mercoledì 5 aprile 2017

Governare l'incertezza (di elezioni, migranti, buche e psicologia)

Il voto di protesta aumenta in tutti i paesi europei, come ci narrano la Brexit e la corsa alle presidenziali francesi di  Marine Le Pen.
Nelle elezioni  olandesi la vittoria del primo ministro Rutte  ha fermato la destra  radicale,  ma solo con l'affermazione di un partito liberale  moderato.
Nel  voto amministrativo italiano  dello scorso anno molti commentatori hanno giustamente indicato una grande variabilità di risultati. C'è stata la vittoria della Raggi e della Appendino, ma anche quella di Sala, c'è la vittoria di Mastella (la prima repubblica) e la vittoria del centrodestra in alcune città, come a Grosseto,  però anche la vittoria del centrosinistra a Varese, roccaforte leghista, infine  ci sono state tante vittorie di sindaci legati a liste civiche.
Sembrano dati difficili da mettere insieme, da inquadrare in un'unica cornice, a dimostrazione che le democrazie occidentali sono diventate organismi nei quali la crisi di rappresentanza è sempre più evidente.
La difficoltà a riconoscersi negli organismi politici corrisponde ad uno slabbrarsi  delle reti sociali, alla crisi dei gruppi che mediano tra l'individuo, le famiglie e le istituzioni dello Stato, alla difficoltà dei partiti, dei sindacati, delle cooperative e associazioni ad essere riconosciuti come  livelli di mediazione tra i cittadini e la amministrazione politica.
Tanto più la società si fa liquida  tanto meno si accettano dai partiti, ma anche da altri livelli sociali intermedi, risposte complesse.
Il pericolo è che, come ci insegna la psicoanalisi,  l'incertezza (la parola scelta dalla generazione millennials per identificare se stessa) porti alla rigidità.
Di fronte alle sfide molteplici poste dalla immigrazione, che si estrinsecano nel governare gli ingressi, nel proporre un modello di integrazione, nell'assicurare una vita adeguata, una casa, un lavoro a chi spesso ha perso tutto, la risposta più semplice è  la demonizzazione che giustifica l' espulsione. Si creano i cattivi (i musulmani) e si propongono soluzioni che sembrano facili (stiano a casa loro). Si rigettano come impossibili soluzioni intermedie, come quella di ospitare in piccoli centri un numero limitato di immigrati e proporre loro lavori per favorirne l'integrazione (migranti Magliano in Toscana).
Si cercano piccole soluzioni immediate di fronte a piccoli problemi e lo sguardo politico rimane confinato al proprio quartiere, al parcheggio con i venditori abusivi, all'immondizia che non viene ritirata con i tempi dovuti, alle buche nelle strade (ci sono recentemente caduta e tutti mi hanno consigliato di fare causa al Comune).
Problemi che andrebbero inquadrati in una cornice più larga, ad esempio nella educazione civica dei cittadini, che imparino a gestire meglio la raccolta differenziata, a non degradare i parchi, a segnalare ed intervenire anche sui piccoli disservizi, facendo  diventare una realtà comunitaria il quartiere.
Fare  comunità è però difficile in una realtà sociale che vede le famiglie e le persone sempre di fretta, con tempi lavorativi che non consentono il fermarsi a creare reti, con una crescente sfiducia nei legami sociali.
E' più facile allora fomentare l'odio verso chi viene da fuori, verso chi è diverso.  Si tratta di una risposta psicologica automatica: di fronte ad un ostacolo la reazione è quello di eliminarlo. Se ci sono troppi dati da considerare, troppe alternative da verificare, si cerca una teoria, una tesi che le semplifichi, in modo tale da rendere più immediata la scelta e da ridurre al minimo tollerabile l'incertezza.
La cultura infatti, la riflessione, in momenti di incertezza, di confusione, sono viste come stanchi rituali di intellettuali, vengono attaccate come se rallentassero e rendessero tutto uguale. Il pensiero complesso, che cerca di tenere insieme, la dialettica che cerca la sintesi tra tesi negativa e positiva non solo non sono praticati, ma vengono svalutati.
A fronte di una maggiore alfabetizzazione sembra invece che siamo  diventati sempre più rigidi, dicotomici, come gli slogan pubblicitari, come i post su Facebook pieni di frasi lapidarie ad effetto, che contengono verità banali, ma che associate ad una bella foto vengono condivisi da migliaia di persone.
Il problema non è però che i social media creano il pensiero unico: i social funzionano perché le persone di fronte a situazioni complesse prediligono il pensiero unico.
Una volta si diceva che la società dei consumi ci ha abituato a pensare che ci sia una soluzione facile per tutto, quello che i social media  hanno amplificato è proprio questo uso immediato e semplice. si usa Google e ci si ferma al primo risultato che si trova, non si legge tutto, non si riflette sulle fonti del risultato che si è trovato.
Governare l'incertezza è estremamente complicato.
Necessita pazienza, senso critico, tolleranza dei fallimenti, costruzione di un percorso di relazioni, accettazione della diversità degli altri e percezione dei propri limiti.
Troppe caratteristiche "moderate".
Meglio avere di fronte leader e movimenti politici decisionisti, impulsivi, portatori di un'unica verità, narcisisti.
O no?






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