotidiane, alle relazioni con gli altri, è stato  quasi impossibile appassionarsi di nuovo o riuscire ad essere, a volte, brevemente, contenta. Però è successo ed io e Giuseppe ci siamo sposati, abbiamo cambiato casa, Valeria ha scelto il liceo classico e si è diplomata. Si è trasferita a Roma ed ora studia Arte e scienze dello spettacolo, come desiderava. Vedere lei continuare a vivere mi rende felice.

Particolarmente duro, quasi insostenibile, è stato immaginare, per ogni svolta, per ogni conquista di crescita, come sarebbe stato per te. In questi nove anni ho vissuto due vite: la nostra senza di te e quella che avrebbe potuto essere con te. Ad ogni passo che abbiamo fatto mi sono chiesta come sarebbe stato se tu vi avessi partecipato, per ogni evento che abbiamo vissuto, come avresti reagito. Mi sono immaginata le tue parole, i tuoi sorrisi e le tue risate. Al matrimonio saresti stata contenta e sollevata di vedermi di nuovo serena. Per la mia promozione a Direttrice di UO avresti avuto una reazione di orgoglio, ma anche di ironia sul mio essere sempre "la prima della classe". Per la morte del nonno Donato saresti stata molto triste. Spicciola, la nostra cagnolina, ti sarebbe sicuramente piaciuta. 

Ma mi domando anche se ti conoscevo abbastanza da prevedere le tue azioni.  

La risposta ovviamente è no. 

Perchè non ho saputo prevedere  il tuo gesto, non ho saputo leggere la tua angoscia, il tuo panico, non ho saputo allora aiutarti. E' una orribile verità che riesco solo ora ad ammettere, senza massacrarmi, una verità che  mi fa indietreggiare di fronte al desiderio di immaginarti.

Quindi cara Matilde, non so che donna saresti diventata e non lo saprò mai, anche se il mio pensiero continua ad attorcigliarsi intorno agli indizi che mi arrivano dalla vita delle tue coetanee.

Spero solo che in una qualche dimensione spirituale ( ci sarà pure un paradiso?) o tecnologica (la ricerca sulle Intelligenze Artificiali o sulla clonazione) o fisica (uno degli universi paralleli della teoria delle stringhe) ci si possa ritrovare.

Intanto guardo crescere il tuo albero.


martedì 7 settembre 2021

Per crescere un bambino ci vuole un villaggio.

 PROPOSTE PER UNA CITTA' A MISURA DI RAGAZZI

Nella campagna elettorale per Grosseto Città Aperta mi sembra utile  pubblicare su questo  blog i motivi per cui la nostra lista  ed il mio contributo potrebbero fare la differenza per Grosseto.

Comincio quindi da uno degli argomenti sul quale mi sento più preparata: come tutelare il benessere psicosociale dei nostri ragazzi. Ho avuto la fortuna in questi anni di lavorare a stretto contatto con molti adolescenti e giovani, di ascoltare le loro insoddisfazioni, le richieste al mondo degli adulti, i sogni su loro futuro.

La prima fondamentale criticità che ravvedo, insieme ai colleghi che con me hanno lavorato sulla salute mentale dell'adolescenza, è la mancanza di spazi urbani adeguati all'età tra i 12 ed i 18 anni.

Anche se siamo siamo abbastanza fortunati, perchè Grosseto ha molti spazi verdi, molte piazze, molti edifici pubblici (spesso da ristrutturare), è ' mancata però, soprattutto negli ultimi anni, una visione per usare gli spazi verdi o alcuni edifici pubblici  in modo inclusivo e partecipato.

I nostri ragazzi vanno il sabato in centro, a fare "le vasche", qualcuno va sulle Mura, a fumare e chiacchierare. Utilizzano gli spazi che ci sono, ma senza che siano stati progettati per loro.

Poi c'erano al parco di via Giotto delle rampe per gli skate, che sono state levate. Mi hanno raccontato  che è successo  perchè erano usati da bambini piccoli che involontariamente erano stati investiti da ragazzi sugli skate. La soluzione è stata semplicemente levare le rampe, senza riuscire a progettare degli spazi adeguati alle diverse età.

Fateci caso: a Grosseto ci sono diverse aree giochi per bambini e famiglie, ma se si scavalca l'età delle scuole elementari scompare qualsiasi spazio pensato per la comunità giovane.

Anche le panchine e i tavoli al parco di via Giotto sono contati e contesi. I ragazzi mi raccontano che soprattutto con il lockdown andare a studiare all'aperto con gli amici era un modo di ritrovarsi senza doversi chiudere in casa. Ma dovevano stendersi nei prati, perchè non ci sono abbastanza tavoli.


I  nostri ragazzi non sanno dove andare per stare insieme, oltre alla scuola e allo sport. Ma sia nella scuola che nelle attività sportive i gruppi  non sono costruiti con delle scelte libere, quasi sempre sono già formati. Invece l'età dell'adolescenza  si pone al limite tra la ricerca dell'autonomia e della libertà ed il bisogno ancora di protezione e guida.

Gli adulti devono cogliere i bisogni e accompagnarli, ma anche lasciarli andare e permettere che sperimentino da soli. I ragazzi non vogliono amici imposti, relazioni già chiuse, programmi già decisi, vogliono provare a sperimentare nuovi percorsi.

Dobbiamo pensare di rivitalizzare i parchi come luoghi di incontro, oltre che con panchine e fontane o giochi per bambini, anche con rampe per fare skateboard o strutture per il parkour o spazi per pattinare. Questo eviterebbe che gli adolescenti competino per l'uso dei giochi nel parco di via Ximenes. Invece di mettere le grate ed i cancelli bisogna offrire spazi adeguati per loro.

Anche le Mura, che sono state chiuse dai cancelli in virtù di una presunta sicurezza,  potrebbero rappresentare l'ambiente adatto a  dei punti di incontro o all'organizzazione di manifestazioni per i ragazzi, attraverso  con un meccanismo di autogestione responsabile,  con il coinvolgimento delle associazioni degli studenti.

Gli adulti dovrebbero solo fare da supervisori di queste attività, con educatori professionali e psicologi formati in un ottica di psicologia di comunità.(Perchè la psicologia e l'educazione non si applicano solo al singolo, ma prima di tutto alla vita dei gruppi sociali).


Stesso discorso per i campi di calcio o da tennis o per la pallavolo: perchè non pensarle non solo affidate ad associazioni sportive, ma anche come campi da prenotare autonomamente a prezzi sociali, adatti a ragazzi che non hanno grandi risorse?

Non possiamo ripeto contare solo sulle famiglie, perchè è discriminante: ci sono famiglie che possono permettersi di organizzare il tempo dei propri figli con mille attività, fino ad arrivare a volte al rischio di un tempo forzato, senza spazi liberi  e di autonomia, mentre  ci sono altre, che invece non possono offrire le stesse opportunità, nelle quali  i ragazzi corrono il rischio opposto di sentire il vuoto e la noia in modo distruttivo.

Con la Consulta degli studenti si potrebbe programmare l'uso partecipato delle piazze e dei parchi ascoltando le loro idee ed i loro progetti, organizzando dei concorsi che preminio i progetti migliori, permettendo loro di essere protagonisti degli eventi culturali e non solo fruitori di qualcosa pensato da altri.

Per ultimo un punto importante già citato anche nel programma di GCA: aumentare in numero e la qualità delle piste ciclabili (che non finiscano improvvisamente agli incroci o contro paletti) per consentire la mobilità su bici e quindi incentivare l'autonomia dei ragazzi,  non solo perchè è giusto per il nostro ambiente, ma anche perchè i ragazzi possano crescere più responsabili. Ne sono capaci se diamo loro fiducia.

In sintesi per preservare la salute mentale, il benessere biopsicosociale dei ragazzi, per passare loro il testimone di una politica e di una amministrazione più responsabile, condivisa e partecipata le parole d'ordine sulle quali fondarci sono Ascolto, Autonomia, Autogestione Responsabile

In questo modo potremo avere Innovazione, Sviluppo e Cultura.


giovedì 2 settembre 2021

La mia candidatura per la lista Grosseto Città Aperta


 La politica siamo noi, parafrasando una bellissima canzone di De Gregori. Perchè la politica  è qualcosa che non si può evitare, se anche puoi fingere di non occupartene, la politica si occuperà di te. Quindi è meglio prenderne parte, farsi attivi partecipanti.

Ho avuto un padre socialista che ha passato a me ed ai miei fratelli un forte senso di impegno. La politica l'ha vissuta come un servizio civile, come un modo per migliorare la sua città, la città aperta che aveva scelto, e lasciare qualcosa che fosse migliore per i suoi figli.  E in parte ci è riuscito, perchè se Grosseto è una città "bellissima" è perchè le sue amministrazioni di sinistra hanno preservato gli spazi verdi, hanno costruito case popolari che non fossero ghetti, hanno curato la distribuzione dei servizi socio assistenziali in diversi punti accessibili.

Ho scelto un lavoro che in qualche modo continuasse questo impegno, ho studiato psicologia non con l'idea di molti miei colleghi di aprire uno studio privato e di rinchiudermi a fare psicoterapie, ma con la passione per cui se un cambiamento è possibile allora passa attraverso la coscienza di ognuno.

So che è una sfida incredibile, ma se si crede che ogni uomo abbia un potenziale positivo e che le storture derivino da condizioni sociali ed ambientali che si possono modificare, allora aiutare persona per persona a superare gli ostacoli alla sua crescita e farlo ritornare ad utilizzare il suo potenziale diventa un lavoro politico.

Il mio lavoro quindi  non poteva svolgersi negli studi privati, ma solo nei servizi pubblici, insieme ai medici, insieme agli assistenti sociali, insieme ai funzionari che programmano la salute pubblica.

Lavoro da ormai quasi 30 anni nella Azienda USL  TSE occupandomi da molto tempo della salute mentale dell'infanzia e dell'adolescenza, delle situazioni di handicap, delle famiglie fragili, delle violenze e dei maltrattamenti. Poi in questi ultimi dieci anni mi sono spostata sempre di più sul settore dei disturbi alimentari e da questo anno sono anche stata nominata direttrice della unità operativa di Psicologia della provincia.  Mi sento una professionista civica, il mio impegno è prima di tutto con la cittadinanza, con gli utenti, con chi ha bisogno di aiuto. Il budget, la programmazione, le regole e i ruoli devono servire a migliorare la vita di chi deve recuperare la sua salute e a creare le condizioni perchè alcune malattie possano essere evitate, sono strumenti, non fini.

La politica è anche fatica e soprattuto continua mediazione,  necessita di grande pazienza, non sempre ne sono dotata. Adesso però mi hanno proposto di impegnarmi per la campagna elettorale per la mia città  e mi sono sentita di dover dare il mio contributo. Quindi eccomi, mi metto a disposizione, ancora una volta per un progetto in cui credo, che condivido in pieno e che può ridare a Grosseto l'occasione di essere una città più vivibile e solidale (che poi sia anche bella è qualcosa in più).


giovedì 31 dicembre 2020

Saluti al 2020

 Ci sono anni che vengono ricordati più di altri.

Per me è stato quanto è avvenuto nel 2012, una frattura irrimediabile.

Niente al confronto può reggere, neanche la pandemia che ci ha chiuso in casa per mesi, che ci ha rubato gli abbracci ed i baci, che ci ha nascosto le espressioni più care dietro le mascherine protettive.

Durante tutto l'anno mi sono ripetuta che anche la pandemia sarebbe finita, perché non c'è niente di umano che non abbia una fine. E che l'avrei gestita, perché sono sopravvissuta ad un'altra catastrofe e ora niente mi spaventa.

Anche il dolore che non credevo sarei riuscita a tollerare, alla fine è diventato parte delle mie giornate, parte essenziale, ma che non attacca la mia voglia di vivere e di partecipare.

Quindi anche questa pandemia finirà, forse non subito nel nuovo anno, forse ci vorrà anche tutto il 2021. Ma finirà.

Però il 2020 sarà ricordato anche  per un lascito  più importante: l'occasione di riconsiderare le priorità.

Quando accade qualcosa di catastrofico, che va a colpire l'abitudinaria inconsapevolezza della nostra quotidianità e la scardina, siamo costretti a vedere cosa è  importante, quali siano i nostri congiunti, se vale di più un'ora di lavoro o un'ora d'amore, se la salute viene prima dei guadagni, se il  nostro divertimento è compatibile con la sopravvivenza dei nostri nonni, se chi ci governa è in grado di fare davvero il bene del paese.

Per questo molti hanno sperato che dalla pandemia del 2020 potessimo uscire migliori.

Peccato che ci sia un problema, l'animo umano  si abitua velocemente a tutto, anche alle catastrofi. Se la consapevolezza non viene coltivata, se non si accetta il dolore e  non lo si rende una parte di noi, anche solo come un piccolo cambiamento nei nostri pensieri, allora la tendenza è quella di rimuoverlo velocemente, di nasconderlo dietro l'illusione che tutto torni "come prima".

Quindi caro 2020 ti saluto augurandomi che non verrai dimenticato, che il tuo lascito rimanga nei nostri pensieri e che tutto non torni come prima.

Al 2021 il compito di porci altre sfide di consapevolezza.


domenica 26 gennaio 2020

Silenzio e ritorni

E passato più di un anno di silenzio in queste pagine virtuali.
Oggi ritorno.
Senza motivi, né per il silenzio, né per il ritorno.

domenica 11 novembre 2018

Gli innocenti muoiono.




Ieri sera ho visto il film di Alessandro Capitani In viaggio con Adele. Alla proiezione ha partecipato anche il regista,  premiato nel 2016, meritatamente, per il corto Bellissima con un David di Donatello.
E' la storia di un incontro tra un padre e una figlia, molto diversi inizialmente, che si scoprono vicini durante un viaggio.
Risultati immagini per in viaggio con adeleAldo deve fare un provino importantissimo per la sua carriera e Adele vuole incontrare il suo fidanzato. Ma nel viaggio, in cui ognuno dei due aspira a qualcosa che crede molto importante, alla fine ciò che cercano si rivela una illusione.
Forse è questa rivelazione intrecciata che li unisce, forse è una sintonia nel sentirsi fuori posto, lei  eccentrica, "neurodiversa", lui attore e quindi per definizione fuori dalla realtà.
La storia scorre in paesaggi italiani dimessi, un po' piatti, con una fotografia pastello, che amplifica il pigiama rosa indossato da Adele come maschera, rifugio, nota eversiva della sua neurodiversità.
Ad un certo punto c'è il distacco tra padre , ancora non rivelato, e figlia. Ognuno torna alla sua vita precedente. Adele risale sull'albero sul quale l'avevamo vista all'inizio del film, Aldo prova a conquistare la sua parte nel cinema.
La storia che si era costruita come una favola ironica, a metà tra il road-movie e un romanzo rosa ha uno schiaffo di realtà.
Il personaggio di Adele è molto potente nella sua bambinesca irriverenza, ma è comunque un personaggio fragile, impotente, innocente e inadatto alla vita. Lei prova a definirla  e incasellarla con i fogliettini fucsia, ma la vita le sfugge.
Aldo è nevrotico, ipocondriaco, incoerente e pavido. Non se la sente di prendersi la responsabilità della sua paternità.
Il film aveva in quel momento due possibilità: un finale rosa pastello o un finale nero amaro.
Capitani lasciava aperto il finale di  Bellissima,  sul sorriso della protagonista, ma senza indicare se ci sarebbe stato davvero l'amore. Lo sceneggiatore del film Nicola Guaglianone ha scritto anche la sceneggiatura di Lo chiamavano Jeeg Robot. Il personaggio di Adele ricorda infatti molto quello di Alessia, che però ha un destino tragico.
Riflettendo su questi precedenti ho chiesto al regista se ci fosse stato una discussione sul finale, ma lui ha risposto che fin dall'inizio aveva visualizzato una sola immagine (che non vi spoilero, almeno quella).
Purtroppo anche gli spettatori se lo aspettano fin dall'inizio, è così ovvio che una favola deve finire bene.
Nella realtà  gli innocenti muoiono, soccombono ai fallimenti e alle incomprensioni dei pavidi.
Mi si dirà che appunto si tratta di un film e che quindi almeno nei film si può lasciare la speranza. Però in questo caso  la storia avrebbe acquisito maggiore forza e autenticità, lo scontro tra il rosa e il nero avrebbe spinto ad interrogarsi sulle pieghe dei destini che si incrociano, con un effetto di profondità.
In ogni caso In viaggio con Adele merita di essere visto, anche solo per la bravura dei protagonisti, la conferma di Haber e la scoperta di Sara Serraiocco.
Se vi va, scrivetemi che ne pensate.

sabato 21 aprile 2018

Anna Karenina e L'idiota, ovvero del M5S e del PD.

Dalla mie recente immersione nella cultura russa  traggo alcuni spunti di riflessione sul presente della politica.
Il ragionamento è un po' contorto, ma breve.
Ho letto Anna Karenina, era da tempo che me lo ripromettevo.
Mi ha coinvolto non tanto la vicenda sentimentale tra Anna e Vronskij, che già conoscevo attraverso i vari adattamenti cinematografici, ma la seconda storia, l'amore tra  Levin e  Kitty.
Tolstoj attraverso il suo alter ego Levin  racconta un percorso di riflessione filosofica e morale sul matrimonio e soprattutto sull'idea di giustizia, su modelli sociali e politici. Contrappone la visione di una natura e della vita in campagna come ordinata e sostanzialmente serena, ad una descrizione della vita sociale in città piena di intrighi e immoralità.
Anche Dostoevskij ne L'idiota non parla solo dell'amore del principe Myskin per Natalia e Aglaja. Rappresenta una idea di un mondo di relazioni complicate, nelle quali solo il sacrificio di una persona fondamentalmente ingenua può provare a rendere giustizia a chi è stato offeso.
I due protagonisti, Levin e Myskin, rappresentano due idee di bontà: una bontà illuminista versus una bontà tragica.
La bontà della ragione e la bontà del conflitto.
Una visione di un mondo potenzialmente ordinato e giusto, contro una visione del mondo complicato e in mano al caos.
Il conte Levin riflette, si perde nel mondo corrotto della città, sembra essersi ritirato e rifugiato nel mondo bucolico e  nella sua delusione, ma poi torna al suo unico vero amore, Kitty.
La povera Anna che non riesce a capire cosa prova ed a dare un ordine alle sue passioni è destinata a perdersi nella relazione con Vronskij, viene tradita e sceglie di punirsi. Il bene e il male sono chiari, definiti, la giustizia trionfa.
Il principe Myskin agisce le sue emozioni, si schiera a difendere Natalia, ma in realtà ama Aglaja, tenta di portare armonia e giustizia tra i suoi amici e invece viene travolto dal disordine delle passioni. Non trova il modo di vivere il suo amore ed è lentamente trascinato in un destino contrario. Voleva fare il bene, ma risulta un ingenuo perdente.
Mi sembra che si delineino due visoni profondamente diverse.
Se il mondo è ordinato e fondamentalmente buono, naturalmente buono, si può sperare (ma a volte pretendere) che prima o poi ci sia una conciliazione e l'attuazione della bontà, in terra o nei cieli.
Se il mondo è un caos di dolore incontrollato (come ci dice D.W.Foster) si può solo operare per facilitare il minore dei mali possibili, tentare la mediazione tra i contrasti, accontentarsi di un risultato parziale.

Levin è vicino alla sinistra totalitaria, al cattolicesimo dell'Inquisizione che condanna, ai vari fanatismi idealisti, come il Movimento 5 Stelle.
L'idiota sembra la sinistra socialdemocratica,  incastrata nei conflitti e a volte nelle scelte di fede irrazionali,   spesso perdente, come il PD.



mercoledì 14 marzo 2018

Figlia mia

Sarà stato il titolo, sarà stato che le attrici che lo interpretano mi sono sempre piaciute, ma il film di Laura Bispuri mi ha attratto subito.
La trama grezza, come la fotografia, in una terra aspra, la Sardegna lontana dalle cartoline, i dialoghi, a volte incomprensibili, donano al film una sorta di patina vecchia, come se fosse una storia di altri tempi.
Invece è un racconto dei nostri giorni, di mondi paralleli e lontani, di emarginati, che vivono in campagna, poveri, insieme ai loro animali. Case semplici con pochi arredi. Mobili consumati e riadattati, locali squallidi in cui si beve per lasciarsi andare a qualche contatto umano.
Alba Rohrwacher è davvero splendida, in un ruolo spigoloso, una madre improbabile, che però apre alla figlia l'esperienza del coraggio, dell'affrontare prove difficili e dello sconfiggere la paura.
Valeria Golino è una madre intensa, preoccupata, possessiva, ma dolcissima, e alla fine disponibile a condividere il suo amore.
Sara Casu mostra con i suoi silenzi tutti i dubbi di una bambina e tutte  le domande che non riesce a fare.
I tre personaggi  condividono un problema profondo, quello della "appartenenza".
C'è una espressione del dialetto della mia terra, anch'essa nel meridione, che si usa per sapere chi è una persona: si può tradurre con  "A chi appartiene?".
Mi è sempre sembrata una espressione forte e, a volte, quasi irrispettosa della individualità. In fondo definisce una persona in base alla appartenenza ad una famiglia, come se non fosse importante niente altro.
Però è anche un modo di dire che solleva un problema fondamentale nella costruzione della nostra identità, quello di "sentirsi parte" di qualcosa, una famiglia, o di qualcuno, una madre.
La domanda "chi sono?" non si può distinguere da quella "da chi vengo?".
Il film della Bispuri, mettendo l'aggettivo possessivo accanto alla parola figlia, sottolinea proprio che ciò che è dato per scontato, l'appartenenza di una figlia alla madre, non lo è. Non solo nella adozione, ma sempre.
La sensazione che si ha di un  film fuori dal tempo rimanda anche ad una dimensione mitica. Da sempre le relazioni delle  madri con i propri figli sono al centro della narrazione epica, religiosa, mitologica.
La scena della discesa della bambina  nel buco nella roccia, per quanto facilmente simbolica, rimane a mio avviso evocativa. Da un buco nasciamo, in un buco torniamo, ed i legami che tessiamo nel tempo di mezzo sono quelli che ci definiscono come persone.



mercoledì 7 febbraio 2018

Poesia senza fine (o dei miti fondativi)

I film di Jodorowsky sono dei sogni, dei bellissimi, incredibili sogni messi in scena.
Come nei sogni,  Jodorowsky non si preoccupa della trama, crea immagini surreali, che possono avere più significati.
Solo dopo averlo visto ho  guardando il cast degli attori: il protagonista del film Poesia senza fine (2016), Adan Jodorowsky,  è il figlio del regista,  mentre il nonno paterno è interpretato da Brontis Jodorowsky, il figlio maggiore.
Adan poi è lo stesso che aveva interpretato, da bambino, un altro inquietante film di Jodorowsky, Santa Sangre (1989), incentrato su una  storia familiare  tra Edipo e Lady Macbeth.  Le  immagini di quel film mi hanno perseguitato, come una sorta di sogno ricorrente, dal quale non ci si può liberare: la donna senza braccia cui il figlio presta le sue era un simbolo potente del rapporto madre-figlio.
Nei film di Jodorowsky arte e vita si incrociano in un magma particolare.
In Santa Sangre ad esempio Adan interpreta il protagonista bambino e Axel, un altro figlio del regista, ha il ruolo del protagonista adulto.
 Ho trovato il DVD di La danza della realtà (2013) solo nella versione spagnola, quindi non sono certa di aver compreso tutto, ma le immagini, i colori, la recitazione enfatica, mi hanno aiutato a capire la trama e sono in se stesse godibili. E' la storia del proprio padre, interpretata da Brontis, una storia di riavvicinamento e confronto. Bellissima la scelta, che poi si ritrova anche in Poesia senza fine, di far recitare  la madre cantando, come fosse un'opera lirica, un melò.
Poesia senza fine appare come il film più compiuto, che continua il racconto autobiografico iniziato nel La danza della realtà, narrando la giovinezza del regista, l'inizio della sua carriera.
Se in Santa Sangre il tema principale era quello del rapporto del figlio con sua madre, un rapporto pienamente edipico, che condiziona tutte le sue relazioni d'amore e lo porta alla follia, in Poesia senza fine Jodorowsky invece presenta come tema principale la sua ispirazione, il suo desiderio di diventare e poi essere un poeta della vita, tagliando alle radici il suo rapporto con la famiglia. La metafora viene resa viva nel taglio dell'albero,  una delle scene più belle e intense del film.
Racconta il  rapporto con le muse ispiratrici e con gli altri poeti, con gli artisti del suo tempo, come i danzatori simbiotici,  la ricerca di un modo per sganciarsi dai fantasmi familiari, ma soprattutto si domanda  cosa significhi creare, quali fantasmi si risvegliano.

Una famosa psicoanalista, Selma Fraiberg, parla dei fantasmi dei genitori nella stanza dei figli. I ricordi non ricordati dei genitori si attualizzano nella relazione con la prole: ciò di cui si è avuto paura, ma non si è potuto parlarne,  si può vedere con terrore nei propri figli. Ciò a cui si è aspirato, ma non si è seguito, i propri figli lo assumono come un compito.
Jodorowsky fa vivere direttamente i suoi fantasmi ai figli-attori, Brontis, Alex, Adan, sono i suoi alter ego o quelli di suo padre. non  nega le paure e le aspettative, non li nasconde, li trasforma in magnifiche scene colorate, piene di musica e sangue e corpi nudi.
Chissà che effetto ha fatto a loro rappresentare il proprio padre, le sue aspirazioni, il suo talento?
Se la messa in scena  è anche un percorso terapeutico, chissà  se far rappresentare i propri fantasmi è servito anche ai suoi figli per elaborare i conti con lui?
Brontis nell'ultima scena di Poesia senza fine  si toglie la maschera del nonno, torna ad essere se stesso?
Fa riflettere che l'unica che si sia tenuta fuori dallo psicodramma familiare sia la figlia femmina, Eugenie, ci si può chiedere se la sua partecipazione sarebbe stata troppo vicina ad attualizzare i fantasmi edipici, l'amore verso il padre, l'amore del padre per lei. Se il regista l'avesse scelta per rappresentare la propria madre, sarebbe stato troppo rischioso: in Poesia senza fine l'attrice che interpreta la madre è la stessa che interpreta Stella, la poetessa-musa ispiratrice-amante di Alejandro.
Allora, sullo stesso piano dei sogni, ciò che il regista crea sono dei miti, delle leggende archetipiche, attraverso immagini immediatamente fruibili, ma anche infinitamente interpretabili, che pongono domande su ciò che è la vita, la morte, l'amore, la creazione artistica.

Quando riusciamo a trovare, nelle nostre piccole vite, la scintilla che le rende uniche, ma anche universali, vicine a quelle di tutti gli uomini, e la raccontiamo a noi stessi, ai nostri amici, al nostro psicologo, non stiamo anche noi costruendo un mito?
Freud e Jung hanno creato le proprie complesse teorie psicoanalitiche a partire dai propri sogni.
Jodorowsky ed i grandi artisti hanno il talento di riuscire a comunicare a noi tutti  i propri miti fondativi.



martedì 16 gennaio 2018

La crisi del giudizio, personale ed opinabile. Cinema 2017.



A venti anni sembra di avere ogni possibilità aperta: poter essere chiunque,  diventare chiunque, scegliere qualsiasi strada si desideri.
A cinquanta  molte strade si sono chiuse, sono diventate impervi sentieri di montagna, dai quali si può solo guardare indietro, in basso. Se va bene si ammirare il panorama, altrimenti si è circondati da nuvole tristi.
Davanti alla finestra nella mia stanza da studentessa universitaria guardavo le persone che passavano frettolose in strada, nei loro vestiti leggeri. Preparavo uno dei miei primi esami di psicologia, mi sentivo entusiasta di quello che stavo studiando e piena di voglia di imparare e di conoscere. Credevo fermamente di avere un futuro splendido davanti a me.
Oggi quello che leggo raramente mi entusiasma, ho come l'impressione di non trovare più qualcosa che possa appassionarmi. Anche le persone hanno smesso di sorprendermi, pur trovando ancora interessanti le loro storie. Il futuro non mi appare splendido, a volte quasi non appare.
Ancora stilo liste di libri che ho letto e che mi piacerebbe leggere, così come scrivo liste di film che ho visto e quelli che ancora mi mancano.
Mi piaceva fare classifiche, dare giudizi, scegliere, ora non mi risulta più così invitante.
Sono già due settimane che apro e chiudo questo post su blogger, alla ricerca di una ispirazione che mi convinca, di una trama che unisca le mie scelte, di un pensiero unitario, che dia un senso.
Invece niente. 
Ho guardato e riguardato la mia lista di film del 2017, sono 45 quelli che ho ritenuto meritevoli di entrarvi, di questi solo 18 sono quelli visti al cinema (ho escluso però i documentari del Clorofilla film festival, che meriterebbero un esame a parte). Ne seleziono 10 dalle ultime uscite. ma non li metto in ordine, è solo  un piccolo mosaico di suggerimenti, per chi li avesse persi.

Silence, di Martin Scorsese è un film sul proselitismo, sullo scontro tra culture, direi, più che sulla religione. Una bellissima fotografia mostra un Giappone inedito, con una natura spaventosa almeno quanto le pratiche terribili della tortura. Mi ha lasciato un senso profondo di incompiutezza: nonostante il tentativo di rendere la profondità della fede, coltivata nel silenzio,  il contrasto con la messa in scena della violenza mi è apparso eccessivo.

Il padre d'Italia, di Fabio Mollo, ha come tema quello di assumersi la responsabilità o di fuggire dalle responsabilità. Racconta le scelte di chi vuole un figlio e la legge non lo permette, e di chi lo ha ma non sa come crescerlo. Segue in Paolo il desiderio di diventare un padre, con delicatezza, con intensità, senza giudicare nessuno. Mentre Mia fa i conti con la sua famiglia. Insieme percorrono l'Italia. 

Un film che non ha tesi e che andrebbe fatto vedere a chi invece di tesi ne ha fin troppe, sul "gender" e sull'essere "bravi" genitori.

Arrival, di Denis Villeneuve. Non ci pensiamo spesso, ma uno dei presupposti della comprensione umana è quello di condividere lo stesso corpo, lo stesso ambiente. Mangiare è una delle parole più facile da mostrare e da poter comprendere, ma come si comunica con una specie che ha un corpo diverso dal nostro, con il quale probabilmente non condividiamo nessun tipo di esperienza sensoriale?
Eppure si parte dai sensi, quelli più primordiali: Louise mostra le sue mani.
Anche gli alieni mostrano le loro estremità in  un gesto simile: attraverso il vetro, ancora una volta, si ripete il gesto che unisce le mani di Adamo e  di Dio 

Paterson, di Jim Jarmush, è un film sulla poesia, in cui la parola è una protagonista, anche dal punto di vista visivo. Le parole scorrono sullo schermo, in lingua originale, si sovrappongono alle immagini, cercano un loro posto. Le parole, che il protagonista non usa molto nelle sue interazioni con gli altri, sono invece il punto centrale della sua vita quotidiana: mentre guida, mentre osserva, mentre ascolta la moglie, le parole ritornano e si sistemano in versi, trovano il posto e danno un posto alle sue esperienze e alle sue emozioni.


Il cliente, di Ashgar Farhadi,  è un film sulla vergogna nella coppia. Perché  è la vergogna che impedisce di parlarsi, è la vergogna che spinge a cercare la soddisfazione di una riparazione. La messa in scena de La morte di un commesso viaggiatore fa da controcanto all'azione, come nel film di Truffaut, L'ultimo metrò. Il ritmo è un po' lento, per noi abituati oramai a messe in scene più veloci, ma ogni pausa è pensata ed utile.


Indivisibili, di Edoardo De Angelis. Una sceneggiatura inquietante porta alla ribalta un mondo periferico, che si fatica a riconoscere, ma che è ancora vitale e ricco. Personaggi che sono descritti con pochi tratti riescono ad essere credibili. Le due attrici protagoniste della simbiosi davvero molto brave. Commoventi senza retorica. Da notare anche la fotografia un po' sporca, sui toni del blu, malinconica.


Ammore e malavita, dei Manetti Bros. Un musical? Una commedia? Una storia d'amore? Un film di costume? In ogni caso divertentissimo, surreale e convincente, con attori fantastici e trasfigurati rispetto ai loro soliti ruoli. Una vera sorpresa.


L'insulto, di  Zlad Doueiri, è una  storia forte, con un tema di quelli che mettono in gioco passioni, ferite, ingiustizie, schieramenti. L'eterna questione medio-orientale è presentata da una prospettiva diversa ed il colpo di scena finale fa riflettere. Anche in questo film libanese, come in quello iraniano, la recitazione ha dei toni teatrali, misurati e intensi.

Risultati immagini per 50 primavere
The place, di Paolo Genovese. Quando in un film conta più l'idea che la messa in scena: cosa sei disposto a fare per raggiungere ciò che desideri? Ad ogni desiderio corrisponde un prezzo e  un cambiamento inaspettato. Mastandrea impenetrabile più del solito. Dialoghi a volte un po' forzati, ma nel complesso interessanti.


50 Primavere  di Blandine Lenoir è un film sulle donne, scritto da una donna, che si interroga su cosa diventano le donne quando non hanno più le mestruazioni. Ad un certo punto alla televisione viene mostrata una stampa ottocentesca della scala delle età: mentre l'uomo a 50 anni è rappresentato solo e in atteggiamento soddisfatto, la donna invece è rappresentata  sempre insieme ad un uomo o ai figli e ai nipoti. Gli uomini definiscono il proprio destino, la donna si definisce in relazione. Davvero? Aurore sembra aver voglia di buttare tutto all'aria, figlie comprese, e per questo mi ha convinto.


Ho letto che nel 2017 i film italiani non hanno avuto un successo di pubblico. Mi chiedo però se non sia anche un problema di distribuzione. Dai siti di cinema che frequento vengo a conoscenza di film  proiettati solo in poche sale, di solito nelle grandi città, mentre qui a Grosseto due multisale proiettano contemporaneamente gli stessi film da botteghino.


mercoledì 23 agosto 2017

La vita immaginata. Biografie, autobiografie, diari.

Premessa intima
Sto da tempo pensando a (e tentando di)  scrivere una biografia di Matilde. Inevitabilmente si intreccerebbe con il racconto della mia vita, con quella di Valeria, di Osvaldo, dei miei familiari.
Quindi spesso mi interrompo, mi fermo a riflettere sul senso che può avere scrivere storie impregnate dei ricordi e delle emozioni di così tante persone, che ancora vivono accanto a me.
Sul senso che avrebbe per me, per cui la scrittura è sempre stata la principale cura, se non l'unica, e il modo nel quale ho affrontato, fin da adolescente,  dilemmi e tristezze, non ho dubbi.

Nel fermarmi a riflettere incontro racconti di altre vite.

"Gli  anni", di Annie Ernaux, autobiografia  di una generazione.
L'intento è chiaro fin dalle prime pagine, dense di oggetti e di piccoli e grandi eventi, che marcano il susseguirsi degli anni. Il racconto si svolge in prima persona plurale. La scelta stilistica, noi guardavamo, noi compravamo, coinvolge il lettore, più o meno coetaneo, lo rende protagonista, attiva i suoi personali ricordi. Ci si riconosce. Ogni tanto l'autrice descrive una propria fotografia, come un momento nel quale inserire la propria storia, attraverso il racconto di una immagine, che non viene mostrata. Una sorta di disincarnazione della propria presenza. Se i primi ricordi impersonali sono brevi, con il passare degli anni diventano più articolati, implicano riflessioni sulla società ed il costume, sulla politica e l'informazione dei media. Si dispiegano in giudizi complessi, rimanendo all'interno della cifra generazionale. Come se a parlare fosse un intero gruppo, la classe del 1940.

"Il porto di Toledo", di Anna Maria Ortese, autobiografia immaginaria.
Appare come un ossimoro, invece autobiografia immaginaria lo è fin nel profondo il romanzo della Ortese, che richiama la Napoli dei quartieri spagnoli, che interseca vicende reali trasfigurate e passioni durature, come l'amore per la scrittura. L'architettura di  ogni frase, anche quando rischia di apparire antiquata, diventa essa stessa protagonista. Seguire la lingua, le parole assonanti, il suono e il ritmo, le immagini visionarie, come una poesia romanzata, risulta contemporaneamente facile e impegnativo. Si ha l'impressione che non si voglia davvero descrivere, ma soltanto dare una suggestione della propria esperienza, in modo da darle vita attraverso la fantasia, invece che con i dettagli. Non è importante cosa è successo, ma come lo si è sentito e quindi anche immaginato.

"Caduto fuori dal tempo" di David Grossman, diario di un lutto.
Grossman ha atteso sei anni prima di scrivere e pubblicare un libro che riguardasse la perdita del figlio. Dopo tre giorni aveva scritto una lettera di addio bellissima (orazione funebre ). Nella lettera si rivolge al figlio, gli parla come se fosse ancora con lui. Nota che ogni frase che gli rivolge inizia con una negazione. L'universalità di alcuni meccanismi mi ha turbato, anche io avevo scritto una lettera a Matilde, anche io avevo scritto un elenco di quello che non avrebbe fatto.
Il libro piuttosto che raccontare il  lutto di un padre (grossman sullo scrivere il lutto )  mette in scena il percorso necessario al dolore. Mentre lo leggevo, in un unico lungo pomeriggio in treno, vedevo le immagini della ricerca del luogo inaccessibile del figlio, osservavo gli incontri con i viandanti enigmatici, sentivo le parole come se fossero recitate. Mi immaginavo un teatro buio, una scena scarna, i personaggi vestiti di grigio, il colore della polvere, le parole a riempire il vuoto. Il centauro-scrivania è nel suo studio e gli altri sono in movimento sul palco, dei movimenti circolari, senza scopo, senza sosta.
Il lutto è prima di tutto silenzio. Ogni parola pronunciata sembra quasi un'offesa, una arroganza nei confronti di un evento impronunciabile. (Le persone ti dicono di non avere parole e tu rispondi che non ci sono parole.)

Ma uno scrittore deve trovare parole, uno scrittore in lutto non ha altra possibilità che tornare a scrivere.

Ovviamente io non sono una scrittrice. Sono solo una persona che usa la scrittura come un modo per approfondire i pensieri che le circolano in mente, oppure per districare i nodi di inquietudine nei quali si avviluppa. Se mai riuscissi a dipanare la vita immaginata di Matilde, vorrei che non fosse solo quello che è stato, ma quello che avrebbe potuto essere e quello che si sarebbe immaginata che fosse. Quello che noi abbiamo amato e sentito di lei e quello che altri hanno vissuto e riconosciuto. Un'impresa così difficile, da risultare improbabile.


martedì 4 aprile 2017

Vite degli anni 80 che non sono la mia.

In questi giorni chiusa in casa ho avuto modo di guardare molti film. Tra i canali a pagamento e lo streaming in rete la scelta è ampia. Amo ancora andare al cinema, la visione in sala dà altre emozioni (tranne se si ha dietro un masticatore instancabile di popcorn o un commentatore tuttologo).
Mi sono tornati in mente gli anni ottanta, quando ho cominciato a frequentare il cinema.
A Grosseto non c'erano molte sale, insieme ai miei amici andavamo spesso al cinema Europa, nella zona nuova della città. Il posto all'esterno appariva un po' squallido, un brutto casermone squadrato. A volte ci nascondevamo negli antri grigi  se dovevamo fare salino a scuola. All'interno però c'erano specchi e divanetti per l'attesa e ben due sale, con comode poltrone. A me piaceva di più la sala due, perché era piccola e raccolta, quasi una sala privata. Solo a volte capitava di prendere in affitto qualche videocassetta, negli ultimi anni del liceo, quando i miei genitori comprarono il videoregistratore.
Oggi il cinema Europa è stato trasformato in una banca, non saprei dire se il posto si presta di più per un simile scopo.
Spesso arrivavano solo i film più famosi. In effetti anche oggi, nonostante la multisala, molti film, soprattutto italiani, non vengono proiettati... tra i film finalisti al David di Donatello, soltanto due sono passati a Grosseto.
Il primo film  che  ricordo di aver visto  è  Il tempo delle mele. Ero piccola, forse frequentavo ancora le scuole medie.
Non un grande film: lo ricordo perché fu una delle prime volte in cui mi sentii muovere le budella all'idea di un bacio.  Ho impressa nella memoria la scena in cui i due protagonisti ballano  con le cuffiette, non saprei neanche ricostruire l'intera storia del loro innamorarsi, rivivo solo la mia reazione viscerale. E' un'età strana quella dei 13-14 anni. Alcuni ragazzi precorrono le tappe oggi. Allora si era davvero ancora quasi bambini, ma la sensazione che qualcosa di bello e grande e forte potesse arrivare a sconvolgerti c'era già.
Christiane F. Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino ha rappresentato la scoperta della tossicodipendenza. In quegli anni  Grosseto ne girava molta, io non frequentavo nessuno che ne facesse uso, in realtà frequentavo  poche persone. Il film quindi mi proiettò in una dimensione che mi sembrò allo stesso tempo molto distante e molto vicina. Sentivo parlare di persone che si "facevano", ma non sapevo nulla su quello che succedeva a chi usava delle droghe. Il film fu come uno schiaffo, non tanto per le informazioni che dava, ma per l'angoscia che mi suscitò. La canzone di Bowie rimase indissolubilmente associata al film.
Se dovessi individuare un film che mi ha cambiato nel profondo in quegli anni direi sicuramente La scelta di Sophie. La storia ci colpì così tanto che divenne un modo di interrogarci reciproco,  ogni volta che si trattava di confrontarsi con svolte impegnative, con domande definitive. Noi pensavamo che quasi tutto fosse definitivo e fondamentale. Ogni nuovo amore, ogni relazione d'amicizia, ogni tradimento che poteva stare in qualche lieve scostarsi dalla linea del gruppo o dalla intimità costruita in pomeriggi e serate passate a discutere. Ci piaceva tormentarci con domande che mettevano a confronto il livello della lealtà o dell'amore: verso i genitori, tra i familiari, tra gli stessi amici. Chi salveresti? E le risposte non erano mai banali, mai buttate per caso, potevano ferire.  Ci ferimmo e perdonammo, forse.
Discutemmo moltissimo de Il grande freddo, ci sembrava impossibile che la nostra amicizia sarebbe diventata qualcosa di diverso da quello che vivevamo, che ci saremmo lasciati, che la vita ci avrebbe cambiato. Invece è successo. Saperlo già da allora non  ha reso più facile il distacco.
Rusty il selvaggio fu un innamoramento vissuto in solitudine:  mi piacevano i ragazzi belli e difficili, tristi e irraggiungibili. Non tanto il protagonista giovane Matt Dillon, quanto lo sfuggente Mickey Rourke, con la sua moto. Poi però mi sono fidanzata con un ragazzo che sicuramente non era così. Stranezze della gioventù. Film bellissimo  non solo per gli attori, grande fotografia e una colonna sonora indimenticabile ( Don't box me in di Stewart Copeland!).


L'ultima pietra miliare della mia crescita, negli anni del liceo,  è stato  C'era una volta in America, visto una sera d'estate e rimasto impresso per giorni e giorni. Era il momento in cui si stava avvicinando la maggiore età, la scelta dell'Università, si stava chiarendo dentro ognuno di noi il percorso che avremmo voluto fare. Eravamo davvero vicino al prendere direzioni diverse. Quanto diverse? Quanto era importante avere successo? Quanto invece rimanere fedeli a se stessi ed ai propri amori? Era conciliabile amare appassionatamente qualcuno senza  rinchiuderlo e "buttare via la chiave"?
Erano domande con un ventaglio  di risposte, in quel momento, apparentemente,  illimitate.
Attraverso i personaggi di questi film e di altri, casomai più vecchi, come C'eravamo tanto amati, abbiamo esplorato alcune di queste possibilità, abbiamo potuto amare e odiare, ci siamo sentiti falliti e abbiamo creduto che tutto fosse perduto, poi ci siamo potuti riscattare, abbiamo sperimentato la delusione e la rabbia, abbiamo lottato e ci siamo feriti. A volte siamo anche morti.
A ripensarci oggi, che il ventaglio si è ristretto, provo una grande tenerezza ed ancora però la stessa passione di vivere vite che non sono la mia. Con la consapevolezza che non lo saranno, senza rimpianti (o solo un po').




domenica 12 marzo 2017

Marinelli già lo amavo, Fabio Mollo l'ho scoperto.

Il 2017 è partito molto bene per la mia cinefilia:

Paterson è un film sulla poesia, in cui la parola è una protagonista, anche dal punto di vista visivo. Le parole scorrono sullo schermo, in lingua originale, si sovrappongono alle immagini, cercano un loro posto. Le parole, che il protagonista non usa molto nelle sue interazioni con gli altri, sono invece il punto centrale della sua vita quotidiana: mentre guida, mentre osserva, mentre ascolta la moglie, le parole ritornano e si sistemano in versi, trovano il posto e danno un posto alle sue esperienze e alle sue emozioni.

Animali notturni è un film sulla vendetta più che sull'amore. La scena iniziale, che  non si concilia molto con il resto del film, è però quella che ha un impatto maggiore. Sconvolgente e accattivante, mette in ridicolo i nostri pregiudizi. Mentre la osservavo pensavo che di nudi così non se ne vedono mai sui nostri media. Vale da sola tutto il film.

Silence è un film sul proselitismo, sullo scontro tra culture, direi, più che sulla religione. Una bellissima fotografia mostra un Giappone inedito, con una natura spaventosa almeno quanto le pratiche terribili della tortura. Ma mi ha lasciato un senso profondo di incompiutezza, nonostante il tentativo di rendere la profondità della fede, coltivata nel silenzio,  il contrasto con la messa in scena della violenza mi è apparso eccessivo.

Il cliente è un film sulla vergogna nella coppia. Perché  è la vergogna che impedisce di parlarsi, è la vergogna che spinge a cercare la soddisfazione di una riparazione. La messa in scena de La morte di un commesso viaggiatore fa da controcanto, come in un film di Truffaut. Non mi sorprende che abbia vinto l'Oscar.

Su Arrival ho già scritto e non sto a ripetermi (arrival-il-tempo-che-ritorna.html).

Ma  Il padre d'Italia, di Fabio Mollo, è finora il film più bello.

Gli attori, in primo luogo: Luca Marinelli mi aveva già fatto innamorare nel film Tutti i santi giorni, poi ha dato una prova bellissima in Non essere cattivo, fino a vincere ogni mio dubbio nel ruolo dello Zingaro, ne Lo chiamavano Jeeg Robot.  Ha una capacità eclettica di trasformarsi, a volte è quasi difficile riconoscerlo da un film  all'altro.
Nel film di Mollo interpreta un ragazzo  che viene lasciato dopo otto anni dal suo compagno, contrario all'adozione per i gay: una recitazione senza alcun tratto, finalmente, caricaturale, che non segue nessun clichè. Sembra un ragazzo come tanti, triste e introverso, ma con il coraggio di farsi travolgere da una strana, esuberante ragazza incinta.
Isabella Ragonese l'avevo scoperta nel film stupendo di Luchetti La nostra vita, accanto a Elio Germano, in un ruolo simile a quello che interpreta in Il Padre d'Italia. Riesce ad essere una ragazza inquieta, senza dover troppo caricare, marcare la sua "pazzia". Ha a volte dei silenzi improvvisi molto intensi. La scena ripresa fuori dal finestrino della macchina è magica.

Il regista, Fabio Mollo,  mi era invece del tutto sconosciuto, ho letto che ha già fatto alcuni corti e lungometraggi, che ora andrò a cercare.
E' calabrese e già questo mi piace.
Come tutti i meridionali è ossessionato dal viaggio al sud: la coppia si incammina in una ricerca, secondo Paolo, del vero padre della bambina e secondo Mia.... non si sa.
Però Mia arriva a casa, dalla madre. Intanto anche Paolo continua a sognare sua madre e si ferma a trovare chi l'ha cresciuto.
Ci sono tante storie, tanti sviluppi che si possono rintracciare, ma il regista non difende nessuna tesi, non  vuole dimostrare, ma mostrare. Accenna, segue i personaggi nel loro sviluppo, inquadra solo alcuni tagli, spesso asimmetrici, decentrati. Quando è necessario, solo strettamente necessario, inquadra gli occhi azzurrissimi di Marinelli o il viso spigoloso della Ragonese.
Parla di assumersi la responsabilità, di fuggire dalle responsabilità. Racconta le scelte di chi vuole un figlio e la legge non lo permette, e di chi lo ha ma non sa come crescerlo. Segue in Paolo il desiderio di diventare un padre, con delicatezza, con intensità, senza giudicare nessuno.
Un film che non ha tesi e che andrebbe fatto vedere a chi invece di tesi ne ha fin troppe, sul "gender", sull'essere "bravi" genitori.
Non vi anticipo la bellissima battuta con cui si chiude, perché forse ho già spoilerato troppo a chi non lo ha ancora visto,  ma vale la pena sentirla.

Ieri avevo visto anche un altro film, su Sky, La grande rabbia, di Claudio Fragasso. Ecco lo cito solo per dire che invece questo è un film a tesi, che oltretutto è recitato anche male: la storia della periferia di Tor Sapienza, degli scontri tra la polizia, che difendeva gli immigrati, e i cittadini, intrecciata alla storia di una amicizia tra un italiano bianco e uno nero, di destra. L'idea sarebbe anche interessante, se non fosse appunto così scontata, così "dimostrativa". I dialoghi, le scene, lo stesso intreccio erano già prevedibili dall'assunto iniziale, perfino dal titolo. Peccato.

sabato 18 febbraio 2017

Il ragazzo di Lavagna.

Ogni volta che vedo la notizia di un suicidio di un adolescente non posso fare a meno di leggere gli articoli, i commenti.
Cerchiamo una spiegazione, molto spesso una o più responsabilità, molti giudicano o interpretano.
E' comprensibile.
Il suicidio è sempre un gesto sovversivo, scandaloso, inconcepibile.
Il suicidio di un adolescente lo è mille volte di più.
Tutti ci sentiamo coinvolti,ci sembra che i legami che formano le nostre piccole vite, il senso  che ogni giorno diamo allo svegliarsi, all'alzarsi dal letto, allo svolgere i compiti quotidiani, tutte le azioni che abitiamo senza consapevolezza, improvvisamente perdano la loro spaventosa ovvietà.
Basterebbe pochissimo per infrangere la scontatezza del nostro vivere.
Ad un ragazzo  basta un semplice velocissimo impulso.
La vergogna, la paura, la delusione.
Ed un volo da un piano alto.
Poi vengono i tentativi di comprendere e di spiegare, che però assomigliano troppo a dare la colpa a qualcuno.
Lo so per esperienza, i primi a cercare la  colpe sono i genitori.
Nel caso del ragazzo di Lavagna, del quale non sappiamo neanche il nome, e definiamo suicida, con tutto lo stigma che questa definizione porta con sé, il padre si è subito accusato di non averlo capito.
La madre ha detto di essere stata lei ad aver chiamato la Guardia di Finanza, per proteggerlo ovviamente, credendo di spaventarlo e fermarlo dall'uso delle droghe che faceva.
Su queste due semplici notizie si stanno facendo illazioni, deduzioni, indagini.
Si danno giudizi, ci si schiera pro o contro.
In fondo siamo in Italia, dove il vero sport nazionale è  creare contrapposizioni radicali.
Ci sono anche giuste considerazioni politiche sul senso di proibire o legalizzare le droghe "leggere".

Io ho i conati di vomito.
Mi sento male.
Riesco solo a sentire il dolore, il dolore dei genitori, degli amici, di chi lo conosceva e lo amava.
Il mio dolore e il dolore di chi come me ha perso un figlio in questo modo assurdo.
Penso: fermatevi, smettetela.
Anche gli psicologi, anche gli psichiatri, i sociologi, smettetela.
I giornalisti, le persone comuni che su Facebook commentano, parlano come se sapessero di dialogo con i figli, di educazione, di metodi per capirli, della loro esperienza con le droghe.
Smettetela.
Non lo sapete, non sapete niente.
Non sapete cosa significa rivivere ogni giorno ogni istante tutto quello che si poteva fare e non si è fatto, che si poteva dire e non si è detto.
Oppure quello che si è fatto e detto  e dopo non si sarebbe più voluto fare o dire, ma non si può tornare indietro. Senza sapere quale è stato l'errore, senza riuscire a rintracciare esattamente l'azione e la parola, perchè ogni azione e parola ne ha un'altra concatenata ed ogni storia parte da lontano e non ha un'unica strada. Non c'è mai un solo svincolo decisivo.
Non lo sappiamo noi.
Non lo sapete voi.

Lasciamo che i genitori, i familiari, gli amici  rivivano con le persone di cui si fidano quanto è successo, lasciamo che siano loro a comprendere, a darsi un senso, per quanto è possibile farlo.
Facciamo un passo indietro, facciamo silenzio.

domenica 29 gennaio 2017

Arrival, il tempo che ritorna.

Ho visto tanti bei film in questo mese, non mi capitava da tempo di iniziare un nuovo anno con tante scelte, e così interessanti. Ma ne parlerò un'altra volta.
Perché oggi ho visto Arrival, di Denis Villeneuve, e ne sono uscita toccata.
Il film racconta di un incontro tra alieni e terrestri, ma non si tratta di banale fantascienza, non ci sono battaglie, né armi laser, né tecnologie sconvolgenti.
Arrivano dei grandi gusci neri, si vedono dietro uno schermo dei tentacoli e poi si formano delle parole, o meglio delle frasi, circolari. Una linguista ed un fisico tentano di decifrarle, per cercare di capire come mai gli alieni sono arrivati e cosa vogliono.
Mentre tutti si aspettano di capire qualcosa di quello che sta succedendo, si dipana anche la storia della linguista, il suo privato dolore, le sue scelte.
Sono memorie? Sono anticipazioni?
La sceneggiatura mantiene la sincronicità tra i due livelli, mentre nel mondo le grandi nazioni si interrogano sulle stesse questioni, ma prendono posizioni diverse, che rischiamo di mettere a rischio la sopravvivenza di tutti.
I fraintendimenti sono possibili, la  capacità di capire  i messaggi è ostacolata  dall'ambiguità così alta. Non ci pensiamo spesso, ma uno dei presupposti della comprensione umana è quello di condividere lo stesso corpo, lo stesso ambiente. Mangiare è una delle parole più facile da mostrare e da poter comprendere, ma come si comunica con una specie che ha un corpo diverso dal nostro, con il quale probabilmente non condividiamo nessun tipo di esperienza sensoriale?
Eppure si parte dai sensi, quelli più primordiali: Louise mostra le sue mani.
Anche gli alieni mostrano le loro estremità in  un gesto simile: attraverso il vetro, ancora una volta, si ripete il gesto che unisce le mani di Adamo e  di Dio (citazione di Michelangelo o di E.T. di Spielberg?).
Capire una lingua è immergersi in un altro mondo.
Per una sorte di strana sincronia proprio stamani ascoltavo una puntata di "La lingua batte", su Radio Tre, che affrontava il tema della neurolinguistica. Nell'intervista a Andrea Moro si parlava del mistero delle lingue impossibili: se si insegna una lingua artificiale, con delle regole diverse da quelle già geneticamente inserite nel nostro cervello, le strutture cerebrali che si attivano non sono le stesse che usiamo quando parliamo la lingua madre.

Se si comprende una lingua parlata da una specie diversa si può anche entrare nella sua percezione del mondo? Louise comprendendo la lingua capisce ad un certo punto che la dimensione del tempo è diversa per gli alieni e che il vero scopo non è offendere, ma offrire una opportunità.
E se nel proprio tempo è accaduta una tragedia come cambia la percezione dell'evento, come si può immaginare di riviverlo o anche di modificarlo?
Louise si immerge nella nebbia aliena e cerca delle risposte, rivivendo o forse presagendo il suo destino. Ma mancano anche le parole, a noi che siamo abituati a percepire la linea del tempo, non sappiamo come descrivere la circolarità, il ritorno dello stesso. L'immagine che mi è venuta in mente è l'archetipo del serpente che si morde la coda, richiamata, non so quanto consapevolmente, dalla scrittura aliena.
Le immagini essenziali, quasi monocromatiche, del contatto con gli alieni, il montaggio del regista riescono forse solo in parte a rendere questo concetto, quindi nell'ultima parte del film  c'è una maggior ricorso ad una spiegazione esplicita, che fa perdere forse un po' di forza espressiva.
Però sono uscita con le lacrime agli occhi: in un mondo dove il tempo è circolare la morte può non esistere, si può anche accettare il proprio destino, e ripeterlo, e ripeterlo.

domenica 8 gennaio 2017

Classifica dei film del 2016, privata e opinabile, come al solito.



Nell'anno appena trascorso ho visto più film del solito, però meno nelle sale cinematografiche e più a casa, su Sky, Netflix, Google Play, e già questo dato potrebbe essere importante. Forse perché vivo in una città di provincia dove non c'è molta scelta (ma quando sono a Roma o Firenze ho l'impressione che anche l'offerta delle grandi città non sia così varia) trovo più conveniente scegliere i film dalle varie piattaforme online o dai canali in abbonamento. Mi rendo conto che tale preferenza determina un ulteriore caduta del pubblico delle sale, ma credo che sulla distribuzione dei film dovrebbe essere fatta una riflessione e una politica più ampia.

Ho avuto l'opportunità di vedere e apprezzare molti bei film grazie ai corsi di cinema organizzati da Fondazione Cultura Grosseto con Mario Sesti e Giovanni Bogani oppure per merito della partecipazione, come giurata e spettatrice, al Clorofilla Film Festival, grazie a Simonetta Grechi.

L'offerta che ho trovato nelle sale non è stata all'altezza dei film che ho scoperto grazie a queste iniziative, quindi il mio giudizio ne risentirà sicuramente.



1) A pari merito metto al primo posto La pazza gioia di Virzì e Lo chiamavano Jeeg Robot di Mainetti, per la scelta di protagonisti fuori dagli schemi, che viaggiano tra il dramma e la comicità, cercando una soluzione all'esistenza cruda e piatta, con quel pizzico di fantasia e follia che fa desiderare di essere, una volta nella nostra vita, come loro.

2) Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese avrebbe potuto partecipare dello stesso giudizio se non fosse che il finale normalizza troppo l'intreccio, mentre la storia si poteva mantenere sulla rottura e lo svelamento delle normali ipocrisie dei nostri giorni.
3) Julieta di Almodovar pur avendomi in qualche modo deluso (le-donne-di-virzi-e-quelle-di-almodovar.html ) si piazza lo stesso al terzo posto, perché Pedro è sempre Pedro, anche quando sceglie di filmare un racconto che forse non appartiene del tutto alle sue corde. Il suo punto di vista sul rapporto madre figlia vale comunque la visione del film.
4) Non essere cattivo di Claudio Caligari è stata una sorpresa molto gradita, in particolare per l'ambientazione, la luce e gli scorci delle periferie disperate. La prova attoriale di Luca Marinelli è notevole.

5) Fai bei sogni di Marco Bellocchio: mi è piaciuta sia la storia di Gramellini che la prova di Mastrandrea, la regia non brilla.

6) Fuocoammare di Gianfranco Rosi, un bel docufilm, con una fotografia intensa.





7) The end of the tour di James Ponsold si merita il settimo posto perché è la storia di David Foster Wallace, un autore che amo moltissimo, anche se l'attore scelto per interpretarlo lo conoscevo per una serie Tv molto famosa, quindi ho avuto qualche difficoltà a dargli credibilità.

8) Suffragette di Sarah Gavron è interessante come ricostruzione delle lotte femministe, un film didattico, infatti ho portato con me mia figlia, ma non lo ha apprezzato.

9) Bella e perduta di Pietro Marcello è un film troppo "visionario" per i miei gusti, non è riuscito a coinvolgermi, pur apprezzando il tentativo di fare un film tra il documentario di denuncia e la ricostruzione di una atmosfera mitica.

10) Neruda di Pablo Larrain: avendo visto altri film di questo regista mi aspettavo un film diverso, invece questa storia mi è sembrata troppo didascalica. Un Neruda più politico che poeta.

11) La corrispondenza di Giuseppe Tornitore davvero un film inutile, incompleto, inconcludente, peccato, è uno dei miei registi preferiti.

giovedì 15 dicembre 2016

venerdì 9 dicembre 2016

Non so se nella morte

Non so se nella morte
s’interrompa il moto
di questo esistere
di assenza
e di semi-essenza,
se oltre quest’asma
di stecchi, di spruzzi di lava,
di pietre che scendono in basso
si muti
mai nulla
o se, in qualche area protetta,
raccolta in un fresco silenzio,
similmente si svolta la vita.

Massimiliano Chiamenti Telescream 1993

(Grazie a Mauro e a Cambio verso di Simone Giusti)

sabato 16 luglio 2016

De Il cerchio, della trasparenza e dei segreti (e del M5S).

Quando ero ragazza c'è stato un momento nel quale mi sono sentita così vicina ai miei amici, così integrata nel cerchio dei nostri affetti reciproci, che pensavo che la trasparenza dei nostri pensieri e delle nostre anime, la completa condivisione di emozioni, desideri e paure, non fosse altro che una splendida opportunità.
Tra persone che si amano e si rispettano, pensavamo e dicevamo e cercavamo di mettere in pratica, non c'è niente di più bello che condividere.
I social network non esistevano ancora, ma noi passavamo insieme molto tempo a parlare e discutere sulle nostre letture, i film, lo studio, le amicizie, la famiglia, insomma su tutto quello che è la vita di un adolescente. Era bello pensare che non c'erano filtri tra noi, che tutto poteva essere affrontato, anche quando si trattava di emozioni come la gelosia o la competizione o la vergogna. Fu il momento nel quale aprii i miei diari segreti, anche le pagine degli sfoghi più puri, alle lettura dei miei amici, convinta che potevano sapere e comprendere.
Il libro di Dave Eggers Il Cerchio mi ricorda quel periodo.
Racconta di un futuro molto vicino nel quale i rapporti umani sono ormai del tutto condizionati da un'unico social  network privato, il Cerchio appunto, al quale tutti sono connessi, non solo per il loro divertimento, ma per lavorare, per gestire  la sicurezza  del proprio quartiere, alla fine addirittura per votare. Le  videocamere funzionano a energia solare, sono sempre attive e  ovunque, possono prevenire colpi di stato (vedi quello che è successo stanotte in Turchia), possono dissuadere dal compiere atti criminali.
Il Cerchio ha bandito l'anonimato degli account e emarginato i troll e coloro che nascondevano la propria identità, è in grado di rintracciare ogni evento significativo della vita dei singoli e tiene costantemente aggiornate le classifiche degli smile e dei frown per ogni profilo, per ogni attività. Gli slogan inneggiano ad una totale trasparenza: i segreti sono bugie, solo condividendo ogni angolo della propria esperienza  ci si può prendere cura uno dell'altro, e se non si è disposti a farlo si commette una trasgressione nei confronti della società.
Non è difficile immaginare che questo conduca ad una forma di controllo totalitario. Mi sono preoccupata perchè, proprio in questi giorni, Google mi sta chiedendo se può unire i dati del mio blog con quelli dell'account Google + ,  non è così inverosimile che già abbia chiaro un quadro delle ricerche e  anche dei miei post pubblici su FB.
Eggers  a mio avviso è geniale nel rappresentare il modo in cui  a questo controllo totalitario ci stiamo tutti sottoponendo in modo volontario, coltivando una ideologia della trasparenza della quale non si notano i limiti e i vincoli. Descrive, attraverso una protagonista che sale progressivamente nella gerarchia del network fino a diventarne l'immagine di punta, il modo nel quale tutto questo processo possa essere convincente e condurre ad una adesione quasi universale.
In una delle scene più coinvolgenti, uno dei soci fondatori del  Cerchio intervista la protagonista che ha commesso una lieve infrazione, documentata da una delle videocamere del network. Vuole dimostrare che la trasparenza "panoptica" è l'unica strada percorribile e indurla ad indossare una videocamera che riprenda e trasmetta in tempo reale ogni sua giornata. Mae si fa convincere: aderire ad un gruppo che pensa di essere sempre dalla parte della ragione, che esalta i successi e sembra perdonare gli errori (a patto che vengano riconosciuti ed espiati) rende sicuri e fa sentire amati.
Per questo mi sono ricordata del nostro periodo "totalitario", che in realtà ebbe una fine abbastanza rapida, e passammo dal gruppo come unica fonte di riconoscimento  a dinamiche  conflittuali. Non ho più fatto leggere i miei diari.
Secondo alcuni autori della psicoanalisi interpersonale (Fonagy Target 1996) la capacità di riflettere sulla propria mente nasce nel momento in cui siamo capaci di nascondere una parte di noi, dei nostri pensieri, alla mente degli altri. Il bambino comprende che tutti abbiamo una mente quando comincia a raccontare bugie, per cui si accorge che la madre non ha il potere di sapere se lui sta mentendo. Il segreto e la bugia, così come il gioco e la finzione, hanno un valore evolutivo, possono essere la base del primo modo di riflettere su se stessi. Quindi della nostra identità.
Se la trasparenza diventa la regola la mia identità viene cancellata.
Ma se l'ideologia della trasparenza prende il sopravvento, in nome della sicurezza, come sta ad esempio avvenendo di fronte al terrorismo, se cerco di nascondermi, se mantengo privato il mio mondo di pensieri ed emozioni,  divento un sospetto.
C'è una idea "geniale" nel libro  che proporrei ai politici del M5S: indossare sempre una videocamera, per documentare la purezza di ogni contatto con i colleghi, con i cittadini e con  eventuali sponsor che volessero avvicinarli per corromperli.  Proverebbero irrefutabilmente di essere diversi da tutti gli altri partiti. Nel libro di Eggers alla fine tutti i politici si piegano a questa innovazione. Chissà se non ci hanno già pensato alla Casaleggio SPA.